Il revival di Marx in Cina

Il revival di Marx in Cina

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In occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Marx (5 maggio 1818) nella Repubblica Popolare Cinese si sono avute manifestazioni a tutti i livelli che hanno riproposto al centro dell’attenzione generale il suo pensiero. Lo stesso presidente XI ha fatto un lungo e articolato intervento al grande raduno celebrativo a Pechino, dove ha fatto elogio del pensiero affermando con vigore che esso è la base e al centro dello sviluppo e del progresso della Cina di oggi.

Riportiamo qualche punto del suo intervento per darne un’idea: “Marx è l’insegnante della rivoluzione del proletariato e dei lavoratori di tutto il mondo, il principale fondatore del marxismo, creatore dei partiti marxisti, esploratore del comunismo internazionale e massimo pensatore dei tempi moderni“.

Il pensiero e la teoria di Marx sono dei suoi tempi e vanno oltre i suoi tempi. Sono l’essenza dello spirito di quei tempi e l’essenza dello spirito di tutta l’umanità”.

È perfettamente giusto per la storia e il popolo (cinese) scegliere il marxismo, così come per il PCC scrivere il marxismo sulla propria bandiera, aderire al principio della combinazione dei principi fondamentali del marxismo con la realtà cinese e adattare continuamente il marxismo al contesto e ai tempi cinesi”.

La cosa lascia un po’ perplessi noi occidentali che consideriamo la Cina ormai un paese a economia capitalista anzi di un capitalismo molto più accentuato di quello occidentale. Ed in realtà non si può negare che la Cina di oggi ci ricorda il capitalismo europeo ottocentesco più che quello moderato e sociale dei nostri tempi. Ci sembra quindi del tutto fuori luogo richiamare l’eredità di Marx che noi comunque riteniamo ormai esaurita. Non ci sono nei nostri paesi statue dedicate a Marx: quella che si è voluta innalzare in Treviri, sua città natale, è stato oggetto di grandi contestazioni. In realtà la Cina non ha mai smesso di proclamarsi una società comunista ispirata a Marx e si è solo parlato di una via propria cinese al socialismo Anche in tutte le università cinesi, di qualunque indirizzo, esiste pur sempre un corso obbligatorio di marxismo e comunque la conoscenza di esso fa parte degli esami per i funzionari pubblici. Perché allora questa strana situazione di un paese animato dal capitalismo rampante e la persistenza della ideologia marxista che ne è l’antitesi più rigorosa e radicale?
Ricordiamo innanzitutto che nel momento in cui Deng Xiaoping aprì alle riforme, che poi hanno permesso il grande sviluppo economico della Cina, non ha mai parlato di capitalismo. Rigettato sempre ogni richiamo ideologico e privilegio con il famoso suo detto “non importa se il gatto sia rosso o nero importante è che acchiappi il topo”. Un’affermazione che a noi pare ovvia, di semplice buon senso, ma che in realtà nella Cina di Mao e del post Mao era quanto di più rivoluzionario si potesse concepire. Infatti tutto il maoismo fu orientato al rigore o meglio al fanatismo ideologico: importanti non erano mai i risultati effettivi ed immediati ma la purezza ideologica: se i risultati non erano stati raggiunti non era per dei principi seguiti ma perché non erano stati seguiti abbastanza. Un atteggiamento che alla fine nella Rivoluzione Culturale, con lo sventolio dei Libretti Rossi sui trasformò in una specie di rito religioso, in una fiducia cieca che trova riscontro forse solo nel jihadismo attuale: con la differenza che il jihadismo ha almeno una sua logica interna. La Cina quindi, a differenza dell’URSS, non ripudiò mai i principi del marxismo e giustificò il nuovo corso come un adattamento alla realtà contingente cinese rimandando la vera attuazione del comunismo a un indefinito futuro. Fu detto che se il comunismo significava il benessere del popolo, non era allora contrario al comunismo che alcuni arrivassero prima al benessere e aiutassero poi gli altri ad arrivarci. D’altra parte anche i comunismi occidentali in pratica avevano rimandato il vero comunismo a tempi da definirsi e si limitavano a quello che poi fu definito capitalismo di stato. Se l’assetto economico della Cina cambiò profondamento, quello politico rimase relativamente immutato. Il Partito Comunista Cinese conservò intatto il suo potere di guida e governo dell’immensa repubblica.

In questo contesto come interpretare allora un richiamo così forte a Marx che a noi pare incomprensibile? Si può pensare che in effetti esso sia funzionale al sistema politico: la guida del partito comunista e la sua stessa esistenza si giustificano solo all’interno di un pensiero marxista (dubiterei di un pensiero marxiano ma questo è altro argomento). Quindi nel momento in cui si autodefiniscono comunisti e marxisti, i dirigenti cinesi si autolegittimano: rappresentano l’autocoscienza del proletariato, la vera democrazia in contrasto con quella occidentale che sarebbe una falsa democrazia funzionale agli interessi della borghesia come è stato sempre sostenuto nella tradizione e nella prassi praticamente universale del comunismo. Quindi possiamo considerarla solo come un’operazione di legittimazione del potere.

Possiamo però pure pensare che il particolare fervore dato in questi giorni al pensiero di Marx possa inquadrarsi nella svolta ufficializzata il 5 marzo 2018, a Pechino, nella prima sessione plenaria dell’Assemblea Nazionale del Popolo dopo il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese dell’ottobre scorso.

Non si privilegia più solo lo sviluppo a ogni costo ma anche dare più spazio all’equilibrio sociale. Infatti, dare impulso ai consumi interni significa necessariamente una dinamica salariale più vivace, un miglioramento delle condizioni dei più poveri anche a scapito della competitività che ha dato tanto impulso all’economia cinese. Difficile dirlo: la Cina è un paese molto difficile da decifrare perché è veramente difficile decifrare quello che viene detto.

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