40anni dall’addio dei manicomi

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Franco Basaglia è stato il primo psichiatra che ha rifiutato il metodo costrittivo dei manicomi. Basaglia è riuscito ad aprire i cancelli ai malati di mente restituendo loro la dignità. Ufficialmente è la legge n. 180 del 13 maggio del 1978.  Il processo di chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici si è concluso venti anni dopo, l’ultimo malato uscito era ricoverato a Barcellona Pozzo di Goto.  Una rivoluzione che ha disposto il termine totale degli ospedali psichiatrici dove venivano rinchiuse contro la propria volontà le persone con disturbi mentali, e la loro sostituzione con un sistema di servizi territoriali che prevedevano assistenza domiciliare, ambulatoriale e strutture residenziali e semi residenziali. Una riforma psichiatrica italiana che ha visto cambiare radicalmente l’idea della psiche, della normalità e della malattia.  Un salto culturale che disse stop a sbarre, contenzione, elettroshock. Una legge che frantumò il concetto sulla pericolosità dei malati e sul loro imprigionamento. Con la legge Basaglia da luogo chiuso, oppressivo e coercitivo il manicomio venne investito da un’ondata di energia che volle cambiare la realtà, aprendo i reparti, mescolando uomini e donne, l’entrata volontaria e di conseguenza anche la possibilità di uscita volontaria. Insomma si iniziò a modificare la questione culturale e l’approccio al problema della sua gestione, gli operatori dovevano instaurare una relazione con il malato e non soltanto dal punto di vista diagnostico. L’attività psichiatrica iniziare ad avere un’impronta psicosociale più che clinica terapeutica.

Determinanti i cambiamenti introdotti dalla nuova legge, iniziando dai metodi utilizzati per assistere le persone malate, per esempio il divieto della contenzione meccanica ovvero la pratica di legare i pazienti al letto, l’uso delle camice di forza e l’elettroshock, che si presupponeva avessero funzioni terapeutiche in quanto stordivano e rendevano passivi gli internati. Pochissime, a quei tempi, le nozioni collegate alle patologie della mente umana, pertanto si tendeva a sedarli e contenerli, bambini e adulti ricoverati erano di fatto detenuti e soffrivano il freddo, scarsa igiene e malnutrizione. Alcuni di essi, considerati “alienati” erano perfino privati della cittadinanza e ovviamente del diritto di voto.

Pochi innovamenti erano già in atto da tempo, una proposta di legge del ministro della Sanità socialista Luigi Mariotti, nel 1965 aveva paragonato i manicomi ai campi di concentramento nazisti. Ma fu grazie a Franco Basaglia e alla sua esperienza nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, che si sperimentarono nuove terapie e si introdussero attività ricreative per gli internati che, per la prima volta dopo anni di segregazione poterono visitare il mondo esterno, accompagnati. Basaglia fondò il movimento Psichiatria Democratica, un gruppo di psichiatri attivisti intenzionati a cambiare il proprio lavoro e a far chiudere definitivamente i manicomi. Il suo impegno ispirò la legge che porta il suo nome e anche se la sua applicazione richiese molto tempo, il rimpiazzo dei manicomi fu attuato, con tempistiche differenti a seconda delle regioni ma vennero sostituiti con i Centri di salute mentale che continuano a presentare aspetti problematici e critiche ma ciò non toglie il merito al suo ideatore e promotore di aver modernizzato la psichiatria instaurando rapporti umani innovativi con il personale, i malati e la società.

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