Il Giappone prosegue la mattanza

Il Giappone prosegue la mattanza

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Ignorando ogni decisione della Corte internazionale di Giustizia, il Giappone ha ripreso la caccia alle balenottere. La battuta ai cetacei è per di più avvenuta utilizzando arpioni con punte munite di granate esplosive, per far emergere gli animali, un metodo discutibile dal momento che l’animale muore sul colpo raramente. Delle 333 balene dell’Antartide uccise quest’anno dalle baleniere giapponesi, 181 erano femmine. Di queste, 122 erano in stato di gravidanza, e 114 i cuccioli di balenottere minori, la specie che popola le acque del Polo Sud. A stabilirlo è la Commissione internazionale per la caccia alle balene durante una riunione in Slovenia avvenuta in questi giorni.

Un numero scioccante che evidenzia la crudeltà della caccia alle balene in Giappone. Un massacro senza senso che per mesi, con la scusa del “campionamento biologico”, ha tinto le acque di rosso.  Anche se non si rileva nulla di scientifico nell’arpionare una balena incinta, tagliarla e metterla su un piatto, con la scusa della ricerca scientifica, il Giappone consente la vendita della carne di balena nei mercati e nei ristoranti e rivendica il diritto di cacciare in mare aperto dicendosi obbligato a utilizzare “metodi di campionamento letali” necessari per potere osservare ”l’ecosistema marino antartico”.

Secondo la responsabile del programma dell’International Humane Society, Alexia Wellbelove, si tratta di “un’ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, della natura veramente raccapricciante e non necessaria delle operazioni di caccia alla balena, specialmente quando le indagini non letali si sono dimostrate sufficienti per la ricerca scientifica”.

Una caccia che prosegue indisturbata nonostante la sentenza della Corte internazionale di Giustizia dell’Onu, che nel 2014 aveva fissato l’obbligo da parte delle autorità nipponiche di mettere fine una volta per tutte alla caccia alle balene, finalizzata a scopi alimentari, giudicando insoddisfacenti i risultati scientifici ricavati dalle precedenti battute di caccia. Una pratica che ha creato molti problemi con l’Australia, che ha condannato più volte il Giappone per la caccia alle balene condotta nelle sue acque territoriali.  Nel 2017, anche l’Unione Europea insieme a la altre dodici nazioni, ha preso posizione contro il Giappone sulla caccia alle balene. Nonostante ciò al momento Tokyo nega di voler cambiare la propria politica di limitazione della caccia alla balena e dichiara di voler proseguire la missione, nominalmente “scientifica”, per studiare i comportamenti e la biologia delle balene. L’obiettivo, per niente nascosto, è di dimostrare che la pesca a fini commerciali può essere sostenibile senza impattare sul rischio di estinzione dei cetacei. In netto contrasto con tutte le organizzazioni internazionali per la tutela dell’ambiente e delle balene che da anni testimoniano il giro di corruzione legato proprio al commercio della carne considerato un bene alimentare pregiato, la cui domanda fortunatamente sarebbe in calo dall’inizio degli anni duemila.

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