Il summit Kim-Trump

Il summit Kim-Trump

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Solo con il tempo si potranno valutare gli effetti, se ce ne saranno, del summit di Singapore fra Kim Jong- sun e Trump. Dal punto di vista pratico, in effetti, tutto si è risolto in una pura dichiarazione di intenti, diremmo uno spot senza nessun contenuto concreto. Non si sono definiti né modi né tempi né controlli della eventuale denuclearizzata della Corea né tanto meno le condizioni per una pace che segua l’armistizio del lontano 1953. Né tanto meno di un’eventuale riunificazione. Più volte nel passato, l’ultima nel 2005, si era giunti ad accordi ben più precisi che poi sono rimasti lettera morta.

Non si può dire pero nemmeno che si sia trattato solo di uno spot: può darsi che effettivamente sia cominciato un processo di normalizzazione simile a quello che ai tempi di Nixon portò gradatamente la Cina a rientrare nella comunità internazionale e a diventarne con il tempo ormai un pilastro.

In realtà un effetto però si è conseguito: si è fugata definitivamente ogni timore di uno scontro atomico dalle conseguenze incalcolabili che nessuno dei due certamente voleva ma che sarebbe potuto scoppiare in qualunque momento per il concatenarsi imprevedibile di fattori casuali. Quando si sta con il dito sul grilletto può accadere che il colpo parte anche involontariamente.

Per il momento i due protagonisti hanno tutto l’interesse a considerare storico l’incontro e ad esaltarne il valore. Trump infatti può vantare un successo in campo internazionale per aver portato la Corea del nord verso la denuclearizzazione e in prospettiva verso la pace, dall’altra Kim, dittatore esecrato di un piccolo paese, a sua volta può vantarsi di aver potuto incontrare alla pari il rappresentante della più grande potenza mondiale.

Possiamo valutare quanto siano fondate le conseguenze al di là del significato propagandistico. Trump può vantarsi di aver sventato il pericolo della Corea del nord, ma in effetti la Corea non ha mai realisticamente minacciato nessuno. Semplicemente il regime ha bisogno di tenere continuamente in tensione la popolazione per giustificare il clima di emergenza continua che legittimi qualsiasi sacrificio e qualsiasi repressione. L’atomica rappresenta poi per Kim anche un mezzo di pressione per ricevere qualche aiuto di cui ha pure bisogno disperatamente e soprattutto è una polizza di assicurazione per non essere attaccato e rovesciato (al modo che è toccato a Saddam). Quindi non è mai esistita una vera minaccia nordcoreana ma è stato Trump a mostrare di prenderla sul serio. D’altra parte, in compenso, a Kim vengono offerti presumibilmente vantaggi economici di un clima di distensione e in qualche modo anche un’assicurazione di non aggressione: in fondo è ciò che il regime della Corea del nord voleva ottenere. Kim può vantarsi di aver tenuto testa alla più grande potenza mondiale, che non è cosa da poco.

Però vi è anche un certo rovescio della medaglia. Gli USA sono descritti ai nordcoreani ormai da 70 anni come il grande nemico, come il male stesso personificato in una nazione. Si è fatto credere alla popolazione che l’attacco degli USA fosse certo e inevitabile, che anzi esso era imminente e che bisognava prepararsi a resistere, che gli immensi sacrifici richiesti alla popolazione erano assolutamente indispensabili, che il costoso programma atomico era l’unica garanzia.

Come ora spiegare al popolo che invece Kim si incontra amichevolmente con Trump senza rovesciare una mentalità costruita con un’incessante e soffocante propaganda che dura da 70 anni? Non per niente l’incontro di Singapore è stato fatto conoscere alla popolazione solo poche ore prima che avvenisse L’incontro con Trump, che a noi pare un successo di Kim, per i Coreani può apparire una smentita clamorosa di quello che hanno udito fin da quando erano bambini: e questo potrebbe avere come conseguenze imprevedibili per il regime stesso. Più che una transizione ordinata verso il rientro nella comunità internazionale, com’è stato per la Cina, potrebbe essere un crollo improvviso come è stato per il comunismo in Russia. Kim potrebbe anche aver firmato la sua stessa condanna a morte.

Svanisce per il momento però la possibilità dei coreani del nord di liberarsi del regime dispotico e oppressivo dei Kim, dalla miseria nera che la attanaglia da sempre e di poter ricongiungersi ai propri connazionali del sud che hanno raggiunto una prosperità fra le più alte del mondo.

D’altra parte, probabilmente, anche la Corea del sud non sarebbe poi tanto entusiasta di vedersi cadere addosso in una riunificazione tutte le arretratezze economiche e anche culturali del nord.

 In realtà solo il tempo ci mostrerà gli effetti dell’incontro di oggi.

 

 

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