Il 30 giugno esce “La bestia di Brixton”, il nuovo romanzo di Gianni Mazza

Il 30 giugno esce “La bestia di Brixton”, il nuovo romanzo di Gianni Mazza

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Gianni Mazza, informatico per professione, scrittore e attore per vocazione, è al suo secondo romanzo. Dopo “Luda”, esce sabato 30 giugno il suo nuovo lavoro, “La bestia di Brixton”, un thriller psicologico nel quale lo scrittore ragusano ci fa entrare nei labirinti dei disturbi della personalità.
Lo abbiamo incontrato.

La prima domanda è obbligatoria: come mai Gianni Mazza, dopo studi scientifici e un lavoro da informatico, decide di mettersi a scrivere?
In realtà è una passione che mi porto dietro da quando ero un ragazzino. Ci sono due aneddoti della mia vita che credo possano rispondere alla vostra domanda: Il primo risale a quasi 20 anni fa, quando mi ritrovai di fronte un foglio bianco con il desiderio e la voglia di scrivere una poesia da regalare a Cecilia, una mia carissima amica. Quel giorno capii che le parole che scrivevo erano in grado di regalare emozioni e da allora di poesie ne ho scritte centinaia. Anche il secondo momento è legato ad un regalo, e quella volta, in un momento di lucida follia, mi passò per la testa di scrivere un intero romanzo, tuttora inedito e che con buona probabilità rimarrà nel famoso cassetto per sempre. La destinataria quella volta era Elisa, un’altra delle mie più care amiche e l’occasione era il suo compleanno. Ricordo che dopo in quel periodo, attendevo con ansia la sera per uscire insieme a lei e ascoltare il suo racconto delle nostre avventure di carta. Leggere nei suoi occhi l’emozione di trovarsi immersa in un mondo costruito dalle mie parole e di vivere insieme l’avventura partorita dalla mia fantasia è stato magnifico e mi ha fatto capire quanto bello fosse raccontare storie. Se siamo qui, è anche merito di queste due meravigliose persone, che tutt’ora hanno una parte importante nella mia vita.

Il 30 giugno esce La bestia di Brixton, un romanzo che potremmo tranquillamente definire un thriller psicologico che lascia con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Senza svelare l’intreccio della storia, ci vuoi dire di cosa parli?
Il mio protagonista è una persona complessa affetta dal disturbo dissociativo dell’identità, o delle personalità multiple come più comunemente viene definita. Ogni personalità è una persona vera e vive una vita propria ed indipendente: Mark, la personalità scevra da ogni cattiveria, è un attore, ha due genitori che lo adorano e ama ed ha amato una sola donna nella propria vita, Sarah. Lui è il risultato dell’eliminazione di ogni sofferenza ed ogni dolore dalla propria vita. Da una parte questo lo ha reso entusiasta come un bambino per ogni piccola cosa, d’altra parte non lo ha preparato alla cattiveria di questo mondo; Karl invece è la personalità nata dalle lacrime e dalla sofferenza, dagli abusi e dalla violenza. Abusi e violenza che questa personalità vuole trasformare in una forma d’arte tutta sua, in una spasmodica e scellerata ricerca della perfezione. Il romanzo è incentrato su queste due figure, sul sottile equilibrio della vita di Mark, incosciente della presenza di Karl per buona parte della storia e sulla voglia di Karl di costruirsi una vita vera e completa insieme alla donna che ama, Valery.

Com’è nata l’idea di un romanzo di questo genere e perché hai voluto entrare nei meandri della psicopatologia?
Sono sempre stato affascinato dalla mente umana e dai suoi meccanismi di autodifesa. Sono convinto che la normalità sia un concetto così astratto da non poter essere definito in maniera netta e precisa come dicotomia tra bianco e nero e poi avevo voglia di scrivere un personaggio cattivo con cui la gente potesse in qualche modo empatizzare. Ho scritto Karl, ho aggiunto Mark e ho costruito attorno a loro una storia che mi ha permesso di andare avanti con entusiasmo per 330 pagine fino al gran finale.

Scrivendolo ti sei ispirato a qualcuno oppure come spesso accade agli scrittori ci sono elementi autobiografici?
È impossibile non mettere un po’ di sé in ciò che si scrive. Mark, nonostante sia molto lontano da me, è un attore e se ho potuto descrivere le sensazioni che lui prova su un palco è perché quelle sensazioni le provo anche io ogni volta che mi trovo di fronte a centinaia di persone a dar voce ai personaggi che interpreto, e poi avevo il piacere di far vivere nelle pagine del mio libro i miei amici e colleghi di teatro. Oltre a questo, anche le due protagoniste femminili, Sarah e Valery, sono ispirate a due ragazze che hanno fatto parte della mia adolescenza e che ricordo ancora con il sorriso tra le labbra.

Il tuo protagonista soffre di personalità multipla. Per uno scrittore quanto è affascinante riuscire a svelarne la sua reale esistenza?
È stata una sfida seducente e complicata. La mia paura principale era che il lettore non capisse il mio “gioco”. Le prime persone che hanno letto il romanzo non sapevano che Karl e Mark fossero in realtà un’unica persona affetta dalla sindrome dissociativa dell’identità e la mia speranza era che lo capissero da sole, cosa che per fortuna è avvenuta. Nello scrivere una storia del genere, si deve tenere conto principalmente che il personaggio vive più vite in contemporanea, ma che ha un’unica fisicità, non è facile mantenere la coerenza spazio/temporale in queste situazioni e poi è stato fantastico analizzare e mettere nero su bianco questi due personaggi così diversi, dipingendo la loro anima con colori così differenti pur mantenendo la loro forma inalterata.

Sempre parlando del tuo protagonista che vive spesso in situazioni in cui perde la cognizione del tempo, non ricorda cosa è stato fatto in un dato momento, o percepisce una sensazione di estraneità al proprio corpo, pensi che a volte, potrebbe essere utile tale disturbo, magari non in forma patologica ma…?
Personalmente non cancellerei nulla della mia vita, ogni momento, bello o brutto che sia, ha contribuito a rendermi ciò che sono ora. Prendiamo Mark, lui è spensierato e felice, ma non ha gli strumenti per difendersi dal brutto che la vita gli pone di fronte e quando prova a cercali dentro di sé, trova una scatola pressoché vuota.

La storia è decisamente particolare e, a meno che tu non abbia fatto degli studi universitari nell’ambito psicologico, ti sarai dovuto documentare. Quanto tempo hai impiegato nello studio e quanto nella scrittura?
Ho letto tanto sull’argomento. La bestia di Brixton è un progetto nato tre anni fa e tra lettura di saggi, studio di casi clinici reali, bozze dei personaggi, e stesura della trama è andato via più o meno un anno e mezzo, in cui ho letto decine di libri e scritto molte più pagine di quante alla fine ne contenga il romanzo, la prima stesura invece è venuta fuori in un mese estivo di lavoro molto intenso fatto di lunghissime sessioni di scrittura di fronte al mio fido iPad.

Ogni autore ha il suo metodo di lavoro. Ci vuoi raccontare il tuo?
Ogni storia che ho scritto è sempre nata da un sogno, sia esso ad occhi aperti o meno. Non è sempre facile mettere su carta i sogni perché spesso sono parole sconclusionate, schemi, diagrammi pieni di frecce e disegni scarabocchiati. Dopo aver definito l’idea, decido a tavolino quanto deve durare la mia storia in termini di tempo e di spazio, posizionando gli eventi su una linea temporale e dividendo la storia in capitoli dalla trama ben definita. Poi arriva la lunga fase di documentazione, stabilisco gli argomenti, mi documento sui titoli migliori da leggere e studio, studio tanto. In contemporanea inizio a disegnare i miei personaggi a parole, racconto la loro vita e, soprattutto per quelli principali, inizio a raccontarli dall’infanzia fino al presente. Poi arriva la fase di scrittura vera e propria in cui “riempio” i capitoli che ho abbozzato in precedenza, spesso non lo faccio neanche in ordine cronologico, ma vado a sensazione o per storyline e infine la lunga fase di rilettura/riscrittura, fondamentale per riempire i buchi di trama e correggere le imperfezioni che da lettore a me darebbero fastidio.

Tra le tante cose che fai, reciti anche in una compagnia teatrale. Quanto ti aiuta il “mestiere” di attore per quello di scrittore?
A prescindere da quanto mi abbia aiutato per questo romanzo in particolare far parte della Bottega, la mia famiglia teatrale, il “mestiere” di attore e quello di scrittore hanno più cose in comune di quanto si possa credere. Sia che io mi trovi di fronte ad un copione o ad una storia che voglio raccontare, la prima cosa che faccio è cercare di analizzare i personaggi, e questo l’ho imparato principalmente grazie agli insegnamenti del mio maestro, Germano Martorana. Inoltre, recitando, ho imparato a sentire il ritmo della scena o, come dice sempre il mio maestro, a “Mordere la coda in battuta”. Quando scrivo un dialogo provo a recitarlo per capire se su un palco funzionerebbe o meno, cosa che trovo fondamentale per rendere i dialoghi ben bilanciati e con un buon ritmo.

Prima de La bestia di Brixton, tre anni fa, è uscito il tuo primo romanzo, Luda, che tu stesso hai definito “meno maturo” rispetto alla “bestia”. In cosa si differenziano?
Sono storie completamente diverse. Il primo è un romanzo di ricerca, quest’ultimo un thriller psicologico. Quando ho scritto “Luda”, mi mancavano alcuni degli strumenti che ho acquisito nel tempo e, nonostante sia affezionato alla mia protagonista e a tutti i personaggi che ho disegnato in quella storia, con buona probabilità oggi sarei in grado di scrivere tecnicamente meglio la stessa storia, anche se, per fortuna, ho ricevuto riscontri positivi anche per il mio primo romanzo.

Stai già lavorando al terzo romanzo?
Mi definisco un drogato patologico di scrittura che non ha voglia di disintossicarsi. Non riesco a stare fermo per troppo tempo. Sto lavorando a qualcosa che possa mettere in evidenza un argomento socialmente rilevante, ma che non viene trattato quanto meriterebbe: i manicomi/lager in Italia prima della legge Basaglia. La storia che ho in mente è un thriller ambientato tra presente e passato, tra amore e sofferenza, tra vita e morte, ma non voglio svelare troppo, anche perché sono ancora in fase di studio e da qui alla stesura finale sicuramente la trama che ho in mente cambierà notevolmente.

 

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GIANNI MAZZA | LA BESTIA DI BRIXTON

ISBN: 978-88-943464-2-8
Prezzo di copertina: €. 10
Pagine: 318

Nel nuovo romanzo di Gianni Mazza ci sono violenze e omicidi “artistici”. Ma anche amore, teatro e desiderio di vita “normale”. Nel nuovo romanzo di Gianni Mazza c’è Mark, un giovane e promettente attore, che vive in una bella casa, che ha una donna che lo stima e lo ama, un lavoro che lo soddisfa e due genitori affettuosi. Mark vive la vita che tutti desidereremmo.

Mark, però, non è un solo uomo. In lui coabitano Karl, Damian, Jo, Sam, Jimbo, e chissà quanti altri. Perché Mark soffre del disturbo dissociativo dell’identità, e in lui convivono, senza che lo stesso ne sia cosciente, più personalità, indipendenti tra di loro e a volte contrastanti.

Durante il giorno c’è Mark, la sua carriera, la donna che ama, la notte è Karl, insieme a suo fratello Damian, a prendere possesso del corpo e ad andare alla ricerca delle donne per “dipingere” il suo quadro perfetto.

C’è tutto questo ne “La bestia di Brixton”, un romanzo che racconta un mondo sommerso all’interno della mente umana, capace di coinvolgere, spaventare e, al tempo stesso, emozionare il lettore.

 

 

Gianni Mazza è nato a Ragusa nel 1981. Informatico di professione, autore di poesie, racconti e sceneggiature, recita nella compagnia “La bottega dell’attore” diretta da Germano Martorana. Prima de “La bestia di Brixton”, nel 2015 Mazza ha pubblicato “Luda”.

Con la collaborazione degli attori de “La bottega dell’attore”, che ne metteranno in scena alcune pagine, “La bestia di Brixton” sarà presentato sabato 30 giugno, alle ore 19:00, al Teatro Ideal di Ragusa.  

Il romanzo si può già acquistare sul sito di Operaincerta Editore.

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