Iran: disordini nei bazar

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Nei giorni scorsi in Iran si sono registrati disordini di una certa gravità che pare continuino ancora qui e lì. Non hanno la virulenza e la drammaticità di quelli del gennaio scorso che provocarono molte vittime ma hanno un loro significato che non deve essere sottovalutato. A scendere in piazza infatti ora sono i commercianti dei bazar, una specie di ceto medio (detto per inciso, fu la loro adesione che segno la caduta dello Scià).

Innanzitutto bisogna chiarire che non hanno un contenuto ideologico a differenza di quelli che a lungo turbarono la vita del paese nel 2009 in occasione della vittoria elettorale di Ahmadinejad. In quel caso era un parte dei ceti più colti che avrebbero voluto una maggiore liberalizzazione politica, in senso laicista, senza però rinnegare in nessun modo l’ispirazione islamica. Insomma un islam più moderno.

Ora invece, come nel gennaio scorso, la motivazione è puramente economica: non si chiedono diritti civili o maggiori libertà ma maggior lavoro e salari più alti. Assumono però un carattere politico perché la politica estera della repubblica sostiene gli sciiti di tutto il Medio Oriente nella lotta insensata che li oppone un po’ dovunque ma soprattutto in Siria ai sunniti. Pertanto i dimostranti chiedono di non impiegare risorse economiche per paesi lontani e di destinarle invece agli iraniani poveri, Insomma, anche in Iran si manifesta come dappertutto nel mondo “prima i connazionali” (Iran first). Soprattutto però la politica estera iraniana incorre in uno scontro non solo con i sunniti ma anche con gli USA preoccupati di un eventuale, vago pericolo per Israele e sono alleati con la fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita. Le sanzioni USA sono infatti un pesante colpo all’economia iraniana. Non per niente il presidente israeliano non nasconde la sua soddisfazione per i disordini nella speranza che essi possano mettere in difficoltà il regime.

L’Europa non segue Trump nelle sanzioni che appaiono del tutto ingiustificate e comunque controproducenti ma gli Usa minacciano sanzioni contro quelle imprese che non rispettino le sanzioni verso l’Iran. Un vero sopruso internazionale ma il conflitto USA-UE è già abbastanza acuto per non complicare ancora di più le cose.

Tuttavia non bisogna pensare che l’Iran sia in crisi economica: il suo Pil cresce regolarmente ma non cresce abbastanza per risolvere i problemi di una secolare miseria.

Quello di nuovo che è avvenuto in questi mesi è una notevole inflazione dovuta alla perdita di valore sui mercati internazionali della moneta nazionale causata dall’incertezza politica, dalla mancanza di sicurezza degli investimenti nel paese. Per quanto riguarda la crisi della moneta sono stati creati vari cambi: c’è un cambio ufficiale per i prodotti di commercio aiutato dal Governo che è 1 a 4. Il cambio non ufficiale è di 1 a 8 o 1 a 10.

Gli stessi iraniani che avevano dei risparmi sono corsi a comprare moneta straniera per precauzione cosa che è certamente un effetto fortemente negativo sulla economia nazionale.

D’altra parte le liberalizzazioni promosse da Rouhani hanno riguardato solo l’economia di basso livello, ovvero i commercianti, mentre quella di grande livello è ancora in mano ai Guardiani della Rivoluzione. Questi costituiscono lo zoccolo duro non solo della politica estera, della islamizzazione del paese, ma anche hanno uno smisurato potere economico in eredità dall’economia di guerra che caratterizzò il paese nel suo sanguinoso scontro con l’Iraq di Saddam Hussein. Difficilmente però il governo Rouhani sarà costretto alle dimissioni: tutte le forze che contano in Iran non vogliono una destabilizzazione dello stato dalle conseguenze ingovernabili e imprevedibili.

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