È morto Claudio Lolli

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Si è spento ieri, aveva 68 anni, Claudio Lolli, il cantautore bolognese che è stato uno dei simboli della scena musicale degli anni settanta. Nato artisticamente con Aspettando Godot, uscito nel 1972, è stato da tutti etichettato come un cantautore “triste”, per via delle sue canzoni malinconiche e per i suoi arrangiamenti scarni, ma è considerato anche uno dei maggiori esponenti del cantautorato di quegli anni, seguito e apprezzato da tanti.

Dopo Un uomo in crisi e Canzoni di rabbia, nel 1976 esce il suo quarto album, Ho visto anche degli zingari felici, che finalmente ne cambia l’immagine: Zingari felici è un album ricco musicalmente nel quale si parla di terrorismo, femminismo, emarginazione.

È l’ultimo album di successo per Lolli. Il successivo, Disoccupate le strade dai sogni, del 1977, con le sue sonorità jazz e gli arrangiamenti “diversi”, è un capolavoro ma non ottiene nessun successo commerciale proprio perché difficile da ascoltare. È anche l’inizio del suo declino artistico.

Negli anni successivi pubblica diversi album, spesso con etichette minori, ma che non hanno molta fortuna. È dello scorso anno il suo ultimo lavoro, Il grande freddo, che ottiene la “Targa Tenco” per il miglior album dell’anno.

Personalmente ho diversi ricordi legati a Claudio Lolli. Quello a cui più tengo è legato al fatto che per me, a differenza di tanti miei amici dell’epoca, Lolli non è mai sembrato monotono o triste. Anzi, al contrario, l’ho sempre trovato piacevole da ascoltare. Aspettando Godot era addirittura l’LP che mettevo più spesso sul giradischi nei momenti in cui ero di malumore. Continuo a farlo ancora adesso.

Claudio Lolli e Paolo Capodacqua, nel 2005, sul Ponte Nuovo a Ragusa

L’ho visto in concerto diverse volte, l’ultima nel luglio del 2005, un concerto tenuto a Ragusa sul Ponte Vecchio. In quell’occasione l’ho anche intervistato per il mensile Operaincerta.

Vi ripropongo quella chiacchierata.

Sei stato il più politicizzato della “nuova canzone”. Poi per un po’ sei scomparso dalla scena musicale. Adesso sei tornato a cantare e nel frattempo hai pubblicato alcuni libri. Chi è in realtà Claudio Lolli?
Mah, questo non lo so. La situazione cambia e anch’io cambio rispetto alla situazione. Sostanzialmente c’è una linea di continuità, almeno per quello che riguarda la musica. Poi ho sperimentato anche altre forme di comunicazione e non è detto che non continui. Questo tipo di musica è abbastanza vicino alla letteratura, in particolare alla poesia, e allora perché non approfittare di queste “vicinanze”, di questi giardini non chiusi. Ho sempre cercato di raccontare, parlare, comunicare in modo più meno deciso, rabbioso, composto. Non c’è un destino prescritto.

Ho chiesto ad alcune persone se avessero intenzione di venire a vedere il tuo concerto. Mi hanno risposto “Ma chi, Lolli? Quello degli anni settanta? No, grazie, troppo triste”. Questa cosa non ti dà fastidio?
No, mi dispiace per loro! Mi dispiace per loro perché è una vecchissima immagine che non corrisponde assolutamente alla mia musica, alla mia produzione, però l’accetto, non posso farci nulla. Ho tentato in molti modi di modificare questa prima impressione ma non ci sono riuscito. E poi ti posso dire un’altra cosa: la malinconia e la tristezza è una grande forma di conoscenza, è un approccio critico al mondo molto positivo.

Io trovo che nei tuoi testi c’è anche altro: c’è ironia, per esempio.
Secondo me sì, ma anche se fosse quello, è comunque una forma importante di critica del mondo. Svelare il disagio e l’incapacità di vivere di una generazione non è una cosa da poco.

Quando si parla di Lolli, si citano sempre i primi dischi e si disconosce la produzione più recente che, a mio parere, è forse anche migliore.
Io ne sono convinto! Purtroppo siamo in Italia. Il mio amico Freakantoni diceva che in Italia non c’è gusto ad essere intelligenti. Ad un certo punto è cambiato, perdonami la parola, il trend musicale per cui, i miei dischi, è stato molto difficile produrli, farli uscire e, soprattutto, farli ascoltare.

Che cosa bolle ora nella pentola di Claudio Lolli?
Un nuovo disco che dovrebbe uscire nella prossima primavera, mentre l’anno scorso ho pubblicato un libro di poesie. Io faccio questo strano tipo di mestiere, che non è un mestiere, che è quello di produrre parole, racconti, idee, che poi qualcuno accoglie, raccoglie.

Vieni spesso in Sicilia…
La Sicilia è un posto che mi ama. Certo, è un amore di queste dimensioni (il Ponte Vecchio a Ragusa, ndr), non è da stadio, ma a me va bene così.

Un tempo si pensava che i cantautori fossero la fonte della verità…
Mi sembra eccessivo…

Può darsi che lo sia stato. Ma io vorrei chiederti la tua opinione sull’Italia di adesso, visto che tu giri parecchio e conosci diverse realtà.
La verità non ce l’ha nessuno, anche perché viviamo nel regno della bugia, in un luogo di finzioni assolutamente devastanti. Io credo che la parola poetica, o parapoetica, possa combattere la finzione. Ha una sorta di verità, almeno emotiva. E quando tu esci da un concerto avendo provato una qualche emozione e ti rendi un po’ meglio conto della tua vita e di come la vivi, questo può dare un senso, può distruggere il castello dell’inganno da cui siamo governati. La verità emozionale ha dentro di sé una politicità, magari implicita, o forse è anche meglio che sia implicita. Non è necessario sapere la verità, quanto vivere con verità. Questo sì che è importante

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