Il dopo del ponte di Genova

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Otto giorni fa, i genovesi guardando quell’orizzonte così familiare non ci credono: “ È venuto giù il ponte, un disastro, oh mio Dio” gridano al cellulare che registra l’immediatezza del dopo. Tecnologia moderna, perennemente connessa, che conferma lo stupore, le urla, l’angoscia di chi non era preparato a quel cambio di panorama familiare. Il ponte Morandi, inaugurato nel 1967 ha rappresentato per 50 anni l’unico modo per auto, moto, camion e tir di oltrepassare il torrente Polcevera senza utilizzare la viabilità ordinaria. E poi alle 11.36 di quella mattina del 14 agosto, la pioggia battente, le macchine che sfrecciano nel traffico del ferragosto, verso l’imprevedibile. Un attimo e restano due tronconi, il conto della tragedia, pesante, con il suo numero di morti e feriti e il simbolo del destino. Quel camion verde, che ha rallentato pochi secondi, sufficienti a non morire. Un camion che tutti conoscono, rimasto sul ciglio del baratro con il motore ancora acceso per giorni, mentre tutto attorno si attivavano i soccorsi e le ruspe scavavano per cercare vite umane nel cumulo di macerie.

Un simbolo a cui ci attacchiamo. Per noi che viviamo, quel simbolo a un passo dal vuoto è un segno di speranza che quel boato che ha squarciato la città cancellando per sempre il viadotto non accada mai più. Sui social si rincorrono le immagini, nel caos e nell’incredulità, sì perché a guardarle adesso quelle travi di cemento degradate, quei tondini scoperti, quelle case a ridosso della ferrovia che aprendo la finestra vedevano travi e pilastri, quel pezzo di cemento infilzato nel tetto, quelle abitazioni, con le centinaia di persone occupate nel tram tram quotidiano e miracolosamente risparmiate, diventano un altro simbolo. Noi che viviamo, abbiamo bisogno di simboli affinchè quel sentimento, quella speranza che riaffiora guardando in su, proprio su quel troncone di cemento armato ancora sospeso nel vuoto, ci sorregga.

Quel ponte ha ceduto cambiando il volto della città e in quello schianto anche la nostra percezione di sicurezza è cambiata. Sui social la rabbia e la paura. Foto denuncia di pilastri degradati, attaccati dalla ruggine che mostrano il ferro con le condivisioni che si rincorrono in una rete in preda alla psicosi dei crolli. Tutti segnalano le infrastrutture scricchiolanti di questa società in avaria. Tanti i ponti da controllare e che preoccupano, vecchi, da revisionare e non adeguati alla nuova viabilità. E su tutti quel nome, Morandi, associato alla morte, e alla sue opere ingegneristiche presenti in Italia. Timore e segnalazioni che cadranno nel silenzio del tempo. Siamo abituati ad affidarci alla fantasia di chitarra e mandolino. Siamo o non siamo un popolo di santi, poeti e naviganti del web?

Nel frattempo l’elenco delle vittime accertate, i funerali e la sospensione degli scavi. Ora è compito della magistrature e della politica. Da dove si riparte? Dalla ricostruzione, dal dolore che quel salto nel vuoto ha portato, dalla vita che è cambiata per chi resta e piange i propri cari? Dai fondi per il risarcimento o dalle polemiche per una manutenzione ordinaria e straordinaria non adeguata?  

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