La mia vita è musica

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Si vive di musica quando il mondo è troppo grande e troppo incasinato ed essa ti aiuta a capirci qualcosa, a riempire quei buchi che la realtà ha involontariamente creato. La musica ti dà quelle parole per poter parlare, quelle emozioni per esprimerti, ti dà la forza di vivere un sogno. La musica può essere anche una ragione di vita, parola di Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 2017. Lo abbiamo intervistato in terra sicula, terra in cui il cantante è nato e vissuto e dove ritorna appena ha qualche momento libero.

Cosa facevi prima del talent?
Una vita normalissima: ho studiato presso il conservatorio di Piacenza, una volta conclusi gli studi sono tornato a casa e mi sono detto: “Proviamo a vivere facendo questo mestiere”, così mi sono dato all’insegnamento per un anno. Insegnavo canto a grandi e a piccini ed è stata davvero una bellissima esperienza, ma mancava qualcosa, mancava il palco e l’esperienza in prima persona e quindi quando è arrivata l’occasione di poter fare un qualcosa di grande mi sono buttato.

Come mai hai scelto “X Factor” e non un altro talent?
In realtà non conoscevo molto bene neanche X Factor, perché seguo poco i talent. Però tra tutti, questo mi è sembrato quello più centrato sulla musica. Avendolo vissuto totalmente, fino alla fine, è stato proprio così. È un programma in cui ogni giorno, dopo esserci svegliati, iniziavamo a cantare oppure si viveva di musica in maniera diversa. In quel periodo non c’era sabato o domenica, c’era solo musica e per me questa è stata una vera e propria esperienza improntata su ciò che amo.

Cosa mi dici del tuo coach, Mara Maionchi?
Lei non si reputa un’artista ma io credo fortemente che lo sia, magari non avrà doti artistiche e musicali pazzesche ma è una che sa quello che tratta e capisce chi è giusto per questo mondo ed ha quel fiuto che serve per sapere cosa piace alla gente, cosa può andare e cosa no.

Da dove è nata la tua passione per la musica?
Sinceramente non so bene rispondere a questa domanda. Crescendo ho scoperto che c’era già dentro di me. Sai quando ti appassioni a qualcosa senza un perché? Ecco, io all’età di sei, sette anni ho capito che la musica che mi facevano ascoltare i miei e che sentivo alla radio o in tv era una cosa molto bella e che potevo anch’io spendermi per questa. Così ho iniziato a studiare pianoforte, danza, teatro, canto e tutte attività inerenti alla musica. Poi ho capito che il canto era la strada giusta per me.

Ti aspettavi così tanto successo?
No! Per niente. Se penso ad un anno fa e ai primi step, l’unica cosa che mi veniva in mente era: “Bah! Chissà dove andiamo? Chissà dove mi fermo?”. In realtà è andata bene fino alla fine ed è stato completamente inaspettato. Quei due mesi sono stati pieni di tante cose, in cui le aspettative non erano queste. Poi, quando arrivano le cose inaspettate, te le godi di più e fai fatica a crederci.

Viaggi molto allora?
Sì, ormai vivo a Milano ma chiaramente facendo questo mestiere non sei mai fisso in un posto, diciamo che la mia seconda casa è l’aereo. La prima sarà sempre Ragusa.

La maggior parte delle tue canzoni sono scritte e cantante in inglese, come mai ha scelto questa lingua come lingua veicolante e non l’italiano?
Ho una vocalità che si può prestare anche all’estero, quindi entrando in un mondo discografico e in un’ottica musicale più amplia ho notato che chi canta in italiano ha difficoltà ad emergere all’estero e quindi rimane un po’ limitato a quello che è il mercato italiano. L’inglese, essendo una lingua universale, è il mezzo più giusto anche se, chiaramente, preferirei cantare l’italiano. Avendo cantato all’estero e non solo in America ma anche in altre parti del mondo ti posso dire che l’inglese rimarrà sempre quel linguaggio universale che tutti poi capiscono. Questo è un mestiere in cui si devono veicolare emozioni quindi il linguaggio più semplice deve essere quello chiaro.

Ti ispiri a qualcuno?
Sì, ho diversi mentori a cui m’ispiro. Il grande Luciano Pavarotti, che rimane sempre una stella a cui guardare sempre, perché è stato il primo che ha saputo miscelare questi due generi che poi un po’ mi appartengono. Io sono il tipo che non si sofferma solo su un genere.

Qual è il tuo più grande sogno?
Di poter continuare a vivere di musica. Gli obiettivi ci sono e se si realizzeranno sarà stupendo.

Hai progetti futuri?
Assolutamente sì! Uno, imminente, stasera, e cioè cantare per la prima volta dopo X Factor a Ragusa con tutti gli amici musicisti, l’orchestra e regalare, a chi in primis mi ha sostenuto, un po’ di quello che abbiamo vissuto. Dopodiché tornerò a Milano perché ho parecchio lavoro da svolgere. Il 4 ottobre esce un film della Warner Bros a cui ho regalato la voce. Il film si chiama “Smallfoot” e questa è una nuova esperienza in cui mi sono visto non solo cantante ma anche attore. Poi penserò al disco. In cantiere ci sono progetti grandi ma soprattutto musica nuova.

Questa sera, in occasione del quarantennale dell’Avis (Associazione Volontari Italiani Sangue) di Ragusa canterai nella tua città, nel piazzale antistante lo Stadio Selvaggio. Com’è nata questa collaborazione con l’Avis?
È stata la cosa più naturale possibile. Il Presidente Roccuzzo prima mi diceva “L’Avis fa 40 anni ed è diventata un’eccellenza. Abbiamo voluto festeggiare questo traguardo con un’altra eccellenza”, queste parole mi hanno davvero emozionato. Poi, essendo un donatore, ho sposato subito questo progetto.

Cosa ti aspetti da questo concerto?
Mi aspetto tanta gente che vuole divertirsi, condividere un momento bello e diverso. La musica non deve distrarci ma deve farci stare bene.

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