Il caso Khashoggi

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I fatti sono noti: il giornalista saudita Khashoggi, (traslitterato anche in Kashoggi), rifugiato in Occidente, aveva bisogno di un documento per sposare legalmente una cittadina turca. Si era quindi recato al consolato saudita di Instambul per prelevare il documento non senza timore, tanto da incaricare la fidanzata di avvisare le autorità turche nel caso che non fosse uscito entro qualche ora. Ma, come ormai accertato dalla polizia turca e riconosciuto dalle stesse autorità saudite, il giornalista è stato subito arrestato, presumibilmente torturato, e quindi ucciso e il suo cadavere fatto sparire Un fatto di incredibile ferocia per noi Occidentali e anche per il M. O. compiuto poi da un regime retto da un personaggio Salman la cui ascesa al potere fu salutato come una modernizzazione del paese. Quello che però non si comprende è perché mai tanto accanimento verso un giornalista che aveva fatto, è vero, delle critiche ma, tutto sommato, moderate e limitate. Bisogna capire allora chi era questo giornalista, per noi occidentali sconosciuto. Non si tratta di un comune articolista ma di un membro importante e influente dell’establishment saudita. Era un nipote di un più famoso Khashoggi noto nelle cronache mondane occidentali degli anni ‘80 per l’ostentazione stravagante di una immensa ricchezza, un prototipo dei favolosi principi arabi.

Il giornalista Khashoggi fu direttore del principale giornale saudita al Watan (in arabo: la nazione) ma nel 2003 fu licenziato in tronco per un suo articolo critico su per un personaggio Taymiyya (altra translazione: Tahawayy), sconosciuto in Occidente ma di grande importanza nel mondo islamico (paragonabile a San Tommaso nel pensiero cattolico). Si tratta di un autore del 1200 (contemporaneo quindi di San Tommaso) un ulema (giurista, noi diremmo filosofo o teologo ma nell’islam non esiste questo ruolo), che considerava chiusa la fase interpretativa del corano e degli heidith (in arabo taglid). Anche tuttora nei seminari cattolici viene insegnata la filosofia tomistica. Per i radicali islamici quindi è il punto di riferimento della sharia e ad esso faceva riferimento ibn al-Wahhāb che fondò nel 1700 appunto il wahabismo. Khashoggi allora si trasferì in Occidente ma dopo alcuni anni torno a dirigere al Watan da cui però fu ancora una volta estromesso per un articolo pubblicato, ma non suo, considerato eterodosso. Fu però poi fra i dirigenti di al arabya, la concorrente di al jazeera finanziato dai sauditi (e anche dagli USA). Nel dicembre del 2016 fu però improvvisamente estromesso non si sa bene per quale motivo: ufficialmente si addusse non il solito motivo religioso ma il fatto che aveva criticato Trump. Una motivazione veramente stramba anche se si tiene conto che Trump ha rinsaldato i legami con i sauditi, legami che d’altra parte sono sempre stati strettissimi (la 1° Guerra del Golfo fu fatta proprio per difendere i Sauditi).

Khashoggi allora è ritornato in Occidente e ha iniziato una campagna su giornali occidentali contro il regime saudita sostenendo principi occidentali. Soprattutto il suo profilo Twitter ha raggiunto il maggior seguito di tutto il mondo arabo, circa due milioni di followers.

Si può allora pensare che Salman si sia sentito seriamente minacciato da un importante esponente dell’establishment con tanti contatti e che riusciva ad avere tanto popolarità da essere seguito un po’ da tutte le persone giovani e istruite sulla rete. Salman si è presentato come l’innovatore, il modernizzatore, e ha fatto il gesto simbolico di permettere alle donne di guidare. Ma Khashoggi andava molto più in avanti proponendo principi occidentali di uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere da religione, etnia e addirittura di sesso. L’Arabia si è impelagata in una terribile e sanguinosa guerra contro gli houthi, una organizzazione formata da una setta simile agli sciiti, ai confini con lo Yemen (di cui per prudenza nessuno parla in Occidente). Deve poi tener conto degli equilibri religiosi interni e muoversi su una stretta linea fra whahabismo, dottrina ufficiale dello stato che non si vuole rinnegare e una innovazione molto, molto prudente in senso occidentale. Il permesso di guidare è stato concesso alle donne ma solo con il parere favorevole del consiglio degli ulema. Non sappiamo quanto poi quanto il reggente Salman (il re rimane sempre il suo omonimo padre) effettivamente sia forte all’interno di quell’universo dirigente saudita formato di qualche migliaia di persone che si considerano tutti parenti.

Quello che appare chiaro è che a Riad siamo in una situazione simile a quella della corte imperiale cinese (o romana o bizantina o turca) in cui congiure e repressioni sanguinose determinano chi prende e chi perde il potere. La cosa più saggia è fare fuori materialmente tutti quelli che possono opporsi prima ancora che siano veramente in gradi di opporsi.

Imperatori romani e cinesi, re e principi medioevali facevano strage dei parenti maschi che potevano aspirare al trono e in verità Stalin e Mao estesero la pratica anche a milioni di semplici cittadini. Episodi come quello di Khashoggi mostrano quanto in Arabia siano lontani dalle democrazie occidentali, dove si cambiano i governanti senza tagliare le teste.

Non si prevede poi che ci saranno veramente delle conseguenze sul piano internazionale. Certo, Trump non metterà in forse il contratto di 110 miliardi per armamenti con i Sauditi, e nessuno dei suoi predecessori lo avrebbe fatto, in verità. Le voci che vorrebbero condizionare i commerci al rispetto dei diritti umani sono sempre più flebili o meglio sempre più astratte e teoriche. L’Occidente che chiude gli occhi davanti alla strage dei houthi, perché mai dovrebbe preoccuparsi poi tanto di un singolo componente della stessa élite saudita, fatto fuori in modo atroce per oscuri conflitti interni?

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