Arrivederci Pope

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Dopo quattro anni, è arrivato al Padua nel novembre 2014, German Pope Greco lascia Ragusa per trasferirsi in Inghilterra, a Bristol. Dopo tre stagioni sulla panchina biancazzurra («Al Padua mi sono fin da subito sentito a casa») e una quarta su quella del Ragusa Rugby Union, a poco più di un mese dall’inizio della stagione 2018/2018 e a pochi giorni dall’inizio del campionato, l’allenatore argentino ha deciso di dare un taglio alla sua esperienza siciliana. Nonostante gli attestati di stima che in questi anni gli sono arrivati da tutto l’ambiente rugbistico isolano e non.
Nel momento in cui pubblichiamo questa intervista, German Greco è già arrivato in terra inglese. Italianotizie lo ha incontrato poco prima della partenza.

German, proviamo a fare un bilancio, sia umano che sportivo, di questi quattro anni trascorsi a Ragusa?
Sono stati anni molto positivi, anche se queste ultime settimane per me non sono state belle.  A Ragusa sono stato veramente molto bene e nel Padua ho trovato una seconda famiglia. Anche per questo ho potuto lavorare bene. La stessa cosa non posso dire dell’ultimo anno. Quando si è iniziato a parlare di fusione tra Padua e Audax io sono stato uno di quelli che ha più creduto nel progetto. Ma adesso ne sono deluso, molto deluso. Forse la fusione è stata un errore.

Sei arrivato a fine 2014, te ne vai oggi. Vogliamo parlare di queste quattro tue stagioni in panchina?
Quando sono venuto a Ragusa il campionato era già iniziato e il Padua era in serie B. Purtroppo quella stagione si è conclusa con la retrocessione ma per fortuna il gruppo ha superato facilmente la delusione per il declassamento e l’anno successivo abbiamo disputato un’ottima stagione in serie C, mancando la promozione solo all’ultima giornata con l’Afragola. Ma quello era un campionato di altissimo livello, nel quale c’erano squadre molto forti. Quell’anno ho lavorato molto bene anche perché ho potuto contare su un gran numero di giocatori. La stagione successiva, invece, i ragazzi erano molto meno e di positivo c’è stato solo il mantenimento della categoria. È stato un anno di transizione, prima della fusione.

Quale di queste stagioni ricordi con più piacere, e in quale sei rimasto più deluso?
Certamente la seconda, quella del finale testa a testa con l’Afragola, è quella in cui ho lavorato meglio, sia perché avevo tanti giocatori a disposizione ma anche perché i ragazzi in allenamento erano sempre disponibili e con tanta voglia di fare. Peccato solo per la promozione mancata. Devo invece dirti che non c’è nessun campionato che ricordo con dispiacere. A volte le stagioni si concludono bene, altre volte meno, ma anche in quelle nelle quali non ottieni il risultato che ti eri prefisso c’è da trovare sempre qualcosa di positivo. Per il modo in cui è finita la mia esperienza a Ragusa, sono deluso solo da quest’inizio di stagione. Delusione che ha portato alle mie dimissioni.

Ecco, le tue dimissioni. Ne vogliamo parlare? Perché ti sei dimesso?
Perché quando sul lavoro non sono messo in condizioni di dare il 100% preferisco fare un passo indietro.

Che cosa ti è mancato per dare il massimo?
Diciamo che non mi sono sentito parte del progetto. Nel lavoro di allenatore e responsabile tecnico la comunicazione con la dirigenza è fondamentale. Se manca non si riesce a lavorare bene, perché non ti è chiaro quali sono le linee guida della società, e alla fine del lavoro non capisci se hai fatto bene o fatto male. Inoltre, per alcuni dirigenti era come se la fusione non fosse mai avvenuta, e vivere in un ambiente con due anime, con una forte divisione interna non è facile, non mi ci sono trovato.
Infine, non ho mai condiviso il modo in cui è stato interpretato il ruolo del dirigente. Chi dirige una società sportiva deve pensare al futuro, non guardare a quello che accade in campo la domenica. Il dirigente deve programmare, nel Ragusa Rugby non è stato così. Tengo comunque a sottolineare che tutte queste mie perplessità le ho comunicate al presidente e alla dirigenza, ma da parte loro non ho avuto alcuna risposta. A quel punto non mi rimaneva altro che rassegnare le mie dimissioni.

Possiamo dire che la dirigenza non aveva fiducia in te?
Credo si possa dire, anche perché ho saputo che il presidente e qualche dirigente hanno dovuto fare la voce grossa perché fossi io l’allenatore della nuova società. Evidentemente non tutto il direttivo era d’accordo con la scelta. Personalmente sono a posto con la mia coscienza perché so di aver lavorato dando sempre il massimo e vado via senza alcun rimorso.

Pope, oltre a Ragusa hai allenato prima a Jesi e poi a Cogoleto. Che differenze hai trovato in queste realtà?
Sono tre situazioni molto diverse. A Jesi sono arrivato in un momento di crescita e oggi è diventata un’ organizzazione molto importante non solamente per il rugby ma anche per la vita sociale che gira attorno alla squadra. All’interno del loro impianto sportivo hanno costruito la “club house”, la palestra, un ristorante e adesso c’è anche un’intensa attività extra sportiva che coinvolge le famiglie. A Cogoleto invece il momento d’oro è coinciso con la passione del presidente dell’epoca. Quando motivi personali lo hanno allontanato dal rugby, la società si è dovuta ridimensionare. Ciò vuol dire che, per il bene del movimento, non si può contare sul contributo di una sola persona.

Mi rendo conto che fare classifiche non è mai bello ma te lo chiedo ugualmente: dove ti sei trovato meglio?
Sono stato bene in tutti e tre i posti e in ognuna di queste città ho lasciato amici. Devo però dire che a Ragusa l’accoglienza è stata molto, molto calda. Per fortuna sto partendo con gli stessi chili che avevo al mio arrivo dall’Argentina, ma il rischio di lasciare Ragusa ingrassato è stato molto concreto (ride, ndr). I ragusani mi sono stati tutti vicini. Un esempio per tutti: appena arrivato ho avuto una colica renale e mi sono ritrovato tutta la famiglia del presidente Vindigni a coccolarmi e confortarmi. E dopo averti detto questo non posso negare che al primo posto in questa particolare classifica metto certamente Ragusa.

Adesso stai per partire per Bristol. Che cosa andrai a fare?
Andrò a Bristol per lavorare in un magazzino di prodotti alimentari e ne approfitterò per imparare l’inglese.

Dunque niente rugby?
Il rugby mi manca già, quindi mi piacerebbe trovare anche una società con la quale collaborare. Non riesco ad immaginarmi lontano dal rugby, ma in questo momento la mia priorità è il lavoro. E liberarmi la testa da quanto di brutto ho vissuto in queste ultime settimane.

Che cosa ti porti via da Ragusa?
Porto con me tanti bei ricordi e le bellissime amicizie che ho costruito in questi quattro anni.

Il tuo è un addio o un arrivederci?
Un arrivederci! Come si fa a non avere voglia di ritornare in un posto in cui sei stato così bene?

 

 

 

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