Alzheimer nuovi approcci alla malattia

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Mette in crisi tutti, la malattia che prende il nome del neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907. L’ Alzheimer si manifesta inizialmente con una progressiva amnesia. Il cervello è come un grande albero che, con il passare del tempo viene potato, si tolgono dapprima le parole, piccole cose, poi si entra in una specie di labirinto perdendo lentamente tutta la memoria fino a non riconoscere più nemmeno i familiari, una potatura che diviene sempre più intensa ripercuotendosi sulle capacità di parlare, pensare e agire. Si perde coscienza, tutto si disgrega, si vaga nella confusione, si ritorna alla primordialità con conseguente complessità di disagi psico-fisici.

Inutile le frasi: Mamma, ti ricordi… ? Una malattia subdola che non lascia scampo, nessuna terapia risolutiva, per ora. Il malato si trova intrappolato e non gli rimane che la resistenza e la ribellione, che si trasformano anche in aggressività.  È legata all’invecchiamento, una conseguenza normale, il dato genetico, tanto quanto il carattere sono fattori che influiscono sulle probabilità di insorgenza della malattia. Ma come combattere l’isolamento a cui il cervello obbliga, se non esistono cure?

Con affetto e accudimento. Incoraggiare una vita attiva serve moltissimo. Strategie lontane dai farmaci che riattivano l’emotività dal potere eccezionale. L’esempio ci viene dall’Olanda e precisamente dal primo villaggio per malati di Alzheimer. Case con giardini fioriti, fontane, supermercato, cinema, chiesa, ristorante. Un luogo, con la costante supervisione di accompagnatori, sempre presenti, pensato per tutti gli stadi della malattia.

Qual è la filosofia che dona speranza e conforto?

Incoraggiare una vita attiva e, per quanto possibile normale, anche per le persone con ridotte capacità cognitive. Per questo, ogni giorno, vengono organizzati vari laboratori, concerti e gite, conditi qua e là da attenzione, supporto, abbracci e solidarietà. L’ingresso è libero ai parenti e ai cittadini che vogliono collaborare. Ogni mese arrivano, in visita, anche i bimbi della scuola materna ed elementare per trascorrere una giornata con i nonni particolari.

 Un modello di normalità chiamato Hogewey, un quartiere di Weesp, la cittadina a quindici minuti da Amsterdam, in cui gli ospiti conducono una vita simile alla precedente. Non è un ospedale e neppure un ricovero, ma una casa, tante case, 23 per l’esattezza, che diventano la “loro casa” dove si applica la terapia del ricordo, ecco perché è fattibile che si possano portare oggetti personali, fotografie e perfino mobili. Molto più utili delle medicine. Una realtà umana sostenibile, un positivo modello olandese percorribile che ci offre una nuova visione di una malattia che fa paura e che fino ad oggi costringeva all’isolamento le persone che di fatto si trovavano emarginate dalla società perchè della loro realtà, qualunque fosse, avevano perso le tracce, avendo perso le coordinate della mente.

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