È la base che deve spingere la Nazionale

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La vita di Gianni Amore è strettamente legata al mondo del rugby. Nato a Messina 65 anni fa, da giocatore ha vestito diverse maglie (Cus Messina, Ambrosetti Torino, ASR Milano, Amatori Milano), militando in tutti i campionati, dalla C alla A. Da allenatore si è seduto sulle panchine di Cologno Monzese, Parabiaco, Amatori Milano, Velate, Chicken, Cesena, Ragusa. È stato poi dirigente sportivo, presidente del Comitato Regionale siciliano e, in ultimo, candidato alla presidenza della Federazione Italiana Rugby nel 2012, arrivando terzo, dopo Alfredo Gavazzi e Amerino Zatta, con circa il 6% dei voti. Negli ultimi anni è stata voce critica nei confronti della FIR. Italianotizie lo ha incontrato.

Gianni, tu hai giocato tanti anni ad alto livello, da allenatore della mischia hai vinto un tricolore con l’Amatori Milano poi, ad un certo punto, sei venuto ad allenare il Padua Ragusa.
A lungo ho giocato e poi allenato continuando a svolgere il mio lavoro da bancario. Ad un certo punto ho deciso di provare a far diventare “lavoro” la mia attività rugbistica e per un anno ho allenato a Cesena. Poi mi ha chiamato il Padua, che all’epoca giocava in serie B. Quell’anno, nonostante in squadra ci fossero tantissimi giovani, ci siamo salvati ma, poiché la società era molto indebitata, abbiamo deciso di rinunciare alla categoria e ripartire dalla serie C. Contemporaneamente mi sono dedicato al ruolo di direttore sportivo e, grazie ad alcune iniziative, il numero dei tesserati nelle giovanili ha avuto un grande incremento. Tra i miei ricordi più piacevoli ci sono gli incontri tra le selezioni siciliane Under25 e Under18 rispettivamente con la Nazionale A e quella Under18 di Malta, organizzati per i quarant’anni del Padua, e soprattutto la partita del 2008 tra la nostra Nazionale A e l’Inghilterra Saxson al Selvaggio di Ragusa.

L’anno successivo sei stato eletto presidente del Comitato Regionale FIR.
Una carica durata poco: quattro consiglieri si sono dimessi, facendo mancare il numero legale per continuare a svolgere il mandato. Così la FIR è stata costretta a commissariare il Comitato e, poiché l’allora presidente Dondi aveva apprezzato il mio lavoro, sono stato nominato commissario. Da commissario portai il Comitato a nuove elezioni e fui rieletto.

Nel 2012 si sarebbero tenute le elezioni per la presidenza della Federazione e tu hai deciso di candidarti. Da quel momento sono iniziati i tuoi guai con la giustizia sportiva.
Avevo già deciso di non ricandidarmi per la carica di presidente regionale perché volevo ritornare a vivere in Lombardia invece ho corso per la presidenza della FIR ma, come sai, ho ottenuto poco più del 6 percento dei voti, superato da Gavazzi e Zatta. Durante la campagna elettorale, per non aver sottoposto il bilancio del comitato ai consiglieri, adempimento impossibile da effettuare dal momento che non esisteva più il Consiglio, sono stato squalificato per 5 giorni.  La brevissima squalifica avvalora il fatto che l’accusa nei miei confronti era ridicola.

Il pugno è stato più duro qualche tempo dopo.
La seconda volta ho avuto tre mesi di squalifica per aver dichiarato ad un giornale quanto fosse strano il fatto che la FIR, federazione dilettantistica, facesse da sponsor ad una associazione, le Zebre, che nonostante fossero un’associazione sportiva dilettantistica, avessero sotto contratto dei professionisti.

Ce ne fu anche una terza…
Sì, di 6 mesi, poi ridotti a 4, perché accusato di aver reso pubblica una mia denuncia al CONI di un uso non regolare del fondo di solidarietà (fondo riservato ai grandi infortuni) che aveva, di conseguenza, alterato in modo significativo tutto il bilancio federale. Squalificarono anche il consigliere nazionale Roberto Zanovello e il consigliere del Petrarca Padova Fulvio Lorigiola, ma in seguito fu la Procura del CONI a chiedere la nostra assoluzione. Evidentemente anche in quel caso le accuse nei nostri confronti erano del tutto infondate. 

Parliamo del tuo programma elettorale. Quali erano i suoi punti fondamentali?
Il più importante era certamente quello che prevedeva una diversa ridistribuzione delle risorse economiche. All’epoca, su un bilancio di 45 milioni di euro, poco meno di un milione veniva distribuito alla base, e solo al raggiungimento di alcuni obiettivi. Lo slogan federale era “La Nazionale traina il movimento”, il mio era “Dev’essere il movimento a spingere la Nazionale”. Partire dal vertice e non dalla base è un concetto sbagliato, e per questo avevo intenzione di rivoluzionare l’intera attività del settore giovanile. Come Federazione avrei chiesto al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di firmare un protocollo d’intesa per far entrare nelle scuole dell’infanzia e alle elementari, cioè lì dove manca proprio la figura dell’insegnate di scienze motorie, a spese della FIR, gli insegnanti di scienze motorie , per far avvicinare al nostro sport i bambini. Il rugby, rispetto al basket o alla pallavolo, ha il vantaggio di essere uno sport semplice e per un bambino di 4 anni è più facile correre con un pallone in mano piuttosto che palleggiare o tirare a canestro. Inoltre è uno sport “trasgressivo”, nel senso che ti permette di fare tutte quelle cose che normalmente le mamme non ti fanno fare, cioè tirarti per la maglietta, buttarti per terra, rotolarti nel fango. Per farla breve, il rugby ha un appeal che altri sport non hanno e che noi non siamo bravi a sfruttare. Le statistiche dicono che ogni 100 bambini delle scuole medie che entravano a contatto con il nostro sport, solo 3 vengono realmente a giocare. Una percentuale molto bassa per un impegno sia umano che economico molto grande. Ciò che avrei voluto fare da presidente, da qualche anno lo sto mettendo in pratica a Verbania: quattro anni fa ad allenarsi c’erano solo tre bambini, oggi ne abbiamo oltre centro, suddivisi per tutte le categorie, dall’Under6 all’Under14. Mi chiedo quanti tesserati avremmo oggi se il mio progetto fosse stato esteso in tutta Italia.

Nel tuo programma parlavi anche di franchigie.
Alle franchigie avrei imposto l’utilizzo di soli giocatori italiani. È assurdo che vi giochino così tanti stranieri, e alcuni anche in ruoli importanti. Dovremmo fare come ha l’Argentina, che nei Jaguares ha permesso il tesseramento di soli giocatori argentini. È anche grazie a questa scelta che la loro Nazionale è riuscita a raggiungere obiettivi molto ambiziosi. Noi invece spendiamo diversi milioni di euro per far giocare i non i italiani. Oggi la FIR spende circa 15 milioni di euro all’anno per tre squadre: Zebre, Benetton e Calvisano. Una scelta senza senso. Io invece quei soldi li investirei sul rugby di base in modo da avere, tra qualche anno, un numero maggiore di tesserati e portare in Nazionale i migliori. Non tutti sanno che tra i 18 i 20 anni c’è una grande numero di atleti che abbandona il rugby perché, dopo aver giocato in Under18, non trova spazio in prima squadra. Per questo avrei imposto il campionato Under20, con l’obbligo di partecipazione sia alle squadre che militano nel Top12 che a quelle della serie A. Avremmo una base di oltre 1.200 giocatori cui attingere.

Un altro punto toccava la redistribuzione economica.
Oggi si tende a penalizzare le società che non partecipano ai campionati giovanili, io invece premierei quelle che vi prendono parte. Non ha senso far partire le società che non svolgono attività giovanile con una penalizzazione in classifica 4 o 8 punti. Invece di punire bisogna premiare: più squadre fai giocare, più soldi a fine stagione ti arrivano. Inoltre bisognerebbe sostenere maggiormente a livello economico le società del sud Italia che, per le trasferte, sono costrette a spendere molto di più rispetto a quelle del centro e del nord. Ma quando si parla di bilancio, in FIR cala sempre la nebbia. Com’è possibile che, dopo aver approvato il bilancio preventivo per il 2017, bilancio che prevedeva un utile, ad oggi non sia ancora stato approvato quello consuntivo? Questo sarebbe già un motivo per commissariare la Federazione.

Vuoi farti nuovamente squalificare?
La giustizia sportiva nei miei confronti è stata usata per motivi più che altro politici. Se per queste mie dichiarazioni dovessero ancora una volta squalificarmi me ne farò una ragione.

Gianni, ti sei chiesto perché, nonostante il tuo fosse un programma interessante, non sei stato eletto?
Dovresti chiederlo alla società che non mi hanno votato, che hanno creduto alle promesse di chi è stato eletto. Io durante la campagna elettorale non ho promesso niente a nessuno: non è mio costume farne perché sono dell’idea che promettere qualcosa a una società voglia anche dire togliere qualcosa ad un’altra.

Per chiudere, vogliamo parlare del rugby siciliano?
Il movimento siciliano sta attraversando un brutto momento. Il calo di tesserati c’è stato in tutta Italia, ma in Sicilia è stato maggiore. Le colpe di questa crisi vanno divise tra Federazione, società e Comitato. Le maggiori responsabilità sono della FIR che programma da un anno all’altro la composizione dei campionati e quindi la loro variazione, con un progetto tecnico federale obsoleto, che dovrebbe aiutare maggiormente, a livello economico, le società, che, a loro volta, non sono brave a programmare il futuro. Se non si comprende bisogna lavorare soprattutto con i piccoli, se non si capisce che la prima squadra è l’attico della casa e che senza delle buone fondamenta il fabbricato è destinato a crollare non si va da nessuna parte. Poi c’è il Comitato. Non conosco l’impegno che il Presidente ed i consiglieri mettono nella gestione del comitato.  Da presidente io ero in sede dal lunedì al venerdì e in quel periodo le squadre iscritte ai campionati di C1 e C2 erano una trentina e non c’erano aiuti esterni, pagati, per svolgere mansioni che invece erano svolte dal presidente e dalla segretaria. Se oggi le squadre iscritte ai campionati sono tre volte meno vuol dire che in questi anni si è lavorato male. Questo è un fatto, e su questo dato bisognerebbe riflettere.

Cosa c’è nel futuro di Gianni Amore?
Certamente gli allenamenti al campo con i bambini. Al momento non è prevista una mia candidatura alle prossime elezioni federali, a meno che non ci sia un gruppo, certamente non quello odierno, che mi chieda di dare una mano. E poi continuare a dire pubblicamente cosa c’è che non va nel rugby italiano.

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