Pantesco, il romanzo di Alessandro Manuguerra

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Alessandro Manuguerra ha 50 anni, è nato a Trapani e, dopo aver studiato filosofia a Torino e Palermo, insegna materie letterarie ad Alcamo. Pantesco, nonostante sia la sua opera prima, è già un lavoro maturo, nel quale si parla di mafia, terrorismo, e di quanto sia cambiata l’Italia e il mondo dalla fine degli anni settanta ad oggi. Italianotizie ha incontrato l’autore.

Alessandro, sappiamo che Pantesco ha avuto una lunga gestazione. È stato scritto diversi anni fa e vedrà la luce solo tra qualche giorno. Ci vuoi raccontare come sei arrivato alla storia che racconti?

Una parte della storia era nella mia mente da tempo, ma solo quando ho passato un intero inverno a Pantelleria ho cominciato davvero a creare la struttura del romanzo. L’isola ha agito come catalizzatore, mi ha quasi costretto a raccontare. Poi per la parte ambientata a Torino, tra movimenti giovanili, teatro di strada, gruppi armati, ho dovuto documentarmi parecchio e ciò ha allungato i tempi di gestazione.

La struttura del romanzo è molto particolare, alterni il racconto dei due protagonisti, i tempi e le ambientazioni. Solo alla fine il lettore comprende in tutta la sua interezza la storia che vi racconti. Avevi già le idee chiare quando hai iniziato a scriverlo oppure solo pagina dopo pagina, stesura dopo stesura è diventato quello che tra qualche giorno avremo tra le mani?

Inizialmente avevo le idee molto chiare, la struttura era definita e tutto doveva portare alla tesi che mi ero proposto. Invece man mano che i personaggi prendevano forma, hanno cominciato a pretendere uno spazio proprio, perché venisse fuori una personalità che non avevo previsto, cosicché tutto si è ingarbugliato.

Racconti la storia di due uomini che partono da esperienze di vita completamente diverse, la mafia e il terrorismo, e si ritrovano a Pantelleria. Perché proprio su quell’isola?

L’isola nel romanzo è un simbolo. Ciascuno di noi è un’isola, in un certo senso, ma il luogo isola costringe i suoi pochi abitanti a confrontarsi, a uscire dal proprio isolamento. Una piccola isola è come una zattera nella quale ci si sente più inclini all’intimità, alla prossimità reciproca.

Pantelleria poi non è casuale, non solo perché mi ha ospitato un intero anno scolastico, ma perché è un luogo magico, che trasmette la sua energia primordiale.

I due protagonisti provengono dagli ambienti mafiosi e da quelli della lotta armata. Come mai questa scelta?

Si tratta di due persone in cerca di redenzione da una vita che rinnegano. Due sconfitti, in qualche modo. Due persone coinvolte in ambienti negativi che mi interessava esplorare per motivi diversi. Uno per avere io militato nell’antimafia, cosa che racconto attingendo ampiamente alla mia biografia, l’altro per un interesse più culturale nei confronti dei movimenti giovanili degli anni settanta.

Nell’ultimo capitolo del romanzo fai dire al poeta contadino Casano che: “l’Isola non è la malattia ma, semmai, è la cura”. Anche tu hai vissuto a Pantelleria. È stata una cura anche per te?

Non esattamente. Di sicuro mi ha spinto a tirar fuori la storia che avevo in mente e di certo consente a chi la vive di sentire l’energia vitale che la permea. Naturalmente è più difficile sentire la forza vitale della Terra, il calore del vulcano, il tempo lungo di chi vive a Pantelleria, per chi frettolosamente va a passare qualche giorno ad agosto in vacanza. Si tratta di un’esperienza che consiglio comunque.

Non è facile incasellare Pantesco. Se fossi un libraio, in quale scaffale lo metteresti?

Si tratta semplicemente di un romanzo. Perché quello che racconta fosse correttamente ambientato, ho fatto ricorso ad un’ampia documentazione, però non è una ricostruzione storica reale. Narrativa italiana, è lo scaffale giusto.

Lo possiamo definire (anche) come un libro d’amore?

C’è un’importante storia d’amore che lo attraversa quasi dall’inizio alla fine, però non lo definirei così. L’amore spesso è il movente di molte azioni degli uomini, e lo è anche in questo caso per uno dei protagonisti. Ma non si può definire il libro come una storia d’amore.

Quanto c’è di Alessandro Manuguerra in Emanuele, in Luigi e negli altri personaggi che popolano Pantesco?

Molto. In qualche caso ho tratto ispirazione anche da persone conosciute, ma uno scrittore per lo più trae da se stesso le spinte emotive che indirizzano i propri personaggi ad agire in un modo piuttosto che un altro. In particolare tutta la parte ambientata a Trapani fa continui riferimenti autobiografici. In questo senso Emanuele, o meglio Valerio, è un vero e proprio mio alter ego.

Ci sarà un sequel?

Un vero e proprio sequel no, perché il romanzo è concluso. Ma sono parecchio tentato di far vivere ancora alcuni personaggi presenti nel libro, quelli non protagonisti, che mi sembrano reclamare uno spazio al di là del romanzo.

Stai lavorando ad altro?

Sì, un altro romanzo, più corale, ambientato in un luogo e in un periodo storico diverso. È però ancora lontano dall’essere completato. 

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