Di quella volta che i fantasmi vennero a trovare Bozzali

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È sempre complicato parlare di un autore, non si sa cosa scrivere, non si sa cosa gli altri sanno di lui, ma per fortuna esistono le biografie autorizzate, o come dice Bozzali, evangeliche. Ecco come si presenta lui stesso sull’aletta del libro. “Filippo Bozzali nasce a Licodia Eubea il 1° novembre 1954. Alla fine degli anni ’70 inizia a lavorare nelle esattorie comunali, prima a Mineo, poi a Caltagirone e negli ultimi anni di carriera svolge le mansioni di Direttore del Servizio Riscossione Tributi delle provincie di Agrigento e Ragusa, distinguendosi per umanità e rispetto verso il prossimo. Un sicilianaccio che ama la sua terra e la sua gente, fino al punto di definire “terraferma” la sua Sicilia. Appassionato della lingua siciliana e di Nino Martoglio in particolare, ha iniziato a scrivere poesie dialettali, vincendo premi a livello nazionale e riscuotendo unanimi apprezzamenti. Da alcuni anni in pensione, si è trasferito in campagna, ad un tiro di schioppo dai luoghi verghiani vizzinesi.”
E questo è quanto riguardo l’autore, ma per farvi immergere subito nell’atmosfera peculiare che Bozzali ha saputo creare è necessario leggere le sue parole dal preambolo al volume: «Scrivere un libro su Licodia. Sento che il grande sogno della mia vita sta per realizzarsi. Il frutto è maturo e non è il caso di lasciarlo marcire. […] Scrivere un libro su Licodia. In fondo non dovrebbe essere difficile: basta avere un soggetto, una trama, ed è cosa fatta. Il guaio è che di soggetti me ne hanno lasciati pochini, di trame non me ne vengono… […] Licodia è piena di strani sog¬getti, o meglio di soggetti strani, di personaggi particolari: potrei attingere a qualcuno di essi e raccontare di aneddoti a loro legati».
Quando si legge un libro, una raccolta come questa, si devono avere necessariamente alcuni punti di riferimento, alcuni fari nella nebbia, lampioni che illuminano la notte scura, e questi riferimenti, queste ancore sono i luoghi e i tempi. Lo spazio e il tempo.
La prima ancora permette, paradossalmente, di considerare il microcosmo licodiano una sorta di teatro del mondo in chiave minore nel quale i personaggi (protagonisti e, ammesso che esistano, comprimari) si muovono con sicurezza, nel quale il lettore attento ritrova il proprio vissuto, con una certa naturalezza. Il lettore, sia esso compaesano dei vari don e massà, oppure un cittadino della Valcamonica, non ha difficoltà a ritrovare volti e voci noti.
Basta, infatti, una semplice opera di traslazione per vedere in Licodia, una Ibla, una Monterosso, una Chiaramonte, o uno dei mille quartieri delle nostre assopite città. Spesso anche i nomi di questa topografia dell’anima ci sono familiari.
Una seconda ancora, come dicevo, ci è offerta da questo non-tempo in cui è immersa la narrazione. È lo sforzo che fa il lettore di oggi a far rivivere il tempo che fu.
Il passato è il luogo della memoria, è il luogo del riscatto. Sul piano prettamente narrativo le vicende narrate si dipanano dal secondo dopoguerra a qualche decennio fa, il tempo reale, in cui le nostre vite (paesane e contadine) si sono trasformate in altro. Ma non è una mera nostalgia quella di cui parla Bozzali, anzi. Il suo passato è una materia proteiforme, informe, duttile e impalpabile, come spesso accade nelle cose di Sicilia è, come detto, un non-tempo. D’altronde la grammatica stessa del nostro dialetto ce lo impone: quel che è trascorso (da poche ore o da secoli) è remoto, un passato remoto.


Dunque, in realtà, il passato di Bozzali è senza tempo, e senza riferimenti certi, il passato sembra una tela sulla quale si sovrappongono eventi, aneddoti e fatti. A Bozzali non importa definire i momenti perché non di questo parla il libro. La raccolta, che comprende una trentina di racconti, ha ben altri fili che la tengono assieme dandole una unità sorprendente. È quello che i formalisti russi chiamavano skaz, è il modo con il quale l’autore racconta, è il suo tono ora ironico ora distaccato, il tono di chi oltre la nostalgia vuole sottolineare i vizi e le virtù private e pubbliche di questi tipi umani che dal particolare assurgono all’universale.
Come è possibile questa alchimia? Questa magia è resa possibile da una lingua che, come evidenzia con efficacia in prefazione Angela Argentino, lo accomuna ai grandi narratori siciliani, non solo dialettali, del secolo scorso.
Il libro è divertente, leggero senza dare l’impressione di esserlo, gradevole e musicale. È un libro in cui,  grazie alla maestria dell’autore, le battute di spirito, le gros mots non sono mai fine a se stesse, in cui la barzelletta si nobilita e diviene bella letteratura.
Bozzali è uno che ce la fa, sa dosare bene tutti questi elementi. Con la capacità del grande cuoco che non vuole scoprire l’inganno, che non vuol svelare il suo ingrediente segreto, Filippo Bozzali si tiene sempre un passo dietro i suoi personaggi.
Ma in cosa si realizza questa prodigiosa chimica? Si realizza nella capacità affabulatoria di Bozzali: lui sa di raccontare qualcosa di importante, sa raccontare e intrattenere, con la naturalezza che avevano i nostri avi attorno alla conca nelle fredde (e che fredde) sere d’inverno. Lui sa inventare nuovi cunti e ne sa riesumare di vecchi. Da questo punto di vista non è un vezzo il fatto che le due sezioni (Presenza di spirito, Eredità d’affetti) in cui sono raccolte le storie sono separate dall’antico racconto, il racconto nazionale siciliano, i Tri pinni d’aceddu cucù. In realtà è questa inserzione è anche un omaggio, come il lettore potrà scoprire, agli affetti familiari. Bisogna ascoltare il cuntu dalla voce dello stesso Bozzali [link]. Il lettore noterà che non solo sa raccontare per iscritto ma sa anche dosare la sua voce calda e suadente e ammaliare l’ascoltatore.
Come detto, sul piano formale il libro è costruito sulla base di due sezioni: una più “pubblica” (Presenza di spirito), l’altra più “intima” (Eredità d’affetti). Il titolo della raccolta costituisce il filo che collega i singoli racconti: «Parlerò di quella volta che quel tale fece quella data cosa». E quel tale è il professor Iatrino, donna Mita, zu Turi Tabbalanu, è don Vincenzo, e don Carmelo, Salvatore, è ‘Gnaziu, i protagonisti delle varie storie raccontate. Nel libro di Filippo Bozzali, Di quella volta che, si ha come l’impressione che l’autore non solo rievochi il non-tempo, ma che nelle pagine prendano forma spiriti di un tempo che (non) è stato. I vari personaggi, come fantasmi, appaiono per ricordare agli uomini dell’oggi che sono ancora vivi e attuali. Ognuno ha la sua individualità, i suoi tratti caratteristici, sono maschere che vanno oltre il tipo umano. A mo’ d’esempio compare anche una sorta di scemo del villaggio (epiteto orribile e assolutamente improprio), ma va oltre, in realtà è il nostro Giufà, quel Giufà che noi abitanti di questa isola conosciamo bene, una figura che non si fa incasellare in un cliché predefinito: lui è dotato sia di una certa arguta intelligenza che di una disarmante ingenuità. Questi personaggi agiscono affinché i fatti avvengano, e i fatti avvengono dove e quando è necessario avvengano sotto la regia sicura e dimessa del puparo Bozzali. Un puparo, lo dico senza tema di smentite, che si diverte a raccontare, come nell’episodio di zu Turi Tabbalanu e il famoso cantante: è la festa del paese, musica in piazza e occasione per i bar di lavorare e incassare più del solito, il cantante famoso rivolgendosi a zu Turi (il proprietario) dice: «Per me solo un bicchiere d’acqua, grazie». Zu Turi lo fulmina con lo sguardo, ma mentre si accinge a riempire il bicchiere d’acqua si sente indirizzare una nuova richiesta: «Per favore, metà calda e metà fredda». A quel punto zio Turi abbozza il sorriso sarcastico e risponde: «Cc’ ’o sucuni, la metà calda la vuole messa di sopra o di sotto?»
Buona lettura.

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