Sogno di una notte a Bicocca: la fantasia è libertà.

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Sold out e lunghi applausi ieri sera, 6 gennaio al Centro Zo di Catania per “Sogno di una notte a Bicocca” di Francesca Ferro.

Il carcere toglie ogni speranza al detenuto oppure, attraverso  il dono di un valido mezzo come può essere  l’arte, è capace di offrire la possibilità di guardarsi dentro? E il Teatro può servire allo scopo?

Il Teatro è assodato sia una vera e propria “panacea”, un’ottima terapia antistress, un modo efficace per spingere fuori l’io più intimo e vero, un’eccellente antidoto contro le malattie e le esperienze traumatiche e forti come può essere una lunga detenzione in un carcere.

L’esperienza della bravissima attrice, attenta regista ed autrice Francesca Ferro, nella sua pièce teatrale “Sogno di una notte a Bicocca”, ispirata alla celebre “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare, vuol proprio dimostrare quanto scritto: il sogno del teatro riesce a superare le gelide mura ed i freddi cancelli del carcere spingendo i detenuti ad immaginarsi immersi in un luogo ameno per le singole personalità, avendo la possibilità di vivere, in piena libertà e fantasia, la vita del personaggio che ognuno interpreta.

E’ una tematica seria e gravosa che richiede molto coraggio nella realtà: Francesca Ferro racconta di anime prigioniere nel carcere di Bicocca a Catania, anime reali, anime e cuori con dei nomi, dei cognomi e dei soprannomi che hanno vissuto pesanti esperienze, ma le racconta con molta “delicatezza” e “leggerezza”  che non è sinonimo di superficialità ma di semplicità ed empatia, potremmo dire “con il cuore in mano”.

Francesca è un’insegnate-attrice che propone un progetto teatrale da sottoporre ai detenuti i quali, esercitando e spesso imponendo le loro “impronte” letterarie sul testo, riescono a mettere in scena in modo simpatico ed ironico, la commedia a loro suggerita.

Dallo spacciatore al mafioso, dal pluriomicida all’omicida per sbaglio: storie dure, difficili da gestire “emotivamente” per qualcuno, vissuti drammatici che si intrecciamo creando un gioco di pathos e brio, luce ed ombre.

Gli attori in scena dimostrano molto affiatamento e bravura nella caratterizzazione di ogni singolo personaggio: la grande esperienza di Agostino Zumbo (il prepotente ed eccentrico Cardinale), l’istrionico Mario Opinato (il simpatico Pippo Pacchio), il divertentissimo Renny Zapato (il convinto, canterino Elvis), Giovanni Arezzo ( il mansueto Provola), il sempre valente Francesco Maria Attardi (l’irrequieto “Polifemo”), Giovanni Maugeri (“Ciccio Boutique”), Dany Break (eccellente rumorista “Ivan Petrov Ucraino”) ed infine la grande disinvoltura scenica e la spiccata attrattiva dell’attore Mansour Gueye nei panni del senegalese Fodé Dussuba, detto “Obama”.

Straordinario è l’attore Silvio Laviano nell’interpretazione del napoletano detto “o’ Capitone”; una grande prova d’attore la sua per un personaggio difficile e dai tratti caratteriali ostici ma con un grande amore per il mare della sua Napoli.

Molto credibile e con grande sicurezza interpretativa, Antonio Marino è Fabio, un’autoritaria e temuta guardia giurata.

Le musiche sono del maestro Massimiliano Pace, assistente alla regia Mariachiara Pappalardo.

Molti sorrisi amari alla ricerca di una dimensione capace di oltrepassare quei muri spessi e soffocanti, di far scorrere il tempo della detenzione più velocemente: una condanna nella condanna. L’unica via d’uscita sta nella mente, la “chiave di Volta” è la fantasia, chiave che riesce ad aprire tutte le porte alla ricerca quei luoghi gradevoli dove rifugiarsi, dove poter finalmente assaporare la libertà.

Grandissimi applausi hanno sottolineato il meritato successo della pièce che andrà in tournée il 24 gennaio a Regalbuto, il 25 gennaio a Ribera, il 27 gennaio a Favara, l’uno febbraio a Comiso.

Il teatro è sogno. Il sogno è compagno della fantasia. La fantasia è libertà!

Fotografie di Elisa Guccione.

1 commento

  1. Ottima recensione Antonella: il tuo approccio curioso al mondo che ti circonda, insieme alla tua proverbiale sensibilità, hanno saputo cogliere le sfumature che si celano dentro ai personaggi! Persone che tramite la penna di Francesca prima, la tua dopo, il teatro in mezzo, hanno potuto riassaggiare quella Liberta che forse molti di loro non ritroveranno probabilmente mai più (come ben dice “O Capitone”: Francesca, se mi va bene esco di qua in una casc’i mort…!).
    Uno spettacolo che meriterebbe di girare nelle carceri e sicuramente nelle scuole, in quanto carico di insegnamenti alla pari di quelli che vi vengono impartiti dai maestri e professori vari, ma dal valore maggiore in quanto ricettacolo di esperienze vissute sulle proprie pelli…!

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