IO SONO VERTICALE: un fiore chiamato “donna”.

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Grande successo di pubblico e di critica per “Io sono verticale”, venerdì 8 febbraio e domenica 10 con replica straordinaria alle ore 21,00, al Teatro del Canovaccio di Catania.

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confrontati con me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me piu’ naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath (1932-1963)

“Io sono verticale”, drammaturgia liberamente ispirata alla poetica e alla biografia di Sylvia Plath,  parla di donne e alle donne, queste creature tanto emozionali e complicate (complicate come rimproverano loro gli uomini), sferrando attacchi spietati diretti alle coscienze.

Un testo “forte” nella sua apparente leggerezza con la drammaturgia della compagnia e prodotto dal Progetto S.E.T.A. (Studio Emotivo Teatro Azione) in collaborazione con Associazione Culturale MADE’, l’attentissima, delicata  e sensibile regia di Silvio Laviano, le scene ed i costumi di Vincenzo La Mendola, assistente alla regia  Gabriella Caltabiano, progetto fotografico di Gianluigi Primaverile, progetto grafico di Maria Grazia Marano, illustrazione di Graziano Messina, addetta alla comunicazione Stefania Bonanno.

Il regista Silvio Laviano, scrive nella prefazione dello spettacolo: “Per un uomo raccontare scenicamente questa storia non è semplice. In un’epoca dove il femminicidio è un tema, a mio avviso, troppo ab-usato, abbiamo deciso con questo spettacolo di raccontare la violenza più sottile ma anche più comune ed abituale nel rapporto uomo-donna e cioè quello del controllo psicologico attraverso un ricatto affettivo”.

La violenza più subdola, più efferata che si possa fare ad una donna togliendole la dignità di donna sta proprio in questo,  nel ricatto, nel plagio psicologico continuativo e nocivo, nell’asservimento totale. La donna che entra in questo meccanismo diventa vittima e, al tempo stesso, carnefice di se stessa.

“Io sono verticale” è un monologo intimo, un insieme di pensieri, concetti, parole alla rinfusa che sembrano non dir niente ma dicono tutto. L’impegno di stare “verticale”, schiena dritta per “verticalizzare la digestione”; digerire l’indifferenza, la prepotenza, la sottile violenza perpetrata dall’uomo che ami e che dice di amarti. Una donna capace di subire ogni cosa, ogni angheria pur di accontentare il proprio “lui” e vederlo felice,  pur di gratificarlo anche passando sopra a delle gravi dimenticanze come il giorno del proprio compleanno. E per esorcizzare l’incuranza e la totale indifferenza, la donna prepara una torta, un dolce per addolcire quell’amarezza soffocata, quel senso di vuoto riempito da tante vigliacche illusioni.

Un lavoro fatto di  un mucchio di parole mai fine a se stesse e che si rivelano spade dalle lame affilatissime che feriscono mortalmente le coscienze.

Un’eccezionale, duttile, precisa ed emozionante Alessandra Barbagallo è “Chicca”, alla quale sono state consegnate le chiavi (del cuore?) di un appartamento alle parole “vieni a vivere con me”: non si immagina neppure la grande gioia nel riceverle; le porte del paradiso si spalancano ed è finalmente amore vero.

In un cerchio al centro del palcoscenico come in un grembo materno, Chicca aggiusta le sue mele, quelle avvelenate di Biancaneve o quelle del peccato di Eva, della trasgressione femminile, della liberazione.

Chiusa volontariamente nel suo “io” in un meccanismo quasi claustrofobico come per proteggersi da certa razza di esemplari “narcisisti patologici”, vittima di un mondo maschile che ha deciso sempre anche per lei, illusa dal suo stesso accanimento al compiacimento come alla dolcezza di “un gelato al cioccolato con la panna sotto e sopra e la torta calda calda appena sfornata”.

Griderà alcune volte “basta” ma sarà un grido sordo imploso nell’anima in un barlume effimero di consapevolezza (il mio dolore è niente, è nulla. Non importo io, importi tu. Sto bene: ben stanca, ben rotta, ben delusa). E morendo poco alla volta, giorno dopo giorno reprimendo emozioni e disperazione si giunge ad un bivio: l’auto eliminazione oppure il riscatto, la ribellione da una forma di schiavitù assurda ed immotivata.

“Sono verticale come una cosa da riempire (con emozioni e belle illusioni) e poi svuotare (con cocenti delusioni). Mi guardi come una cosa da niente”.

Chicca non risponderà più a quel suono del telefono, metafora della sottomissione emotiva. Lo farà squillare ripetutamente e, ridendo sadicamente, morderà la sua mela con veemenza. Sola ma finalmente libera.

Grandissimi e meritatissimi applausi finali sottolineano la grande bravura e la professionalità dell’attrice Alessandra Barbagallo. Commovente, intensa, appassionata ci regala una grande lezione di umanità ed onestà scenica.

Assistere a questi spettacoli è un arricchimento, è ricevere in regalo voglia di migliorarsi, di stimarsi, di volersi bene di più. E’ un “alzar la testa” alla speranza, alla consapevolezza del proprio valore: è sentirsi ed essere  “verticale” in un mondo che fa di tutto per vederti “orizzontale”.

L’attrice Alessandra Barbagallo con il regista Silvio Laviano.

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