Il fallimento dell’incontro Trump-Kim

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I negoziati politici sono come il gioco del poker in cui bisogna capire l’altro
che carte ha in mano che cerca di mascherare. Meglio direi: è come nelle
contrattazioni dei prezzi nelle vendite in cui ognuno cerca di capire fino
quale punto la controparte è disposta a cedere malgrado questa cerchi in ogni modo di nasconderlo. Se uno degli attori o tutte e due sbagliano nella
previsione allora la vendita fallisce.

Questo è successo ad Hanoi fra Trump e Kim Jong-un. Ciascuno di loro pensava che l’altro avrebbe ceduto al di là di quello che apertamente diceva e per di più tutto in un quadro incerto e confuso. Direi ancora, riprendendo l’esempio della vendita, che in Oriente è ancora molto viva una vera e propria commedia delle intenzioni.
In un suk arabo vi chiedono 10 per poi scendere a 5 o magari 2, così come avveniva anche da noi nei piccoli mercati dei paesi (mi viene in mente la descrizione dei Malavoglia in proposito). In Occidente con la modernizzazione si è perso questo antico rito, ci siamo abituati ai prezzi fissi dei centri commerciali.
Per questo penso che alcuni negoziati con i paesi arabi siano falliti e ci si è
precipitati in guerre che forse potevano essere evitate se si fosse capito che
uno era abituato al suk e l’altro al centro commerciale. Nel caso in questione i nord coreani erano disposti a chiudere il sito nucleare di Yongbyon ma non gli altri siti analoghi mentre gli USA erano disposti solo ad attenuare alcune sanzioni ma non a una sostanziale abolizione di esse. Su quest’ultimo punto le versioni delle due parti sono alquanto divergenti perché, contrariamente a quanto affermato dagli Americani, i Coreani negano di aver chiesto la totale abolizione ma solo una attenuazione delle misure. Tutte e due possono avere ragione se si interpreta il senso del termine attenuazione (o abolizione parziale) della sanzioni che può di molto variare se si intende in senso sostanziale o appena simbolico.

Nella realtà il negoziato è oltremodo difficile. Kim ha un regime che ormai è fuori dalla storia, che è stato definito una specie di giurassico del comunismo, che è basato sul controllo totale, sul terrore generalizzato e capillare sul modello staliniano dei tempi peggiori, sembra una realizzazione delle sinistre fantasie di Orwel e soprattutto è attanagliato da una povertà inimmaginabile se confrontata con gli altissimi livelli di vita dei connazionali del Sud Corea. La dissuasione nucleare è quindi una assicurazione del regime di Kim sulla propria sopravvivenza.
Una volta effettivamente caduta, Kim teme, e a ben ragione, che tutte le assicurazioni americane e del mondo intero diventino solo parole vuote come sempre accaduto nella storia del mondo. Quindi è tutt’altro che disposto a perdere questa assicurazione.
D’altra parte gli USA possono sperare nella caduta del regime spingendo con le sanzioni a inasprire oltre ogni misura la povertà e i disagi della popolazione fino a fare esplodere la situazione interna. Si aggiunga poi che, al di là di ogni apparenza, anche nelle alte sfere del regime, malgrado ogni epurazione e ogni senso del terrore, non mancherebbero alcuni in grado di mettere su una congiura che defenestri Kim e essere poi acclamati salvatori della patria.
Anche questo è sempre accaduto nella storia che anche i più feroci dei tiranni debbono fronteggiare congiure interne. Anche Hitler sfuggì fortunosamente a un’infinità di attentati e prese la sua fortuna come un segno del destino. Se gli USA veramente tolgono le sanzioni, il regime di Kim si rafforza e la speranza di crollo interno si fa sempre più tenue. Si può però anche sperare dagli Americani (e temere da Kim) che un certo grado di benessere con l’apertura all’estero diventi poi incompatibile con un regime così assurdo, tenuto su solo dal terrore e da una propaganda martellante, onnipotente, capillare che fa credere a ogni nord coreano di essere vittima di un complotto di tutto il mondo contro l’unico vero depositario della liberazione del proletariato, del futuro del mondo e sciocchezze del genere: insomma, come di dice, che il re è nudo.

La questione quindi è oltremodo complessa, di imprevedibile evoluzione. Kim deve pure poter dire ai suoi concittadini di avere avuto un successo, come sempre d’altronde, nell’incontro con Trump e infatti tutta la stampa coreana, strettamente controllata dal regime, presenta il fallimento come una grande vittoria di Kim. Ugualmente Trump, sul fronte interno attaccato da tutte le parti, deve dimostrare che la sua politica con Kim darà comunque buoni frutti.
Per questo ambedue affermano che i negoziati non sono rotti ma continueranno non si capisce come e quando: comunque effettivamente ciò potrà e direi dovrà accadere prima o dopo.

Molti hanno criticato Trump per questo incontro personale che è fuori dai canoni della diplomazia tradizionale. In genere si fanno prima lunghi e complessi negoziati da parte di esperti per chiarire bene i termini e dopo si incontrano i vertici per sanzionare quanto effettivamente si è già concordato. Tuttavia va pure notato che un tal genere di negoziati può durare anni e non portare a nulla. Si ricordi proprio che con Hanoi si ebbero incontri in Svizzera che durarono anni senza portare a nessun risultato. Almeno in questo modo si è posto il problema, si sono chiariti i termini della questione senza impantanarsi in questioni di dettaglio del tutto inconcludenti se manca poi la intesa sulle questioni di fondo.

 

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