“IL CASO K”: il continuo processo all’umanità da parte del potere.

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Alla Sala Giuseppe Di Martino di Catania, per tutti i fine settimana di marzo, “Il caso K” da “Il Processo” di Franz Kafka, adattamento e regia di Elio Gimbo.

Un testo tutt’altro che facile, surreale (o “kafkiano” appunto, termine che è diventato sinonimo di surreale) che, come disse Klaus Mann, ha anticipato il regno del terzo Reich. Infatti, l’attento e preparato regista Elio Gimbo, grande estimatore delle opere di Kafka, ha scelto “coraggiosamente” e onoratamente, la strada della cultura nel senso più stretto del termine. Ciò produce una selezione naturale del pubblico: tali scelte attirano persone che non vanno a teatro unicamente per ridere, ma vanno principalmente per ragionare, per riflettere, per arricchire il proprio bagaglio culturale.

Kafka è un autore “faticoso” che viene scelto da chi ha veramente voglia di faticare per amor di cultura, per amore di quel teatro elevato che dai più viene emarginato e sacrificato per portare in scena i soliti lavori che rispondono “sì” alla domanda “si ride?”. D’altra parte il pubblico si educa anche a non ridere perché, se è vero che il teatro è la rappresentazione della vita, nella vita, durante la nostra vita non ridiamo solamente ma pure piangiamo, riflettiamo,  impariamo, ci emozioniamo.

Ne “Il Processo” e “Il Castello”, Franz Kafka mostra la vita come esistenza disumanizzante che trasforma le persone in un mare di volti vuoti, senza identità o valore alcuno. Kafka afferma: “Il nostro trasportatore della vita ti porta avanti, nessuno sa dove. Siamo piuttosto cose, oggetti, che esseri viventi”. Il male del mondo è per lui il principio di autorità che fonda il proprio potere sulla capacità di corrodere dall’interno la volontà e la resistenza delle vittime grazie al suo complice, il senso di colpa. Una forma subdola e cinica di violenza psicologica. Tutti gli uomini sono colpevoli e quindi condannati per un reato che non si conosce, il loro dolore diventa vano e l’ingiustizia impera, efferata e gratuita, fine a se stessa. Così, il protagonista de “Il Processo”, Josep K, diventa il perfetto alter ego di molti di noi in una dimensione di vita tragica dove la massa, alfine, si convince della propria effettiva colpevolezza.

Il protagonista del romanzo è Josef K., bancario ma che nella mise en scène è un attore.  Una mattina, due uomini a lui sconosciuti lo svegliano dichiarandolo in arresto, senza tuttavia porlo in stato di detenzione. K. diventa imputato in un processo. Pensando ad un errore, decide di intervenire con tempestività ma si rende conto che il processo intentato nei suoi confronti è effettivamente in corso. Tenta di affrontare il meccanismo processuale con la logica del realismo ma tempi e modalità di svolgimento del processo, né altri aspetti del suo funzionamento, vengono mai pienamente rivelati all’imputato e mai comunicato il capo di imputazione che pende su di lui. Su consiglio dello zio, K. affida a un avvocato il mandato di difenderlo ma l’avvocato pare procedere con la stessa opacità che è propria del tribunale, mettendo in atto iniziative la cui efficacia K. non è in grado di valutare appieno e decide infine di rimuovere il mandato all’avvocato. Entrerà anche in contatto con un pittore, Titorelli, che sembrerà prodigarsi a suo vantaggio, anche in questo caso però senza esiti positivi. Josef K. viene prelevato e condotto in una cava, dove verrà giustiziato con una coltellata. Non gli era stato mai fornito alcun riferimento per attuare una vera difesa.

“Il caso K.” riesce a far rivivere sulla scena questo “dramma umano” in modo egregio ed efficacissimo anche se gli attori utilizzano un tono della voce,  a nostro parere, troppo alto e rimbombante (probabilmente per scelta registica).

I bravissimi attori si muovono con grande ritmo all’interno di una gabbia metallica metafora della prigione dove viene rinchiusa l’umanità colpevole e sottomessa al potere, sapientemente creata da Bernardo Perrone; i costumi, pigiami a righe che riportano all’olocausto ebreo con tanto di stella di David sul petto e i bellissimi canti tradizionali frutto di grandi ed accurate ricerche, cantate con tanto cuore ed emozione dalla bellissima ed intensa voce della sempre abile attrice  Cinzia Caminiti; trovarobato Mario Alfino, luci di Simone Raimondo, aiuto in sala di Nicoletta Nicotra, auditore Salvo Foti.

Il bravissimo, intenso, istrionico attore Antonio Caruso è in scena Josef K., mentre il suo alter ego, garbato e dignitoso, è l’attore Babo Bepari, povero migrante che morirà in scena “come un cane” e cosparso di petali rossi.

Encomiabile l’adattabilità e la flessibilità scenica del giovane Alessandro Chiaramonte nei ruoli del pittore del tribunale, Tintorelli, della lavandaia fedigrafa e del suadente, elegante cappellano delle carceri (di quest’ultimo personaggio, meraviglioso è il monologo dal titolo “Davanti alla legge” di Kafka).

Adeguati e capaci gli attori Daniele Scalia nei suoi tre ruoli di imputato, giudice e carnefice, Gianluca Barbagallo ispettore del tribunale e lo studente Berthold, Alessandro Gambino guardia, imputato Block e l’arrabbiatissimo zio Carl.

Impeccabile l’interpretazione della signorina Burstner, dell’infermiera dell’avvocato, Leni e del castigatore mascherato da parte della bravissima attrice Barbara Cracchiolo.

Sulle note del canto “Gam Gam”, gli attori ringraziano un pubblico ammirato e plaudente. Lavori teatrali così se ne vedono ben pochi: ed è un vero peccato!

“Non m’è riuscito di leggerlo: il cervello umano non è complesso fino a questo punto”. (Kafka)

Fotografie di Gianni Nicotra.

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