“2 siciliani in paradiso”: l’eterno oblio degli eroi.

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Grandi applausi per “2 siciliani in paradiso” di Francesco Russo”, musiche del maestro Mattia Cavallaro, al teatro Sangiorgi di Catania.

Un testo “particolarmente” originale che, dopo un inizio un po’ ermetico e claustrofobico, ci proietta nella dimensione della luce, quel paradiso che Dio scagliò in terra che ha chiamato “Sicilia”.

Dapprima il fitto buio del “trapasso”: la morte è il traghettatore dall’uno all’altro mondo e nel passaggio, due ragazzi siciliani sono disorientati ed impauriti.  A tentoni si cercano ansiosamente come per confortarsi dalla loro inspiegabile condizione. Nelle loro menti l’oblio: niente ricordi, niente identità e, quando finalmente uno dei due trova l’interruttore (la porta del paradiso), una luce intensa illumina ogni cosa e si apre davanti ai loro occhi, il tempio della conoscenza e della verità rappresentate dai tanti libri sparsi qua e la di diverse dimensioni. Per uno di loro diventano subito allettanti, per l’altro quasi una condanna.

Nessuno dei due sa con chi ha a che fare ma, un’arcana sensazione di trascorsa amicizia pervade il loro essere.

Improvvisamente irrompe il simpatico custode siculo di nome Angelo (l’Angelo custode) che racconterà loro di una terra magica di nome “Sicilia” contesa da tanti popoli che l’hanno poi colonizzata e sottomessa schiavizzandone gli abitanti.

Quella perla sul mar Mediterraneo viene posta da Dio per stabilirci il paradiso.

Con l’’attentissima regia dell’autore, attore e regista Francesco Russo, l’atto unico “2 siciliani in paradiso” si apre con la sognante musica del maestro Mattia Cavallaro, e la poesia del ballo di Martina Yvonne. Un testo, nella prima parte surreale, pieno di ritmo e battute comiche spesso scaturite da un intelligente “gioco di parole” ma che, nella seconda parte assume ben altri toni più profondi e riflessivi, toccanti.

I due simpatici “mattatori” in scena sono i due bravissimi attori, istrionici, con grande “sintonia scenica”, animati e coinvolgenti Marco Mazzaglia e Jacopo Cavallaro.

Il sempre eccellente, preparato ed apprezzato Francesco Russo è in scena il custode del paradiso, Angelo che racconta ai ragazzi le bellezze, le meraviglie della Terra di Sicilia.

Molto ben fatta la caratterizzazione della signorina del centralino da parte della competente attrice Solidea Torrisi.

I due siciliani, infine fanno ritorno dall’oblio riappropriandosi dei propri ricordi: i loro nomi sono Giovanni e Paolo (non il discepolo e l’apostolo di Gesù), ma due siciliani doc molto conosciuti che, orgogliosamente ed impavidamente hanno sfidato “Cosa nostra” durante il periodo di “mani pulite”.

“Chi non ha paura muore una volta sola” è una tra le loro frasi più famose. No, non si definiscono “eroi” ma servitori dello stato: se si fa bene il proprio dovere non può essere definito “eroe” ma soltanto responsabile cittadino.

Il loro sacrificio, la loro morte sono serviti a qualcosa? Cosa è cambiato in Sicilia dal quel fatidico anno 1992 (23 maggio e 19 luglio)?

La verità, l’unica verità è che i responsabili di quelle morti siamo anche tutti noi, noi siciliani che disonoriamo il loro ricordo con l’omertà, noi che non lottiamo (o non vogliamo lottare) affinché le cose cambino, noi che abbiamo paura di osare per amor di giustizia e verità, di andare oltre le incertezze,  i condizionamenti e le minacce di questi “esseri” che sono la feccia dell’umanità e che chiamiamo “mafiosi”.

Lo spettacolo finisce com’era cominciato (la storia si ripete): Dio restituisce l’oblio ai due amici che ricadono nel buio.

Fitto buio, come se nulla sia mai stato fatto.

La nazione che dimentica i suoi eroi sarà essa stessa dimenticata.

(Calvin Coolidge)

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