Tiān ānmén: 30 anni dopo

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Domani, 3 giugno 2019, cade il trentesimo anniversario dei fatti di Tiān ānmén, avvenimento ignorato in Cina ma ricordato in tutto l’Occidente come il momento in cui la democrazia in Cina viene ancora una volta negata con la forza, in cui i soldati spengono nel sangue il grido di libertà degli studenti

GLI AVVENIMENTI

Questo è vero: però storicamente dobbiamo riconoscere che la responsabilità di quella sanguinosa repressione va imputata soprattutto
a Deng Xiaoping, il creatore della Cina moderna. Noi non sappiamo cosa sarebbe avvenuto se i dimostranti di Tiān ānmén avessero vinto, la storia non si fa con i
se e con i ma, però sappiamo che il modello ideato e
attuato da Deng Xiaoping che riuscì vincitore ha avuto spettacolari successi di sviluppo che durano tuttora e che fa pensare a non pochi che il nostro secolo sarà ricordato come il secolo cinese. Dopo 200 anni di disastri la Cina ha ritrovato il suo posto nel mondo, un posto di preminenza che ha sempre avuto negli ultimi due millenni.

RIPERCORRIAMO RAPIDAMENTE GLI AVVENIMENTI

Nel congresso del 1982 ci si fondava su un dualismo molto precario: da una parte si riaffermava come meta finale l’edificazione del comunismo ma dall’altra si accettavano tecniche e modi propri della produzione capitalistica come mezzi per giungervi. In tal modo l’edificazione del comunismo non era più una meta immediata a cui lavorare
concretamente ma una prospettiva spostata in un futuro indefinito: da qui
nasceva una lotta interna fra chi comunque metteva in primo piano la meta
finale e chi invece i mezzi, fra innovatori e conservatori. Da qui quindi vari
compromessi, spesso tortuosi, incomprensibili.

Zhao Ziyang si spinge ad affermare che lo stadio intermedio del libero mercato sarà lungo magari 100 anni, che non può essere saltato, ma i vecchi dirigenti, sempre legati alla memoria della Rivoluzione, sempre forti ed influenti temono (e a ragione) che questa formula praticamente significhi una rinuncia definitiva al comunismo e vogliono restringere la portata delle riforme a momenti puramente tecnici di breve durata che tengano sempre presenti lo stadio finale: il comunismo.
Se al vertice la difficile sintesi si manteneva per opera soprattutto di Deng che pragmaticamente dosava innovazioni liberiste e insieme limitazioni al liberismo stesso, nel Paese la spaccatura si manifestava sempre più ampiamente.

Alla fine degli anni 80 si manifestò una certa stasi dello sviluppo e soprattutto si cominciarono anche a farsi sentire gli aspetti negativi propri di uno sviluppo capitalistico: inflazione, disoccupazione, scandalose differenze economiche, tutte cose che la generazione maoista non aveva conosciuto e che seminavano inquietudine e malcontento.
Crebbe sempre allora il divario fra quelli che volevano un ritorno ai canoni della rivoluzione comunista e quelli che invece volevano l’abbandono deciso e definitivo del comunismo, fra quelli che davano la colpa di ogni cosa alle riforme e quelli che invece le attribuivano ai residui del comunismo.
Le manifestazioni di Tian anmen sono l’esplodere di questo contrasto: un fatto improvviso certo, come sempre avviene nella storia per i grandi movimenti, ma che si era maturato negli avvenimenti degli ultimi quindici anni.

La scintilla è un fatto del tutto occasionale: la commemorazione funebre di Hu Yaobang. Qualche anno prima questi era stato costretto a dimettersi dai conservatori per l’eccessiva inclinazione alle riforme: Deng era riuscito a sostituirlo però con Zhao Ziyang, collaboratore e sulla stessa linea di Hu Yaobang. Anche se fuori dal potere, Hu Yaobang aveva però mantenuto il suo posto. Il 15 aprile 1989 muore e i mass media ne tessono l’elogio formale. Sulla Tian anmen si tengono le dovute manifestazioni di cordoglio ma queste assumono un aspetto del tutto imprevisto: 100 mila studenti occupano la piazza: si tengono dibattiti e commemorazioni, la tensione cresce.
Deng, il 25 aprile, scrive che si tratta di un’agitazione controrivoluzionaria, che se si lascia correre aumenterà e porterà al caos.
Ma Zhao Ziyang però afferma che bisogna venire incontro alle richieste degli studenti se sono ragionevoli: si comprende che c’è una frattura con Deng che pare schierato con i conservatori.
Le manifestazioni continuano, si ingrossano, si estendono sempre di più, assumono aspetti di contestazione a Deng: girano fra gli studenti cartelli con scritte come: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante che se ne vada”, si rompono delle bottigliette in segno di disprezzo per Deng il cui nome in cinese suona appunto come “bottiglietta”.

Tutta la città è in subbuglio, scende in piazza con gli studenti, accorrono da ogni dove componenti di tutte le organizzazione con aiuti, vettovaglie e tutto quello che serve: gli studenti non solo soli.
Zhao Ziyang, in un ultimo tentativo, scende in lacrime in piazza, cerca di invitare alla calma, alla moderazione, di convincere gli studenti, li avverte del pericolo della repressione. Non viene ascoltato, la situazione si fa sempre più difficile e il potere appare diviso e incerto.
Tornato al vertice, Zhao Ziyang si mostra contrario all’imposizione della legge marziale, lo dice apertamente, si oppone a Deng, presenta le sue dimissioni. Gli altri le respingono: sarebbe mostrare una debolezza e un divisione pericolosa.

Il 20 maggio si annuncia il ricorso alle truppe. Queste effettivamente si muovono ma vengono bloccate alla periferia di Pechino da folle di dimostranti in modo pacifico: per due settimane la situazione rimane incredibilmente bloccata.
Tutto il mondo segue con trepidazione la vicenda.

A questo punto gli studenti pensano di aver vinto, la statua di Mao viene imbrattata di vernice, appare un simulacro della statua della libertà di New York, appaiono dappertutto nella città “muri delle democrazia” mentre il potere politico sembra assente: ma in realtà si combatte una difficile, drammatica battaglia al vertice: Li Peng e i conservatori mettono sotto accusa le riforme e quindi indirettamente Deng stesso.
Zhao Ziyang il 24 giugno viene estromesso, al suo posto viene nominato Jiang Zemin di Shangai, città nel complesso estranea alle manifestazioni e legata allo sviluppo tumultuoso dell’economia.
Si fanno allora venire migliaia soldati da lontane regioni, che non parlano nemmeno la lingua di Pechino: questi arrivano a Tian anmen e dopo non poche esitazioni, alla fine, aprono effettivamente il fuoco, stroncando nel sangue la manifestazione. Non si è mai saputo quante furono realmente le vittime, forse alcune centinaia, forse alcune migliaia, ma l’impressione in tutto il mondo fu enorme.
La TV cinese ne dava notizie di parte, mostrava soldati uccisi dalla folla ma non le vittime dei soldati. Tuttavia tutta l’operazione di Tian anmen fu ed è rimasta sempre impopolare anche in Cina.

Va notato che nella folla di Tiananmen vi era molta confusione, molte anime, molte richieste opposte, perfino chi si richiamava a Mao, com’è inevitabile in manifestazioni spontanee di tale ampiezza. Insomma si temette anche i disordini di una nuova Rivoluzione Culturale di segno opposto alla precedente ma altrettanto perniciosa: Deng era uomo d’ordine, con una concezione autoritaria dello stato, tutt’altro che incline allo spontaneismo delle masse.

Soprattutto va messo in luce che i moti della Tian anmen furono un fatto ampio ma locale, limitato sostanzialmente alla sola Pechino: il resto della Cina, la Cina dei contadini e della nuova industrializzazione rimase sostanzialmente assente, lontana, indifferente. Se i soldati di Pechino non spararono sulla folla degli studenti, quelli venuti da altre ragioni invece lo fecero, non solo perché forse non capivano bene la lingua parlata a Pechino ma perché non capivano proprio quelle istanze di libertà e democrazia del tutto ignote al cinese medio.

LE CONSEGUENZE

I fatti di Tiananmen avvengono in un momento cruciale della storia: il comunismo scricchiolava in tutto il mondo, pochi mesi dopo sarebbe caduto il muro di Berlino e con esso quasi immediatamente tutti i regimi comunisti dell’est europeo. L’Unione Sovietica resisteva ancora per qualche anno poi anche essa si dissolveva clamorosamente. Il mondo stupefatto assiste ad avvenimenti che nessuno avrebbe mai potuto prevedere: il comunismo
si dissolveva improvvisamente lasciando solo rovine.

Naturalmente questi avvenimenti ebbero un grosso impatto in Cina: si temette che anche in Cina un crollo improvviso avrebbe portato al caos economico e politico nel quale era precipitato il potente vicino russo.
Tutto ciò ovviamente rafforzava la posizione di tutti quelli che guardavano con sospetto le riforme promosse da Deng, che vedevano in esse l’inizio della fine, come era avvenuto per quelle di Gorbaciov.

Un po’ dappertutto si ricomincia a lodare Mao, si ricomincia a vedere la realtà alla luce dei valori della ideologia: non basta che le riforme siano efficaci praticamente, occorre anche vedere se esse poi portino al  comunismo.

Deng mantiene sempre il suo prestigio personale: ma rimane sempre più isolato, il mondo politico si muove in direzione opposto alla sua linea pragmatica.

Deng inoltre ha 88 anni, è quasi sordo, non riesce a parlare: gli avversari della sua linea pensano che basti solo aspettare un altro po’, perché la natura lo tolga dalla scena politica, liberandosi quindi del sua peso politico.
Ma si sbagliano: Deng malgrado tutto i suoi acciacchi fa ancora la mossa vincente. Nel gennaio del 1992 comincia un viaggio privato al sud. È aiutato affettuosamente dalla figlia che gli ripete quello che gli viene detto e ripete quello che Deng dice ormai in modo inintelligibile per un estraneo.

Fa lo stesso cammino che aveva fatto Mao nella Rivoluzione Culturale da Pechino a Shangai: però non coinvolge le masse come Mao, creando caos e disordine, si rivolge sempre a dirigenti e a delegazioni.
Visita le zone nelle quali, grazie alle sue riforme, il progresso economico era stato folgorante, dalla miseria alla ricchezza, dappertutto grattacieli e fabbriche, fervore economico produttivo anche se vi sono pure squilibri e rinascono vizi antichi come la prostituzioni e la delinquenza.
Si esalta il sistema liberista, si dice che l’ideologia non fa crescere il riso, che le imprese straniere vengono per guadagnare ma portano progresso e lavoro, che non si può pensare di tenere in povertà le zone costiere per mantenere l’uguaglianza con quelle più povere,
Insomma Deng fa constatare che non c’è nessuna alternativa alle riforme liberiste che aveva promosso se non si vuole ricadere nella miseria dei tempi di Mao.

A Pechino si tace del viaggio, nessuno ne accenna: fervono invece le discussioni politiche ideologiche, si afferma la priorità su tutto del cammino verso il socialismo.
Però a questo punto le regioni che hanno conosciuto il boom economico si schierano contro il centro: non possono certo perdere il loro sviluppo economico per una questione ideologica che, vista da qui, pare del tutto insignificante.
Dopo molte esitazioni l’esercito si schiera con Deng. In massa gli ufficiali superiori si recano in delegazione al sud per vedere i progressi economici nei quali è coinvolto, d’altra parte, anche l’esercito stesso, in quanto gestisce non solo attività connesse con le armi ma anche molte altre.
Pechino resiste ancora un po’ ma in aprile il direttore del direttore del Remnin Ribao (Il quotidiano del popolo) viene sostituito. Finalmente anche esso pubblica con grande evidenza il viaggio di Deng.
Jiang Zemin che aveva sostituito Hu Yaobang al tempo di Tiananmen, nell’ottobre esalta il viaggio al sud di Deng come una svolta storica, il che effettivamente è vero.
Il discorso ideologico viene accantonato, gli investitori stranieri, che erano un po’ esitanti, ritornano in massa in Cina.
Deng Xiaoping ha vinto per l’ultima volta: il congresso dell’autunno 1992 è il suo trionfo, si modifica lo statuto del partito in un punto essenziale: nelle basi ideologiche viene aggiunto, al marxismo e al pensiero di Mao, le teorie di Deng Xiaoping.

 

 

 

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