Il 70° anniversario della Repubblica Popolare Cinese

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Il 1 ottobre si è celebrata in tutta la Cina il 70° anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese con grandi festeggiamenti dovunque e tutto ordinato e organizzato. In particolare in piazza Tien an men si è tenuta la sfilata militare più potente dell’intera storia della Cina. Ma al di là del trionfalismo ufficiale e del compiacimento popolare certamente genuino, non mancano le ombre in questo anno. Potremmo cominciare a chiederci perché festeggiare con tanta enfasi l’anniversario della vittoria di quel comunismo maoista che ridusse la Cina all’estremo della povertà con milioni di morti per fame e fanatismo fino alla follia. La Cina moderna è cosa ben lontana da quel modello. Tuttavia, a differenza dell’URSS, in Cina il passaggio da un regime comunista estremista a un sistema chiaramente capitalista non viene stranamente considerato un capovolgimento ma si finge che ci sia un’unità di evoluzione: la Cina si proclama tuttora un paese comunista e ufficialmente non rinunzia alla instaurazione del comunismo sia pure rimandato a un futuro indeterminato sempre più lontano e irrealistico.
Bisogna poi considerare che comunque, con la proclamazione della Repubblica Popolare del 1949, la Cina comunque pose fine a un intero secolo di invasioni straniere, prima europee e poi giapponesi, a uno stato di disordine e di perenne guerre civile che aveva ridotto all’estrema rovina il paese che si proclamavo il centro del mondo. La Cina comunque rinasceva nella sua unità e indipendenza: è cosa da festeggiare comunque anche oggi.
In questo settantesimo anniversario non mancano, come dicevamo, però le ombre che in ordine inverso di importanza possiamo indicare nel problema degli Uiguri, della rivolta di Hong Kong, nella guerra dei dazi scatenata da Trump.
Delle vicende degli Uiguri poco sappiamo con certezza perché la regione è praticamente chiusa agli stranieri: abbiamo solo fonti cinesi e dell’opposizione Uigura che riferiscono ovviamente cose diverse e opposte. Tuttavia appare abbastanza sicuro che vi sia una repressione capillare di ogni dissenso anche solo possibile, che sta portando praticamente alla distruzione della identità degli Uiguri e alla loro assimilazione forzata ai cinesi: cresce una nuova generazione di uiguri educata alla maniera cinese. Tuttavia il problema è sempre qualcosa di remoto e periferico e riguarda un numero limitato di individui che sono divenuti una minoranza nel loro stesso paese, cosi come è avvenuto già da decenni nel vicino Tibet.
Maggiore importanza invece assume la vera e propria ribellione in atto ad Hong Kong. Il ritorno della colonia inglese alla madre patria fu salutata con immenso entusiasmo in tutta la Cina perché poneva fine a un secolo di occupazione del suolo cinese da parte dei barbari venuti dal mare (gli europei). Per facilitare però il passaggio alla madre patria si concordò che per 50 anni a Hong Kong non sarebbe cambiato praticamente nulla in concreto, con il famoso principio di due sistemi e un solo paese. Ma i movimenti di Hong Kong che non sono una cosa di oggi ma durano ormai da cinque anni (dalla famosa protesta degli ombrelli) sono scioccanti per i cinesi. Alla fine sono gli stessi cinesi di Hong Kong che non vogliono riunirsi alla madre Cina. In effetti i cinesi di Hong Kong hanno fatto parte dell’impero inglese per 100 anni e quindi hanno appreso la cultura politica inglese, sono abituati alla libertà e alla democrazia e ad essi non sorride certo l’idea di essere governati da una autocrazia come da sempre gli altri cinesi sono abituati. Si aggiunga inoltre una certa preoccupazione di ordine economico. Hong Kong deve il suo eccezionale sviluppo al fatto di essere un porto franco, una luogo al di fuori degli stati e godere quindi di uno status eccezionale. Cosa avverrà quando poi perderà queste su peculiarità e divenire una dei tanti distretti industriali della Cina?
Comunque non crediamo che Hong Kong possa essere alla lunga una minaccia per il sistema cinese e che, come molti commentatori dicono, possa essere una miccia che possa fare esplodere l’intero sistema cinese.
Quello che veramente è un problema serio è la guerra dei dazi. Lo sviluppo prodigioso della Cina è stato innescato e sostenuto dalle esportazioni verso i paesi più prosperi del Occidente ma è pure una tendenza che non può continuare all’infinito perché nessuno stato può essere in passivo nella bilancia estera dei pagamenti troppo a lungo Non è solo uno spot elettorale di Trump, come spesso molti dicono, ma un’esigenza ineludibile di riequilibro della bilancia dei pagamenti.
D’altra parte i cinesi lo hanno sempre previsto e in particolare nel Congresso del partito del 2018 si è dato più rilievo ai consumi interni che all’aumento del PIL basato sulle esportazioni. Stranamente la Germania pare invece non essersi preparata a questo.
Tuttavia in tal modo lo sviluppo cinese è sempre più lento: si è dimezzato dagli inizi del secolo. Un ulteriore rallentamento potrebbe scatenare scontento e tensioni e mettere seriamente in crisi tutto il sistema che deve la sua stabilità al suo successo economico Il paese è ancor povero nel suo complesso, con un reddito che è circa la metà di quello italiano.
Questo ci pare il vero rischio del sistema cinese e non il bisogno di democrazia e libertà che in Cina, a parte Hong Kong, è sentito solo da minuscoli gruppi di dissidenti.

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