“Io, Sarah – ultime ore di Sarah Kane: la grande presa in giro della vita

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Grande successo di pubblico e ampi consensi per “Io, Sarah – ultime ore di Sarah Kane” da un’idea di Erica Donzella, al Teatro del Canovaccio di Catania, dal 11 al 13 ottobre c.a.

Giovanni Arezzo ed Alice Sgroi

Un monologo “difficile” e molto impegnativo per l’attrice, a tratti claustrofobico e di grande pathos emotivo; pubblico attentissimo che trattiene il fiato entrando in empatia con l’interprete, un silenzio quasi raggelante.

 Si parla di Sarah Kane (Brentwood, 3 febbraio 1971 – Londra, 20 febbraio 1999), scrittrice e drammaturga britannica che scriveva testi teatrali molto dibattuti che parlavano di stupri, cannibalismo e malattie. Lottò disperatamente contro la depressione che la condusse alla morte per suicidio nel 1999, a soli ventotto anni.

La sua prima opera, Blasted (Dannati), che traccia parallelismi fra la Gran Bretagna e la Bosnia e contiene scene di stupri, cannibalismo e brutalità, creò il più grande scandalo teatrale a Londra dai tempi della scena della lapidazione del bambino nello spettacolo Saved di Edward Bond; Kane adorava il lavoro di Bond e proprio lui difese pubblicamente l’opera e il talento di Kane. Altri autori che influenzarono Sarah Kane furono Samuel Beckett, Howard Brenton e Georg Büchner. Di quest’ultimo Kane diresse Woyzeck. Kane e Caryl Churchill si ammiravano e si influenzarono a vicenda.

La sua ultima opera, “4.48 Psychosis”, fu completata poco prima della sua morte  e fu rappresentata un anno dopo. Fu ricoverata in ospedale psichiatrico a causa di un’overdose di sonniferi. Non trascorse molto tempo che, lasciata sola dal personale ospedaliero, la Kane si impiccò con i lacci delle sue stesse scarpe.

“Io Sarah – ultime ore di Sarah Kane”, è un monologo teatrale, con l’attenta ed efficace regia di Giovanni Arezzo, tratto dal romanzo di Francesca Auteri (Ultime ore di Sarah Kane), edito da Villaggio Maori Edizioni, da un’idea di Erica Donzella e adattato e ridotto per la mise en scène dalla stessa interprete, Alice Sgroi e dal regista Giovanni Arezzo.

L’assistente alla regia è Gabriella Caltabiano, disegno luci Carmelo Lombardo,costumi Grazia Cassetti, voce registrata Claudia Fichera, brano estratto da “Febbre” interpretato da Soulcè, recording e post-produzione Orazio Magrì, progetto grafico locandina Giulia Impellizzeri, progetto fotografico Gianluigi Primaverile,  organizzazione Filippo Trepepi, produzione mezzARIA Teatro.

“La stupidità è la salvezza. Vive meglio chi non capisce un cazzo”, affermerà in scena la bravissima, istrionica attrice Alice Sgroi nel ruolo dell’inquietante Sarah Kane. Lo afferma con ragione: la troppa intelligenza, la troppa sensibilità conduce l’essere umano, in questo mondo superficiale e pressappochista, alla profonda ricerca dei tanti “perché”, all’introspezione più intima e vera che trascina in un vortice senza vie d’uscita, senza possibilità di giungere a quell’agognata verità (c’è poi davvero una verità).

Il monologo parte dal suicidio della Kane per strangolamento con il laccio della scarpa, chiusa nel bagno dell’ospedale psichiatrico dove era ricoverata. Mettere fine ad ogni sofferenza, ed invece…

Sarah Kane si sentiva “presa per il culo” dalla vita perché, anche quando  preferisce ad essa la morte,  si ritrova a dover affrontare le stesse sofferenze, gli stessi dolori. Ed ecco che la mente trova il surrogato della felicità: una sigaretta, anche mezza, anche soltanto un tiro.

“Questo nulla mi confonde. Questo nulla mi ammazza”; nella morte Sarah trova il nulla, l’assenza dell’essere ma con gli stessi dolori e un forte e persistente formicolio alle gambe come a ricordarti, sadicamente e prepotentemente, che nulla finisce veramente e che tutto è una continuazione, l’eterna proiezione della materia verso l’infinito.

E poi il ricordo del “grande amore”, quell’amore che ti manca fino a toglierti il respiro e strozzarti la voce; il ricordo del suo odore, dei suoi baci, di ogni sua parola scritta là, su quei quattro fogli rosa pieni di ricordi, di parole che fanno male e che ti rigenerano al tempo stesso. Quelle rimembranze di cui non puoi fare a meno anche se cadi in una terribile, opprimente depressione.

“Chi soffre di depressione fa l’amore con la morte”. E’ una lenta agonia, un morire gradualmente e crudelmente più volte nello stesso giorno. Ed allora si decide di morire veramente mettendo fine a quell’impietoso “stillicidio” di corpo e spirito, di anima e cuore. Ma “non è vero che da morti non si soffre, è solo diverso”.

L’eccellente, atletica, sensibile, credibile attrice Alice Sgroi è in scena la scrittrice Sarah Kane. La sua interpretazione è una grandissima e sensibilissima prova d’attrice: coinvolgente, naturale, decisa ed emozionante, riesce, con grande abilità e preparazione, a catturare su di se l’attenzione e la suggestione del numeroso pubblico in sala. Nonostante il monologo sia faticoso fisicamente e pure nell’esposizione, Alice Sgroi rimane concentrata, intenta, pienamente compenetrata nel personaggio donando ad esso anima, cuore e profonda personale commozione.

Alice fa propria la scena con grande professionalità: corre, balla, si contorce, si ribella, cade e si rialza (non si accorge neppure di essersi leggermente ferita veramente, tanta è la concentrazione!), si rimprovera, alza la voce, ride amaramente, diventa seria e si commuove allo spuntare di un ricordo d’amore: insomma, una prova magistrale per una attrice immensa.

“Non si è mai così forti come quando si sa di essere deboli”.

(Sarah Kane)

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