Al-Baghdādī e la guerra selettiva

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Ieri, 27 ottobre 2019, è stata annunciata e poi confermata la uccisione di al-Baghdādī da parte di forze speciali USA. Trump ne ha dato notizia con grande risalto ed enfasi patriottica come nel caso della uccisione di Osama bin Laden nel 2011 da parte dell’allora presidente Obama. Trump ha anche annunciato che è morto da codardo ma stando alle notizie egli, visto che era circondato e chiusa ogni via di fuga, ha preferito uccidersi con la parte della propria famiglia che era con lui. Non si vede come questa circostanza possa essere considerata codardia, ma Trump parla così. Certamente i suoi seguaci e in genere il mondo islamico lo vedrà come una morte eroica, come il supremo sacrificio dello shaid (testimone della fede).

Come nel caso di bin Laden, è difficile dire se la sua uccisione possa essere un colpo al jihadismo oppure se al-Baghdādī morto possa essere un mito ben più forte di al-Baghdādī vivo. Bisogna considerare che i movimenti Jihadisti sono movimenti diffusi, in qualche modo spontanei, niente di paragonabile alla internazionale comunista dei tempi di Stalin che stabiliva le azioni di ogni e qualsiasi gruppo. Bin Laden come al-Baghdādī aveva una
funzione più di simbolo che di effettivo comando e organizzazione del
Jihadismo. Comunque la figura di al-Baghdādī pare molto meno significativa di quella di bin Laden, rimane piuttosto oscura un po’ come avviene per il mullah Omar dei talebani.

Vediamo allora meglio chi era. Il suo vero nome era Alī al-Badrī originario di Samarra (in Iraq) ma ha assunto il nome altisonante, diremmo pretenzioso, di Abū Bakr al-Baghdādī. Abu bakr è il nome del primo califfo successore di Muhammed, padre della sua famosissima sposa-bambina Aisha. Al-Baghdādī significa semplicemente di Bagdad, il luogo dove egli asserisce di essersi formato nella conoscenza dell’islam. Non risulta però che abbia conseguito qualche titolo particolare che lo qualifichi come esperto del diritto islamico (ulema). Il termine Baghdad, in realtà, suggerisce la sede leggendaria dei primi califfi. Ma di tutta la sua
vita si sa ben poco. Risulta da documenti americani che fu catturato nel 2004 durante la presa di Falluja, la citta strenuamente ribelle. Fu poi rilasciato perché considerato di poca pericolosità, un personaggio di secondo piano. Può essere che effettivamente a quei tempi lo fosse veramente e forse fu proprio l’arresto a creare in lui un vero jihadista. In ogni caso egli fece carriera nel movimento noto come Stato Islamico dell’Iraq. Quando nel 2010 il capo della organizzazione, tale al-Ḥusaynī al-Qurash, fu ucciso, fu nominato a succedergli Alī al-Badrī. In seguito ci furono contrasti con altre organizzazioni jhadiste, soprattutto con la siriana al Nustra che Alī al-Badrī voleva assorbire. Si ricorse all’arbitrato di Ayman al-Zawāhirī che era succeduto nella guida di al Qaeda dopo la uccisone di bin Laden. Il verdetto fu contrario ad Alī al-Badrī ma questi non lo accettò e man mano cerco di assorbire altri gruppi jihadisti. Nel 2014 si proclamò califfo con il nome Abū Bakr al-Baghdādī, proclamando lo stato islamico conosciuto comunemente (ma non esattamente) come ISIS, esteso nei
fatti in parte dell’Iraq e della Siria ma con pretese universalistiche.
Effettivamente ebbe l’adesione teorica di movimenti integralisti sparsi un po’ dovunque fra cui gruppi libici e soprattutto Boko Haram in Nigeria. Non che realmente questi gruppi dipendessero operativamente da al-Baghdādī: si trattava di una adesione ideale. La figura del califfo nel mondo islamico può essere paragonata a quello dell’imperatore del Sacro Romano Impero: un primato ideale anche nelle terre governate effettivamente da altre autorità. Abū Bakr al-Baghdādī si presentò a guidare la preghiera nella moschea principale di Mosul al quale avvenimento si rifanno quasi tutte le foto in circolazione nei mass media. Da allora, per il pericolo di essere un facile bersaglio per le forze statunitense, la sua presenza si è fatta estremamente sfuggente. Periodicamente è corsa voce che fosse stato ucciso o ferito in quello o quell’altro attacco ma poi ricompariva dopo qualche tempo. In effetti noi non sappiamo quale ruolo effettivamente egli ha svolto nelle vicende del califfato, se veramente ha guidato queste forze o se è rimasto solo un personaggio simbolico, privo di un vero ruolo operativo. Lo stesso in fondo possiamo dire per bin Laden. Anche per quanto riguarda l’11 settembre, bin Laden se ne assunse la responsabilità politica e ideale ma non sappiamo se veramente egli abbia avuto un qualche parte nella sua organizzazione e nemmeno se ne fosse a conoscenza. Analogamente, il ruolo reale di Abū Bakr al-Baghdādī resta per il momento oscuro: forse un
giorno gli storici potranno consultare documenti e testimonianze che
chiariscano il suo ruolo effettivo nella conduzione del califfato.

In fondo tutti gli avvenimenti relativi al jihad restano confusi, poco chiari e
finiscono con alimentare teorie complottiste, le più disparate e inverosimili.
Il problema è che tutti i fatti interni al terrorismo non possono che essere
coperti e segreti per sottrarsi a quella che viene definita la guerra selettiva.
Nel passato si colpivano gli eserciti combattenti ma non i loro capi Era
considerato delittuoso, infamante, colpire i capi. Un re non uccideva un altro re, si diceva. Attualmente è nata la guerra selettiva come risposta al
terrorismo islamico. Si colpiscono i capi, gli organizzatori, gli ideologi dei
combattenti jihadisti nella impossibilita di colpire realmente i terroristi prima che questi colpiscano. Nel mondo jihadista mettersi in mostra significa diventare un bersaglio. In effetti però anche colpire i capi non risolve il problema perché i loro posti sono subito occupati da altri terroristi: vengono dal basso come si dice.

In fondo tutto quello che sappiamo degli avvenimenti medio orientali riguardo il jihadismo è quello che la parti in conflitto ci fanno sapere e le parti in conflitto non sono certo fonti al di sopra di ogni sospetto.

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