Disordini in Medio Oriente

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L’attenzione dei media mondiali per quanto riguarda il Medio Oriente è tutta rivolta all’uccisione dell’autoproclamato califfo di cui, per altro, nulla sappiamo di certo e che comunque ha scarso impatto sullo svolgimento degli avvenimenti in quella zona tanto turbolenta. Modesto rilievo viene invece riservato ai disordini popolari, davvero imponenti, che si manifestano in Libano e in Iraq.

Potrebbe accadere che effettivamente essi non abbiano conseguenze di rilievo ma potrebbe anche accadere che esse siano un inizio di qualcosa di veramente nuovo nel Medio Oriente. Il carattere davvero nuovo, in questi due casi è che lo scontro non avviene fra sette religiose o fra integralisti o laicisti ma ha per oggetto il disagio del vivere quotidiano, l’estrema povertà delle masse di paesi che per altro, potenzialmente, potrebbero essere paesi prosperi. Lo sviluppo economico del Medio Oriente è frenato da forsennati scontri di carattere confessionale che paiono gettare tutto il Medio Oriente in un abisso senza fondo. Vi è uno scontro fra integralisti e moderati di cui la vicenda dell’ISIS è un esempio e che certo non finirà con la fine dell’ISIS e la morte del sedicente califfo.

Ancora di più vi è lo scontro fra sunniti e sciiti sostenuti rispettivamente da Arabia Saudita e Iran che, fra l’altro, ha provocato l’estrema tragedia dello Yemen di cui poco si parla e che ha sprofondata la Siria in una guerra senza fine.

Paragonerei la attuale situazione del Medio Oriente all’Europa delle guerre di religione fra cattolici e protestanti della guerra dei Trenta Anni che ridusse la Germania all’estrema rovina. Da quelle guerre sciagurate quanto inutili nacque poi la coscienza della inutilità di conflitti del genere e si arrivò alla idea nuova della tolleranza religiosa e quindi della libertà. Osiamo sperare, ma solo sperare, che qualcosa del genere possa cominciare anche nel Medio Oriente.

Qualche cenno sugli avvenimenti. In Libano la gente è scesa nelle strade in moltitudini mai prima viste per protestare contro l’imposizione di tributi sulle reti internet: ovviamente solo una occasione per rivendicare livelli di vita non cosi miserevoli

Il Libano era definito la Svizzera del M.O. prima che lo scontro fra cristiani e Palestinesi precipitasse il Libano in una crisi che dura ormai da cinquanta anni. In pratica il territorio è diviso in piccole zone, ciascuna dominata da una delle comunità religiose riconosciute che sono in totale 14. In pratica il governo centrale è solo un equilibrio fra le varie fazioni: la corruzione per altro dilaga all’ombra degli immutabili equilibri etnico religiosi. Il primo ministro è Sa’d al-Dīn Harīrī, figlio del presidente Rafīq al-Ḥarīrī assassinato in un feroce e sanguinoso attentato nel 2005 che si sospetta ordito dalla Siria (ma non si sa: troppi i conflitti in gioco) Per altro Hariri si era dimesso dopo una visita a Riad presumibilmente costretto dal Suliman, il reggente della Arabia Saudita a dimostrazione che in effetti le fazioni libanesi rispondono a potenze regionali straniere. Hariri in seguito ha sospeso le sue dimissioni senza grandi conseguenze perché il potere centrale è più simbolico che reale. Ma ora la gente che è scesa in massa nelle strade, rifiuta ogni etichetta settaria: sciiti, sunniti, cristiani, drusi lottano non più fra di loro per mantenere equilibri instabili ma fianco a fianco per il comune fine di avere una vita più decente.

Avvenimenti simili avvengono in Iraq anche se più tragici. Le proteste sono comuni a sciiti e sunniti (i curdi formano uno stato a parte in pratica) ma la repressione delle autorità e di non meglio identificati gruppi armati hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti: le cifre non si conoscono con precisione. L’Iraq era dominato della minoranza sunnita Dopo l’invasione americana si è avuto un sistema di libere elezioni multipartitiche ma poiché la gente vota per setta e non per opinione politica la maggioranza sciita hanno preso il potere e ne è nata una feroce lotta con i sunniti. Il fenomeno dell’ISIS va riportato in massima parte al fatto che i sunniti vedevano nel califfato un modo per sottrarsi al dominio degli sciiti. Ma ora i disordini si manifestano in tutto il paese e particolarmente nel sud del paese a maggioranza sciita. Perfino la città santa di Kerbala, meta del famoso pellegrinaggio della ashura è in rivolta. Il vecchio Ayatollah Ali al-Sistani, capo religioso degli sciiti del paese giustifica la protesta Anche Moqtada Sadr, leader sciita del Movimento integralista Sadrista, appoggia la rivolta, lui che aveva condotto un lungo e sanguinoso jihad contro il governo imposto dagli Americani, che proclamava di guidare al martirio i fedeli.

I dimostranti si definiscono come la generazione dei 10 dinari (come in occidente generazione degli 800 euro) mancano tutti i servizi, dalla sanità all’acqua alla elettricità mentre pochi corrotti si sono arricchiti in modo smisurato. Eppure il paese è ricchissimo di petrolio, potenzialmente quindi prospero come lo era prima che le guerre contro gli Iraniani di Khomeini e poi con gli Americani riducessero il paese alla estrema povertà.

Sembra quindi un moto di presa di coscienza dell’inanità delle lotte religiose e della importanza di rimettere in moto l’economia.

A dimostrazione di quanto questi fatti possano minacciare le divisioni religiose vi è la condanna sia dell’Arabia Saudita che della guida suprema iraniana ali Khamenei: questo ultimo in verità riconosce le ragioni dei dimostranti ma afferma che esse debbano essere perseguite per vie legali come se queste avessero avuto successo in tutti questi anni

Siamo alla rinascita del Medio Oriente, alla ripresa di quello che fu definita Primavera Araba poi finita negli scontri sanguinosi fra fazioni religiose un po’ dovunque?

Non lo sappiamo, però possiamo almeno sperarlo.

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