“L’uomo dal fiore in bocca-Nella mia carne”: nato con la morte addosso

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Grandi e prolungati applausi in un reverenziale silenzio per “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello – “Nella mia carne”, epilogo in sette movimenti di Vincenzo Pirrotta al Teatro Stabile (Teatro Verga) di Catania dal 5 al 17 novembre c.a.

«E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. – All’alba, lei può fare la strada a piedi. – Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò. Pausa Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Riderà. Poi: Buona notte, caro signore.»

L’uomo, malato di cancro e condannato a morire, dirà: «Solo sette, erano solo sette i fili in quel cespuglietto d’erba.». Da questo momento l’uomo comincia a scandire il tempo che gli è rimasto da vivere. Il suo male si trova in bocca ed ha un nome che può essere dato anche ad un fiore: “epitelioma”, tanto musicale e dolce ne è la sua pronuncia. I sette giorni raccontati aprono sette finestre su sette vite diverse, rifugio necessario per esorcizzare un dolore che lacera, piega, contorce.

Uno spettacolo di Vincenzo Pirrotta che è un “pugno sullo stomaco” per ogni essere umano, uno scandagliare la morte per comprendere meglio la vita, eccellente regia e scenografia, pareti mobili di lastre di raggi X, di Vincenzo Pirrotta, le bellissime musiche originali di Luca Mauceri, luci di Gaetano La Mela produzione Teatro Stabile di Catania in collaborazione con C.T.B.A. (Buenos Aires), costumi Riccardo Cappello, audio Luigi Leone.

Molti simbolismi, fortissimo impatto emotivo, pathos sostenuto, drammaturgia intensa e volutamente claustrofobica, rappresentazione fervente, viscerale, vigorosa.

Eccezionale, incredibile prova d’attore di Vincenzo Pirrotta: la sua è vera e propria maestria scenica. Grande padronanza del proprio corpo nei movimenti, in ogni singolo gesto ed eccellente l’uso ed il controllo della voce che cambia vari registri vocali con sapienza e smisurata abilità.

Suo partner di scena è il bravissimo, espressivo ed agile attore Giuseppe Sangiorgi (nel doppio ruolo dell’uomo alla stazione che ha perso il treno e dell’arcana ed inquietante signora morte); GiuseppeSangiorgisi muove sulla scena con grande professionalità. Bella anche la sua voce quando intona le “ninne nanne” della morte, che accompagnano l’uomo dal fiore in bocca durante i suoi ultimi sette giorni di vita fino al momento dell’ultimo respiro.

Nella visione di Vincenzo Pirrotta c’è tutta la caducità della vita dell’essere umano ma anche la sua esaltante  bellezza: la vita è un bene prezioso, come preziosi sono i commessi che impacchettano i regali con la carta lucida, ignorando che la morte, beffarda ed infida, gira attorno ad ognuno di noi, la portiamo addosso come un indumento, come un accessorio senza saperlo o, per meglio dire, ignorandola per paura, per esorcizzarla, forse anche per allontanarla.

E’ tutto lì, in quella sala d’attesa prima di essere ricevuti dal medico per conoscere la sentenza: su quella sedia c’è tutto il terrore dell’attesa, continuare a vivere oppure no senza sapere che non si muore soltanto di malattie ma di mille altre cose.

Il personaggio affronta questa sentenza di morte ubriacandosi di ricordi, di sogni irrealizzati penetrando, quasi violentando la vita degli altri vorace e disperato, fortemente provato dal dolore lancinante dello “stadio terminale”. Quel dolore che lui affronta procurandosi altro dolore quasi per punirlo (o punirsi?): quel sangue si agita nelle vene, quel suo sangue che rappresenta la vita, quel sangue che bolle quando la moglie lo ricopre di attenzioni fino al punto di desiderare il suo stesso male per morirne insieme al marito.

Nell’onirico ritrova, in un tronco d’albero di Madre Natura, la speranza della “rugiada della vita” in un ultimo slancio d’energie rimaste: ma per lui la rugiada è finita. In quella goccia mancata c’è l’afflizione di un uomo che non può più contare su niente e su nessuno.

Una mise en scène che ti rimane sulla pelle, ti attraversa l’anima lasciandoti addosso una suggestione profonda, un turbamento dal difficile controllo.

Questo è il Teatro, quello vero.

In mezzo alla vita accade che la morte venga
a prendere le misure dell’uomo. Quella visita
si dimentica e la vita continua. Ma il vestito
si cuce in silenzio.
(Tomas Tranströmer)

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