“Il pane fritto e altre storie”: il valore inestimabile della famiglia

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“Amatissima mia nonnina profumosa di lavanda, anche tu mi manchi e non sai quanto. Mi manchi tu, la tua voce, la tua casa, i tuoi odori, i tuoi sapori”.

Leggendo “Il pane fritto e altre storie” di Cinzia Caminiti Nicotra, Algra Editore, si accendono contemporaneamente tutti i cinque sensi: si avvertono i rumori, si sentono gli odori, si gustano i sapori e tutto viene condito da grandi sensazioni ed emozioni, da una profonda evocazione di tempi ormai andati, di quei meravigliosi tempi in cui i valori contavano, in cui la famiglia era il nucleo protetto e protettivo, il fondamento di una società equilibrata e serena, onesta, semplice e dignitosa.

La sensazione che si prova alla lettura di queste pagine piene di dolcezza e di poesia, è una gioia quasi arcana, una pace appagante: la serenità.

Cinzia Caminiti Nicotra, sin da giovanissima studia musica e canto con il maestro Franco Greco e partecipa a molti concorsi televisivi nazionali ed internazionali. Nel 1980inizia a fare teatro e nel 1986 fonda l’Associazione Culturale Schizzid’Arte di cui è presidente e direttore artistico con l’intento di divulgare la cultura popolare siciliana.

Cantante, attrice, ricercatrice, regista, autrice di testi teatrale e musicali, scrittrice ed esperta in materia etno-antropologica.

“Il pane fritto e altre storie” è il vademecum delle ricette e dei precetti di vita di nonna Vincenzina, una donna che non ha avuto una vita facile ma che ha fatto delle proprie difficoltà un motivo di crescita ed evoluzione.

Nonna Vincenzina rappresenta la Madre Terra, rappresenta la tradizione, il “cunto”, i buoni sapori della cucina.

Un libro ricco di modi di dire, canzoni, scioglilingua, preghiere popolari; tre generazioni a confronto legate dal vincolo indissolubile del “sangue” e di un affetto profondo.

Tante le ricette inserite, tutte interessanti ed invitanti: dai biscotti con la liffia e il rosolio agli arancini, dai cannoli di ricotta alla zuppa di fagioli, al ragù, al salame turco, al pane finto che si onora di dare il titolo a queste preziose pagine.

La bellezza del libro di Cinzia Caminiti Nicotra risiede nell’amore che trasuda da ogni sua singola parola, nel respiro della poesia del focolare domestico, nella forza dell’unione, di quell’aggregazione patriarcale che sa di genuinità e gusto per le cose semplici.

I profumi della natura che si veste e sveste al cambio delle stagioni, il sussurro della Madre Terra  che è testimone del primo innamoramento di Cinziù (così chiamava Cinzia Cminiti nonna Vincenzina), e il canto, quel canto che ingoia bocconi amari e delusioni trasformandoli in preghiera, in speranza.

“L’amuri tuttu po’! Ca l’amuri è sempri santu e pacinziusu, tuttu supporta e tuttu supera, non cerca vantu né dinari, spera l’amuri e cridi e po’; e chiddu ca si fa pp’amuri va sempri chiù dda di lu beni e di lu mali, chiù dda di la bruttizza e la diddizza, chiù dda di la ricchezza e di la povertà…L’amuri quannu è veru? Tuttu pò, tuttu!”.

Ho  letto “Il pane fritto e altre storie” come rapita da quell’atmosfera quasi rarefatta di bene di bontà, di cose e sentimenti veri, profondi,  apportatori benefici di grande dignità.

“Nonna Vincenzina è la nonna che tutti vorrebbero avere, è la donna che ognuno di noi vorrebbe essere. Le sue ricette sono ciò che chiunque vorrebbe mangiare, le sue gioie sono quelle di tutti e i suoi dolori i dolori di ognuno. (…) Nonna Vincenzina è la Sicilia, è la Terra che ci ha cullato, che ci ha insegnato ciò che sappiamo e ci ha fatto diventare ciò che siamo. Nonna Vincenzina è uno scrigno prezioso e raro dove ho conservato le mie memorie per sempre e da dove ho attinto, e ancora attingerò, saggezza tutte le volte che ce ne sarà bisogno” (Cinzia Vincenza Maria Caminiti).

Una dichiarazione d’eterno amore la sua, sentita, potente, immensamente viscerale. Un libro che è un dono prezioso per mente e spirito, un prezioso manuale custodito dalla memoria da dove poter trarre la buona e giusta condotta di vita. Un passato che dovrebbe diventare presente e futuro.

“A nomu di lu Patri, di lu Figghiu e di lu Spiritu Santu. Di chi agghiorna a quannu scura ni binidica lu Signuri, binidica chista tavula e lu pani chi mangiamu; ni cuncidissi la paci, la saluti, la forza di vrazza e na bona morti, quannu sarà. Facissi crisciri sani e forti li nostri figghi, ccà ‘nta ‘sta terra Santa e biniditta…accussì sia! Bon appettitu!”.

Ho incontrato l’autrice, Cinzia Caminiti Nicotra che mi accoglie caldamente con un magnifico sorriso.

Chi è Cinzia Caminiti Nicotra?

Beh, dovresti chiederlo a mio padre, a mio fratello, a mio marito, alla mia unica figliolina, agli amici, ai colleghi, a chi mi ama e a chi mi malsopporta. Ognuno ti darebbe una risposta diversa.
Di sicuro sono una che ci mette troppo cuore in quello che fa e  in questo mondo un po’ approssimativo ciò non ha sempre conseguenze positive. L’impegno, la costanza, la dedizione mettono paura a volte, perché presuppongono sacrificio e non tutti sono disposti a darsi o a spendersi più di tanto… ma non dico nulla di nuovo, è un classico, vero?…

Sei una donna poliedrica, sai fare tantissime cose ma qual è la cosa che ti appassiona di più?

Ho imparato a fare quante più cose possibile, un po’ per rendermi autonoma, un po’ per necessità (chi fa da sé…), un po’ per il gusto di farlo: io sono una instancabile “operosa” e in più la natura mi ha concesso un po’ di talento: la voce per il  canto, la predisposizione per la recitazione, una spiccata manualità e soprattutto la fantasia.

La fantasia è ciò che ci salverà dalle brutture di un tempo feroce.

Cosa è che mi piace di più? Fare, pensare, inventare, realizzare, creare… il resto viene da sé.

L’amore per la tua terra ti ha portato a compiere ricerche approfondite sulle tradizioni più remote. La cosa più sconvolgente che hai scoperto?

La ricerca in campo etnoantropologico inizialmente è avvenuta per caso. Io e Roberto Fuzio ci eravamo presi un impegno: scrivere un testo, il primo per Schizzid’arte (la nostra, allora appena nata, Associazione). E per far ciò ci siamo rivolti alla Cultura popolare, musicale e non. Ne è venuto fuori un lavoro interessante sulle tradizioni. Si intitolava “Fatti e misfatti di furbi e furbastri”: tante fiabe, leggende popolari, le storie di Giufà e poi canti, bei costumi, tanti, una cinquantina di cambi tutti in scena… quanta tenerezza mi suscita quel ricordo. Abbiamo provato tantissimo e con grande entusiasmo, come si dovrebbe fare sempre,  altri tempi. E da allora la “ricerca” mi si è attaccata alla pelle, ora mi serve per amare di più la mia vita.

Quasi ogni cosa nella mia esistenza è rivolta al passato, mi piace riguardare indietro per capire l’oggi e migliorare il domani. La mia casa è piena di ricordi: dischi, foto, vestiti, oggetti, spartiti musicali, libri, soprattutto libri, possiedo una discreta biblioteca  e discografia di cui vado orgogliosissima e da cui spesso traggo sapere.

So dove andare a cercare il materiale che mi serve per scrivere un testo teatrale, per preparare  lezioni-spettacolo, laboratori teatrali e musicali, corsi d’aggiornamento, conferenze o per farcire di memorie un libro.

La cultura popolare ha una prerogativa: ci accomuna tutti, ci fa sentire tutti parte di una Storia, ci dà il senso di appartenenza, ci insegna ad essere uomini degni. Il rispetto per la Madre che ti ha cullato e nutrito ti consente di non offenderla mai e di accudirla al meglio.

Dallo studio delle Tradizioni che ormai pratico da più di trent’anni ho capito che la nostra Cultura è un pozzo senza fondo. Non fai a tempo a finire un argomento che ne viene subito fuori un altro e un altro e un altro. Si può non finire mai di ricercare e questo è quasi sconvolgente. C’è chi pensa che fare ricerca è ascoltare qualche disco, leggere qualche almanacco o cercare materiale su web. “Fare ricerca” per me è stato anche andare sul campo e scoprire per esempio che i canti di lavoro avevano lo scopo sì di alleviare la fatica ma il loro ritmo musicale, quel ritmo preciso serviva a dare ai contadini quando lavoravano la terra un tempo, una cadenza, una sola, la stessa per tutti  ed in quel canto la preghiera rivolta a Dio era un modo per chiedere, ringraziare e sentirsi meno soli. “U Travagghiu” termine dialettale che  ha la stessa matrice di travaglio, ti riporta al doloroso momento del parto: difficile, duro, necessario. Ti ho solo fatto un esempio. La nostra storia culturale è pura poesia.

Nonna Vincenzina e Cinziù: quali affinità e quali differenze.

Nonna Vincenzina è stata una figura chiave per me. Io in lei da bambina, vedevo il meglio che ci potesse essere in una piccola donna.

Nonna Vincenzina: intelligente, di gusto, generosa, emancipata e gentile, soprattutto gentile, con le persone, con gli animali, con le piante e pure con le cose. Spesso mi sono ispirata a lei e molto ho di lei cromosomicamente parlando. La leggerezza dell’anima ci accomuna e come lei prediligo la qualità alla quantità in tutti i fatti della vita. Differenze? Credo anagrafiche e forse nell’essere lei sempre rasserenante, io spesso furibonda.

Ma la nonna Vincenzina del mio libro, non è solo mia nonna, la madre di mio padre. Mi spiego: quella Vincenzina lì è si la tenerissima nonna mia,  ma è anche la nonna ideale, la donna ideale, la madre, sorella, amica che tutti vorremmo essere o avere accanto. E’ tutte le donne con le anime grandi e delicate che ho conosciuto, lì dentro quel piccolo libro c’è quell’angelo di mia madre, c’è l’estro di zia Italia, c’è la sicurezza di mia nonna Marietta (la madre di mia madre), il temperamento di mia zia Piera, c’è  l’allegria, il dolore e le gioie di tante donne che mi hanno attraversato ma soprattutto quella Vincenzina lì è la Sicilia. La mia Terra. Bella e calda.

Cosa ti aspetti dalla pubblicazione de “Il pane fritto e altre storie”?

Quando ho scritto  “Il pane fritto e altre storie” – Antiche ricette popolari siciliane e racconti di nonna Vincenzina – non l’ho fatto certo per avere popolarità, manco ci pensavo! E soprattutto non volevo fare un ennesimo libro di ricette, né scrivere la mia storia: la mia storia non interessa ad alcuno, libri di ricette ce ne sono a bizzeffe e pubblicare un libro non era tra le mie priorità. Ma l’ho scritto lo stesso: sedici cunti e un prologo, scritti a metà tra il siciliano arcaico e l’italiano forbito (un gran divertimento), sedici racconti di famiglia ai quali è associata ad ognuno una ricerca nell’ambito delle tradizioni e una ricetta elargitami dalla nonna. 

Cazzeggio su fb, alcune parti pubblicate e un coro unanime che mi invogliava a darlo ad un editore. Sono passati otto anni poi l’incontro con  Alfio Grasso e “Algra Editore”, che ci ha subito visto un buon motivo per darlo alla stampa.

 Tengo a precisare che Algra è una casa editrice vera di quelle che non chiedono contributi. Questo mi ha convinta: evidentemente per rischiare, ho pensato, questo mio progetto un piccolo valore ce l’ha, no? Pagare per vedere il mio nome in copertina? Proprio no, non mi interessava ed io  cercavo solo qualcuno che credesse in me e in questa proposta letteraria.

Questo libro sta volando, almeno così mi dicono, io ne sono contenta e già  per me va bene così (non voglio diventare una scrittrice, tranquilli!).

Per rispondere alla tua domanda mi aspetto che chi lo legga abbia un motivo in più per amare questa nostra Terra, mi aspetto e spero  che la passione per le cose vere e genuine, per i sentimenti, i bei valori venga a galla dalle 148 pagine e che le buone maniere, il garbo e la grazia insieme ai tanti ricordi di una memoria collettiva vengano magari  considerati come valori aggiunti.

In queste mie 148 pagine c’ è anche tanta ricerca e mi aspetto che questo sia un libro da tramandare ai nostri figli, ai nostri nipoti così come si fa con le cose preziose che possono andare perdute o da regalare a chi non conosce la “grandezza” di questa nostra isola in mezzo al mare o da riporre, dopo averlo letto, tra altri libri di cucina o in una mensola tra le storie di Sicilia o tra volumi d’arte varia, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

L’arte culinaria e l’aggregazione familiare: quale importanza ricopre il cibo nella società di oggi?

“Cucinare è come amare”, è quello che penso davvero. Lo dico quasi alla fine del libro, anzi racconto di trovare un biglietto scritto da nonna che dice proprio così…

Ogni giorno metto in atto questo insegnamento, anche quando preparo un uovo fritto, amore e attenzione nell’accudimento di chi ami sono alla base di ogni rapporto d’amore. Lo sottoscrivo.

Senza contare l’importanza di ritrovarsi a tavola davanti a del buon cibo e ad un bicchiere di vino. In passato era una cosa di tutti i giorni, una cosa “normale”. Ecco, bisognerebbe fare in modo che sia ancora e sempre così. Volendo si può!

In famiglia, ma anche con gli amici. Ed io in questo sono veramente “antica” e quando posso “cunzari ‘na tavula”, preparare cose buone da mangiare e invitare amici è un tutt’uno. Adoro cucinare e adoro gli amici. Due cose mai scisse a casa mia dove la porta è sempre aperta.

Come quella di mia nonna.

Il cibo credo sia, oggi, invece qualcosa da consumare in fretta, per strada, nei Mc Donald e poi i disturbi alimentari e le schifezze che ci propinano i supermercati. lo trovo un vero peccato! Quante tradizioni si sono perdute, quante buone abitudini buttate al vento!

Ognuno di noi, però, coi nostri figli può essere “il fiume che passa e che non si fermerà dopo di loro”. Occorre essere fermi in questo.

Continuare imperterriti ad adottare consuetudini buone e sane è dare una mano al futuro. Ecco, io sarò obsoleta ma lo sostengo con forza e per fortuna mia figlia, il mio bene più grande recepisce e accetta con slancio. Ecco ho risposto ad un’altra tua domanda.

Qual è il tuo bene più importante?

Sarò banale: i miei, mio marito Gianni e Nicoletta sono il mio bene più grande, mio padre, il ricordo dolce di mia madre, mio fratello, le mie nipoti. La famiglia. E la mia casa. Poi il Teatro, alcuni amici. Il mio piccolo grande mondo.

Il piatto che prepari con più passione e quale ti ricorda maggiormente nonna Vincenzina.

Te l’ho detto amo molto cucinare. Le mie specialità, quelle che hanno sempre un buon successo tra gli amici e in famiglia sono la caponata e la zuppa di fagioli. Si autoinvitano per assaggiarle oppure me le chiedono proprio sfacciatamente, ed io sono felice, figurati. 

Tutte e due le ricette sono presenti nel libro perché me le ha tramandate mia nonna. Hanno un tocco particolare che le rende proprio speciali. Chi ha letto il libro lo sa. Ma la cosa che mi ricorda in modo vivido mia nonna è il suo “bianco mangiare alle mandorle” (anche quello nel libro). Prenderlo a cucchiaiate e mangiarlo era come andare in paradiso. Io non so farlo bene come mia nonna. Forse perché non sono l’angelo in terra che era lei.

Progetti per il futuro?

Uno spettacolo a Natale tutto mio, da sola in scena con un’orchestrina  “U sceccu do Signuri” di Sal Costa e poi tante altre cose bellissime con Fabbricateatro ed Elio Gimbo.

La Canzone che più ti rappresenta?

Ho cominciato a cantare quando avevo appena sei anni e non mi sono mai fermata. Ho cantato di tutto, musica leggera, impegnata, canti popolari e ho sempre amato le canzoni che ho eseguito. Non saprei dirti quale mi rappresenta di più. Ma oggi davanti a te che sei lieve e garbata ti dico: una filastrocca, una di quelle imparate da bambina magari “Luna lunedda”. Luna lunedda fammi ‘na cudduredda…

Qual è il pregio che ti piace di più in una persona?

La generosità.

E il difetto che elimineresti dalla faccia della terra?

La prepotenza e l’arroganza. Più generosità e meno prepotenza e arroganza farebbero del mondo un posto migliore.

Ciao Antonella e grazie per questa serena chiacchierata.

Ciao Cinzù, mi hai fatto stare bene, mi sono sentita a casa. E spero di vedere presto in Teatro l’adattamento del tuo “Il pane fritto e altre storie”. Pensaci…

Cinzia Caminiti Nicotra

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