La resa degli studenti a Hong Kong

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Su tutti i mass media si vedono gli studenti dell’Università di Hong Kong, in fila ciascuno con le mani sulla spalla del precedente, a testa bassa, umiliati, sfilare fra i poliziotti verso il carcere. Quelli maggiorenni saranno poi processati e condannati: le immagini sembrano raffigurare il triste tramonto delle grandi manifestazioni che da mesi dilagavano in tutta la città e attraverso i mass media in tutto il mondo

Poteva (o può) finire diversamente, potevano o possono ancora vincere la loro lotta? A noi sembra di no, in nessun caso: la loro sconfitta era ed è nei fatti ineluttabile.

Vediamo i fatti. Hong Kong era un territorio senza importanza ceduto all’Inghilterra al seguito delle guerre dell’Oppio, una grande umiliazione per il “paese di mezzo” perdere comunque un lembo del proprio territorio. Man mano, e soprattutto dopo la vittoria di Mao in Cina, Hong Kong divenne la porta della Cina verso il mondo ed ebbe uno sviluppo industriale eccezionale per le condizioni commerciali. Grande il numero dei cinesi che fuggivano nella citta dalla povertà della Cina di Mao, pronti a qualsiasi lavoro a qualsiasi salario. Poi, per effetto delle riforme di Deng Xiaoping, la Cina ha avuto un suo grande sviluppo, è tornata sul contesto internazionale con il posto che le spetta. Nel 1997, pacificamente, l’Inghilterra ha rinunciato alla colonia e si è concordato che essa avrebbe mantenuto la sua autonomia per 50 anni pur facendo parte della Cina (un paese con due sistemi). I soldati dell’armata cinese sfilarono nelle vie a Hong Kong, issarono la bandiera nazionale ma di fatto Hong Kong rimane come uno stato distinto con proprio governo, proprie leggi. Il governo della città viene eletto a suffragio universale ma i candidati devono avere l’approvazione di Pechino secondo una procedura molto complesso nella quale Pechino ha un’influenza decisiva.

Ora Hong Kong, dopo oltre un secolo di dominio inglese, è abituata alla libertà, alla democrazia di stampo occidentale anche se non c’erano elezioni e inoltre, occorre notarlo, la sua popolazione è formata dai discendenti di quelli che fuggirono dal comunismo. Il resto della Cina non ha mai conosciuto nel corso della sua millenaria storia la libertà e la democrazia, è sempre stata retta da una ristretta oligarchia, al tempo degli imperatori, del nazionalismo di Chiang Kai-shek (Jiang Jièshí nella moderna grafia), del comunismo di Mao o anche delle riforme di Deng (autore della repressione di Tien an men). È davvero pensabile che i sette milioni di abitanti di Hong Kong possano prevalere sui 1.400 milioni del resto della Cina? È mai pensabile che il Partito Comunista Cinese rinunci al ferreo controllo che detiene sull’immenso paese? È una questione di numeri. Stesso discorso si può fare per il Tibet e per gli Uiguri, piccoli trascurabili numeri rispetto alla immensità della popolazione cinese.

Le manifestazioni si sono originate per un trattato di estradizione con la Cina: nulla di particolare ma si disse che sarebbe potuto diventare un mezzo per perseguire dissidenti politici anche se questo veniva escluso dal trattato stesso.

Ovviamente era solo una scintilla, un pretesto: il vero nodo è che si rifiutava in prospettiva il sistema politico cinese. Apparvero bandiere americane come nelle dimostrazioni di Tien an men di trenta anni prima. Certo, era una cosa non tollerabile agli occhi della autorità cinesi, un vero tradimento acuito anche dall’improvvido, improvvisato appoggio dell’amministrazione Trump che dichiara di voler intervenire nel conflitto: ma come poi? Ovviamente questo dà ancora il pretesto alle autorità cinesi di fare appello all’orgoglio nazionale cinese, all’unità della patria, qualcosa di simile al nostro irredentismo di cento anni fa. Gli scontri si sono fatti sempre più duri e se in Occidente si parla di dimostrazioni popolari, le autorità di Pechino le hanno etichettate addirittura come terrorismo.

La governatrice (Chief Executive) di Hong Kong, Carrie Lan, oltre che cattolica praticante, è una cinese di formazione occidentale (ha studiato in scuole cattoliche e in USA) ma ha ben chiaro che non può cedere alle proteste che mettano in dubbio il regime cinese con il rischio di un intervento diretto dell’armata cinese e da qui la sempre maggiore intransigenza della repressione.

Non sappiamo ancora quali saranno gli avvenimenti dei prossimi giorni ma in prospettiva il movimento non può che risultare perdente

Ma nella storia ci sono anche fatti imprevedibili.

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