“MARUZZA MUSUMECI”: il richiamo del mare e della terra

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Meritate ovazioni e copiosi e scroscianti applausi per il monologo teatrale tratto da “Maruzza Musumeci” di Andrea Camilleri, adattamento di Pietro Montandon e Daniela Ardini, regia di Daniela Ardini al Centro Zo di Catania, venerdì 6 dicembre c.a.

“Ma n’autra vota, mentri sinni stava ‘n vrazzu a so matre che taliava il mari dal balcuni, la piccillidra disse: “OàAaaaa! OàAaaa!” (Il mare! Il mare!)”

Echi lontani, una favola tra mito e sogno, immersa nella bellezza di una Terra che è una perla abbracciata dal Mar Mediterraneo. La poesia e le meravigliose tradizioni di una Sicilia ambita da tanti popoli per quella bellezza sua, misteriosa, intrigante, arcana: evocazioni e suggestioni riecheggianti attirano come canti traditori di sirene.

Una grande conchiglia nella quale il suono dello sciabordare delle onde del mare richiama le sirene e conforta e consola il soldato americano in punto di morte, l’esaltazione prodigiosa della semplicità ove risiede la vera grandezza. L’ispirazione, la seduzione di una terra che è cullata dal mare e dove vive e si nutre un ulivo, fiero ed orgoglioso di far da cornice a Contrada Ninfa, isola immaginaria a Vigàta.
Si parla del mito delle Sirene, ma si parla pure di umanità, di orgoglio d’appartenenza, si parla di valori morali indiscutibili; si parla di società e di dignità.

“Maruzza Musumeci” è una mise en scène sincera ed onesta con le essenziali, originali ed efficaci  scene e gli adeguati costumi di Giorgio Panni e Giacomo Rigalza, l’attenta e creativa regia di Daniela Ardini, produzione Lunaria Teatro.

Gnazio Manisco (sulla scena l’eccezionale attore Pietro Montandon) è un contadino che parte in nave per l’ America in cerca di fortuna anche se è terrorizzato dal mare. Tra lui e quest’ultimo non c’è mai stata intensa (un anti Ulisse): lui è un uomo terragno, un uomo solido e concreto, con le radici forti ben innestati nel terreno. Fa ritorno a Vigata con un bel gruzzoletto di denaro che profuma di fatica e sudore parte del quale investe per comprare una lingua di terra in Contrada Ninfa, terreno circondano dal mare, galleggiante come l’Itaca di Ulisse.  Per non vederlo costruisce la sua casa oscurandone la vista: apre una finestrella sull’unica parte dove la vista mostra un ulivo di milleduecento anni che considera come un vero paradiso ed un grande punto di riferimento.  Ma Gnazio era già un uomo maturo ed era venuto per lui il tempo di prender moglie e mettere su famiglia: si rivolge alla ‘gna Pina, una sorta di maga guaritrice e tramite esperta per unioni matrimoniali la quale gli trova una bellissima ma misteriosa giovane donna che vive insieme alla vecchissima bisnonna (la catananna) Menica. Gnazio rimane estasiato dalle loro voci così melodiose e dal loro canto armonioso che incanta e rapisce lo spirito ma che è fatto in un linguaggio sconosciuto ed arcano: le due sono Sirene che, come scrive Salvatore Silvano Nigro, vivono tra gli uomini, abitano gli stessi luoghi, ma non vivono nello stesso tempo.  

Un fatto misterioso avviene nel giorno dell’incontro tra Gnazio e la futura moglie, Maruzza Musumeci: un vicino di casa di nome Aulisse che lavora nel campo di Gnazio come potatore, si suicida gettandosi in mare. In realtà le due donne, nipote e catananna, si sono vendicate dell’eroe di Omero che aveva oltraggiato le Sirene ai tempi degli dei dell’Olimpo. Adesso, queste splendide ma a volte pericolose creature, vogliono vivere con gli uomini per generare una nuova stirpe.

La “Maruzza Musumeci”  diretta da Daniela Ardini è un atto unico intensissimo, un monologo “corale” dove, ogni personaggio viene egregiamente caratterizzato: una grande prova d’attore quella di Pietro Montandon, catanese nato artisticamente nella scuola del Teatro Stabile di Catania partecipando a numerosi spettacoli, per alcuni anni nella compagnia svizzera Mummenshanz; grande padronanza scenica, forte ed empatico impatto con un pubblico ora divertito, ora commosso, ora emozionato.

Un turbinio di sensazioni, di evocazioni, di richiami lontani che attirano come canto di Sirene: echi e rimandi dove ogni cosa, ogni parola, ogni gesto ha la sua seduzione, ogni ricordo la sua magia.

Ignazio (Gnazio) Manisco è un semplice contadino che ha un grande rispetto della donna che ama: non si vede mai avvicinarsi alla cisterna da lui costruita e dove lei diventa sirena: gli basta sentirla cantare da lontano. Un grande insegnamento quello di Andrea Camilleri in questa nostra società moderna, in questi tempi atroci caratterizzati da crudele violenza sulle donne e femminicidi.

Maruzza è una sirena seducente e passionale e feconda: tra cielo, mare e terra i due sposi mettono al mondo quattro figli: l’uno gennaio nasce  Nicola detto Cola che ama le stelle (ne scoprirà una e la chiamerà con il nome dell’amatissima sorella Resina). Il 3 gennaio nasce Resina, la sirena che fino al terzo anno di età chiama Pater e Mater i suoi genitori. A seguire nascono Calogero e Ciccina (Franceschina). Resina si inabisserà con il fratello Cola con la nave sulla quale egli rientrava dall’America.

“L’amuri bisogna sapillu trattari”, dichiara Gnazio spinto dalla sua naturale saggezza donatagli dalla più grande insegnante che si possa avere: la vita.

L’interpretazione dello straordinario Pietro Montandon, con naturalezza e grande rispetto reverenziale per il personaggio, dona anima e cuore ad un uomo sanguigno e di grande sensibilità, capace di grandi slanci d’amore. Ma in scena è anche Minica, la bisnonna sirena con i suoi rituali arcani ed inquietanti per poi diventare a ‘gna Pina, vecchina quasi grottesca,  furba e dal piglio risoluto e concreto.  Magistrale la mimica, i movimenti, i cambiamenti di registro vocale.

Un attore unico, completo, elegante, raffinato nei modi, di grande personalità e professionalità capace di far vibrare le anime d’emozioni forti: con semplicità ci conduce per mano in un una favola fatta di mito, leggenda, cuntu e tanto sentimento per la propria Terra.

Vicino all’ulivo tra gli odori di zagare, gelsomini e limoni, figli della rigogliosa ed orgogliosa Terra di Sicilia,  un soldato ascoltando  la meravigliosa voce del mare attraverso una grossa conchiglia, esala il suo ultimo respiro. E’ sereno.

 “O mari”,  diciva “ti voglio contare la mè contintizza d’aviri passato la nuttata tra le vrazza di un omo che è un vero omo. Ti voglio diri che ora finalmenti saccio che cosa è l’amori, dari e pigliari, avarizia e sperpero, ducizza e amarizza… E fari all’amori è come la tò onda quanno arrisacca a lento a lento avanti e narrè, avanti e narrè, in un moto che purtroppo nun è eterno come il tuo, dura troppo picca, però a nui abbasta chisto picca per farci filici”. (Da Maruzza Musumeci – Andrea Camilleri).

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