“ENRIC V” in … varietà

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Grandi applausi per “Enric V”, adattamento in varietà di Cristina Gennaro e Davide Migliorisi del dramma storico di William Shakespeare al Teatro del Canovaccio di Catania dal 12 al 15 dicembre c.a.

“C’era ‘na vota ‘n re, bafè, viscottu e minèc’aveva ‘na figghia, bafigghia, viscottu e minigghia.Sta figghia, bafigghia, viscottu e minigghia,aveva ‘naceddu, bafeddu, viscottu e mineddu.Gn’ionnu st’aceddu,bafeddu, viscottu e mineddu, abbulò”….sì, “abbulò” …

“Oh, Musa, tutta di fuoco…” eccoti lu cuntu di certo Enrico V d’Inghilterra.

Il dramma storico del Bardo, William Shakespeare, “Enric V”, nell’adattamento di Cristina Gennaro e Davide Migliorisi, con la brillante regia di Davide Migliorisi, diventa un “cunto siculo”, un racconto tra canti, balli e battute fulminanti molto divertenti. Con le belle ed adeguate musiche di Peppe Arezzo, la funzionale e molto efficace scena di Giuseppe Busacca e gli appropriati costumi di Lalla Schembari, luci e fonica di Giorgio Baglieri, prodotto dall’Associazione Culturale “Dietro le quinte”, “Enric V” secondo Gennaro e Migliorisi si rifà al varietà per sottolineare quella naturale vena comica che il drammaturgo inglese sfodera in ogni suo lavoro.

Una messa in scena che da per scontata la conoscenza del testo teatrale di Shakespeare ma che è immediata e fruibile, dai ritmi sostenuti e dai monologhi concisi, diretti e pieni di sana ed intelligente ironia spesso attinta dagli eventi accaduti ai giorno nostri.

Circa trentacinque personaggi, un dramma oggi ed allora quasi irrappresentabile così come da copione. Concepito da Shakespeare in cinque atti, racconta la storia di Enrico V re d’Inghilterra che da giovane era dedito al gioco e ai bagordi. Il lavoro si apre con il colloquio tra l’Arcivescovo di Canterbury ed il vescovo di Ely i quali, preoccupati che alla chiesa venissero tolti agevolazioni e sussidi, spingono Enrico V a dichiarare guerra al re francese, Carlo VI al quale aveva già mandato epistole dove rivendicava, per discendenza familiare, il trono di Francia. La risposta da parte del Delfino (Carlo VI) fu l’invio, come regalo, di palline da tennis. Ciò scatena la guerra.

Falstaff, un compagno dell’età bagorda di re Enrico, viene da quest’ultimo rinnegato poiché la corona le impedisce di rimanere legato alle vecchie compagnia. Falstaff muore e gli altri compagni bagordi  vengono chiamati in guerra e scelgono di vendersi alla corona francese. Scoperti da Enrico, vengono da lui condannati a morte senza pietà. In Francia giunge come araldo il duca di Exeter, zio di Enrico che avvisa re Carlo della decisione guerrafondaia del nipote. Per evitare il conflitto,  prima di abdicare in favore del re inglese, Carlo vuol pensarci per una notte.

L’armata inglese parte da Southampton. Intanto la cugina di Enrico, Caterina, che ha la ferma intenzione di sposare il cugino (riuscendoci), prende lezioni d’inglese dalla sua dama di compagnia aprendo dei siparietti farseschi molto divertenti. L’armata francese è di gran lunga più numerosa di quella inglese ma, ad Agincourt, conscio dei malumori tra i suoi soldati, Enrico V pieno di dubbi e timori per empatia ai suoi uomini, eleva una preghiera a Dio: gli inglesi, nel giorno di San Crispino,  vincono la battaglia nonostante la loro netta inferiorità numerica.

Fin qui la breve trama del dramma ma continua, eccome se continua!

Due attori in scena, anzi tre con il giovanissimo ed elegante aiutante Ettore Iurato che ha sostituito l’attrice Debora Pirruccio; due attori che interpretano numerosi personaggi dando loro distinta identità, carattere e scopo.

Un testo “coraggioso”, brillante, originale e sferzante, scelta di chi non è schiavo dei pregiudizi e delle critiche di coloro che sono ancorati ad un teatro classico e ripetitivo e che hanno paura di osare “altro” ed “oltre”, uno di quei testi che danno ritmo ad una delle arti più nobili ed antiche qual è il teatro, oggi agonizzante per de-merito di esseri ignoranti che ricoprono, immeritatamente, importanti cariche istituzionali.

La bravissima, duttile attrice  Cristina Gennaro è in scena re Enrico V con tanto di corona e mantello regale, la dama di compagnia che da lezione d’inglese a Caterina ed il coro iniziale. Quella della Gennaro è una forma interpretativa sicura, vigorosa, convincente ed a tratti veemente ma anche capace di diventare pacata ed evocativa.

Re Carlo VI, i bagordi e l’esilarante Caterina, giovane cugina innamorata di Enrico, ha volto, cuore, bravura e professionalità del capace attore e regista Davide Migliorisi. Ottimi i suoi tempi comici capaci di trascinare, divertire, coinvolgere un pubblico partecipe ed allietato; molto appropriata la mimica che risulta sempre naturale e mai forzata, mai finta.

Il regista scrive nelle sue note di regia: “La scelta è stata quella di giocare su due livelli: sul piano della narrazione del racconto e sul piano del varietà come struttura che informa le azioni. (…) La scelta dei simboli del varietà (canzoni, ballate e travestimenti) è valsa come recupero della vena comica che già caratterizza quasi tutte le opere di Shakespeare.  L’autore, infatti, delinea i personaggi minori con i canoni tipici da Commedia dell’Arte quale unica chiave di lettura della verità di una vicenda”.

L’inserimento  della lingua siciliana come da tradizione ottocentesca a mo’ di cunto, risulta vincente all’intento da raggiungere.

Grandi applausi finali esprimono il gradimento del pubblico.

Un plauso particolare va poi  a chi, nei propri cartelloni teatrali, tiene conto di lavori originali come il sopradescritto che è frutto di ricerche e di grande, meravigliosa fantasia.

Tutto il resto è paura del nuovo, paura del “diverso”.

“La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità”.

(Johnny Depp)

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