La “eliminazione selettiva” di Soleimani

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L’assassinio del generale Soleimani ordinata espressamente da Trump è stata più o meno esplicitamente disapprovata in tutto il mondo (a parte l’uscita di Salvini), anche nei paesi arabi nemici dell’Iran e anche da una buona dell’opinione pubblica Usa.

Tuttavia il quadro generale è molto più articolato di quanto possa sembrare e per quanto riguarda le conseguenze è sempre più difficile prevederle in un mondo così complicato come il M.O.

Una prima questione è quella della liceità della azione USA: milioni di iraniani (e in tutto il mondo) ritengono l’assassinio di Soleimani un crimine orrendo, ingiustificato che grida vendetta.

In effetti si è trattato di una cosiddetta “eliminazione selettiva” che da decenni è pratica comune. È molto difficile difendersi dalla guerriglia o dal terrorismo perché i suoi autori restano nascosti, poco visibili e le rappresaglie di massa, pure comuni, lasciano una scia di sangue che esaspera ancora più i conflitti. Allora per primi gli israeliani iniziarono l’uccisione mirata degli esponenti che si riuscivano a individuare. Il metodo che pare avere una certa efficacia è stato seguito poi da altri, soprattutto dagli Americani, con l’uccisione dei dirigenti delle organizzazioni terroristiche sul modello di al Qaeda e poi anche dell’autoproclamato califfato.

L’uccisione di Soleimani quindi rientrerebbe in questa prassi ormai consolidata da decenni. Tuttavia possiamo considerare Soleimani un capo terrorista come lo qualificano le fonti americani? Il termine è molto ambiguo. Noi comunemente, quando parliamo di terrorismo (islamico), ci riferiamo a quello teorizzato soprattutto da bin Laden: attentati sanguinosi e indiscriminati che spargano appunto il terrore in Occidente per spingere i governi ad abbandonare le loro politiche in M.O. Ma in realtà gli sciiti non hanno mai fatto attentati in Occidente anzi essi sono i principali nemici di quel terrorismo di ispirazione wahabita che ha insanguinato tante volte le città dell’Occidente. Anzi sono stati proprio gli sciiti e in qualche modo anche lo stesso Soleimani a combattere contro l’ISIS. Tacciare di terrorismi gli sciiti e Soleimani è quindi giocare sugli equivoci. Soleimani ha avuto invece un’altra funzione. In tutto il Medio Oriente dopo secoli di tolleranza è esploso il contrasto fra i sunniti e sciiti (con altre sette alleate): si combatte in Siria, oramai devastata, in Yemen (movimento houti), un’emergenza umanitaria poco raccontata dai media, in Libano, in Iraq. La stessa vicenda dell’ISIS è soprattutto un capitolo di questa lotta fratricida. Al tempo di Khomeini invece la differenza sciiti-sunnita era poco importante: la guerra Iran-Iraq fu un conflitto fra integralista e laicisti con un Iraq per meta sciita schierato contro l’Iran stesso.

In questo quadro Soleimani era il supremo stratega della causa sciita, non un terrorista alla bin Laden. Il problema è che gli USA di Trump in questa conflitto interno al mondo islamico si sono schierati del tutto con gli i sunniti, segnatamente con l’Arabia Saudita che ne è la guida. Pertanto gli USA si sono sentiti nemici dell’Iran, hanno denunciato il trattato sul nucleare, imposti sanzioni all’Iran che in pratica si sono estese anche a tutti i paesi industrializzati con la minaccia che non avrebbero potuto più entrare nel mercato americano. Gli europei cercano di mantenere un equilibrio fra i due contendenti: ma perché mai gli USA invece prendono una tale posizione che sembra irrazionale? Il motivo più importante è Israele: gli Iraniani sono restati quelli che, almeno a parole, vogliono ancora la distruzione dello stato ebraico e ai confini del libano sostengono gli sciiti hezbollah che minacciano Israele, almeno in teoria perché non sono certo in grado di distruggerla. Non a caso la brigata di élite di Soleimani si chiama Al Qoods (la santa), il termine con il quale gli arabi integralisti indicano Gerusalemme.

C’è un altro aspetto che bisogna considerare e al quale in Occidente si dà poca risonanza: sia in Iraq che in Iran sono scoppiate massicce manifestazioni di proteste sedate violentemente con centinaia di vittime contro la divisione settaria contro cioè questo conflitto che tanta miseria e disperazione porta a tutti di qualunque confessione religiosa. In Iraq sono esplose rivolte anche nelle terre degli sciiti: dopo tanti anni di disperazione e miseria, mentre tutto resta bloccato nelle diatribe religiose, in Iran le sanzioni, il clima di conflitto eterno che dura ormai da 40 anni è diventato insopportabile. Presumibilmente l’assassinio di Soleimani rafforza invece l’identità religiosa e mette ancora una volta in secondo piano i drammatici problemi quotidiani che pragmaticamente il governo di Rouhani cercava di risolvere con una politica moderata.

Che cosa potrà ora avvenire? È vero che in Iran milioni di manifestanti gridano morte all’America ma le autorità appaiono alquanto prudenti. In realtà è ben chiaro che gli USA sono ben più potenti: ogni colpo dato agli USA può essere restituito dieci volte all’Iran. Ma bisogna considerare che a una tale asimmetria ne corrisponde un’altra: ogni caduto in Iran è un martire da vendicare, una spinta a combattere ancora; ogni caduto americano è una vittima innocente, un motivo per desistere: la opinione pubblica non sopporta i caduti. Questo fatto spiega come mai l’enorme superiorità militare non riesce ad avere ragione di avversari ben più deboli che ne escono d’altra parte distrutti: nessuno vince. Cosi in Vietnam milioni di morti, distruzioni inimmaginabili eppure alla fine gli USA si ritirarono. Lo stesso avvenne in Afghanistan nel quale prima i Russi e ora gli Americani hanno scelto il ritiro ma il paese ne è uscito distrutto.

L’Iraq, dal momento in cui 30 anni fa, ai tempi di Saddam, andò a scontrarsi con gli Stati Uniti è ridotta alla estrema rovina da cui non riesce a sollevarsi.

Gli islamici oscillano fra la esaltazione e l’impotenza. Gli USA sono ben decisi a reagire senza indugio: possono bombardare le città, le infrastrutture, gli stabilimenti iraniani come fecero in Iraq fra la prima e la seconda guerra del golfo. L’Iran ha molto da perdere ma anche l’America ha molto da perdere in mezzi e in vite umane. Si ripeterà un’altra volta la stessa tragica storia?

Se Trump aveva promesso di portare fuori l’America dalla trappola Medio Orientale certo l’eliminazione selettiva di Soleimani non va in quella direzione.

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