Il coronavirus e il modello cinese

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L’epidemia influenzale proveniente dalla Cina, conosciuta come coronavirus, pone molti e importanti problemi di ordine politico, economico e sociale. Innanzi tutto ci si pone il problema politico dell’efficienza del modello di sistema cinese e implicitamente del rapporto con le democrazie occidentali. Quello che si sa, ed è riconosciuto dalle stesse autorità cinesi, è che all’inizio si sono commessi degli errori, sottovalutando il pericolo e che in seguito invece il problema è stato affrontando con grande decisione ed efficienza. In questo quadro la colpa delle prime fasi è stata addossata e accettata dalle autorità locali di Wuhan (sindaco in primis) mentre la direzione centrale ha rivendicato la seconda fase. Impressione ha fatto l’annuncio che in 10 giorni si sia approntato un nuovo ospedale (in Italia ci mettiamo anni se non decenni) anche se poi in effetti si tratta più che altro di prefabbricati con moltissimi letti addossati gli uni agli altri. Si è imposto la quarantena a decine di milioni di persone, si è fatto ogni cosa per evitare il diffondersi della epidemia chiudendo l’intero e immenso paese al mondo. Xi Jinping ha convocato in seduta straordinaria l’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese, il massimo organo di governo cinese. Si è nominata una commissione politica, per sovraintendere al problema, si sono usati soprattutto toni epici come si trattasse di una invasione da respingere: Xi Jinping ha detto che solo il popolo unito sotto la guida del Partito Comunista Cinese potrà trionfare alla fine contro la malattia. È in atto quindi una specie di auto esaltazione politica del sistema cinese e indubbiamente il mondo guarda con ammirazione alla grande efficacia del modello cinese chiedendosi se mai nelle democrazie occidentali sarebbe stato possibile una azione così efficace e decisa. In Italia non ci sembra proprio, se guardiamo alla strumentalizzazione politica che si sta facendo anche di questa emergenza. Tuttavia si è fatto notare che l’inefficienza della prima fase non è addossabile agli errori di un singolo o ristretto gruppo di funzionari ma è collegato al sistema politico. In realtà si è saputo che alcuni medici avevano già dato l’allarme ma otto di essi erano stati convocati dalla polizia e diffidati dal diffondere notizie non autorizzate. Soprattutto le stesse autorità regionali non potevano agire senza l’autorizzazione del centro. Il Monitor di Hong Kong, ostile alla Cina, ad esempio, ne deduce che la diffusione della epidemia dipende dalla mancanza di libertà e democrazia. Forse le due tesi, dell’esaltazione e della demonizzazione del sistema, hanno ambedue la loro parte di verità.

Spesso si dice che si tratta di un problema esclusivamente medico e che quindi occorre attenersi alle loro indicazione (lo ha affermato anche Conte) escludendo quindi implicitamente ogni responsabilità politica. In realtà, fermo restando la centralità delle prescrizioni mediche, il problema è più complesso. Nella diffusione delle epidemie non è possibile arrivare a un rischio zero cosi come negli incidenti sul lavoro, nella circolazione stradale e nella stabilità degli edifici. Occorre invece tener conto che una certa percentuale di rischio è inevitabile e che quindi è l’autorità politica a dover decidere in quale ambito essa deve essere accettata tenendo contro di tanti altri fattori. Ad esempio, se non vogliamo incidenti stradali dovremmo vietare del tutto la circolazione stradale. Ma questo fatto avrebbe tante conseguenze negative per cui accettiamo un numero di circa 3.500 morti all’anno, numero enorme se lo confrontiamo alle vittime del terrorismo islamico che pure ci fa tanta impressione e che ci rifiutiamo di accettare. Consideriamo che la normale influenza invernale provoca intorno ai 10 mila morti all’anno e nessuno fa troppo caso alla sua diffusione. Ora è chiaro che non essendoci per il momento altre cure (ci vorrà un anno per il vaccino) l’unico rimedio è l’isolamento ma questo porta a infinite ricadute economiche negative. Si pensi solo al turismo, ai luoghi affollati, agli scambi commerciali stessi, alla crisi di produzioni. Le conseguenze più rilevanti che si ci si aspetta non sono tanto le conseguenze mediche ma quelle economiche. Già la crescita globale appariva debole in seguito alle guerre doganali ma ora potrebbe scatenarsi una recessione a livello mondiale paragonabile o magari anche molto più grave di quella del 2009.

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