La “reclusione” in casa al tempo del Covid-19

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Strade vuote, piazze deserte, luoghi della movida desolati. Si sta a casa. Dobbiamo restare a casa, tuttavia c’è sempre il furbetto di turno che con false autocertificazioni si muove impavido da un capo all’altro della città. Non riesce a stare a casa perché si sente asfissiare, non è abituato a stare rinchiuso tutto questo tempo. Ha urgente bisogno di uscire, di prendere aria.

Eppure, c’è stato un tempo in cui i nostri nonni furono costretti a stare rintanati tra le mura domestiche (pochi metri quadrati, piccoli monolocali che ospitavano famiglie numerose) perché fuori era una trincea…di guerra.

Uscivano solo quando la sirena segnalava un’incursione aerea e allora correvano tra paura e panico, prima che iniziasse il possibile bombardamento, verso i rifugi allestiti appositamente per accogliere la gente. Se lo ricorda perfettamente mia mamma, classe 1938, che a quell’epoca aveva appena 4 anni.  Mi fa tremare solo il pensiero di quella corsa verso i rifugi non appena suonava la sirena e immagino il nascondersi come topi nelle gallerie. Durante la permanenza nei sotterranei vivevano tremando di terrore perché fino a quando non uscivano non sapevano cosa era successo in città e la sorte degli altri familiari (vi erano diversi punti di raccolta e ricoveri!).

A casa, invece, trascorrevano il tempo serenamente e con grande maturità anche da parte dei piccoli e degli adolescenti; gli anziani si prodigavano a condividere canti e “cunti” (racconti), a pregare, scorrendo il rosario comunitario…ma la protagonista assoluta era la fame: tutto ruotava attorno ad essa. C’era, però, tanta solidarietà fra vicini di casa: si faceva quel che si poteva e si condivideva con chi aveva più bisogno.

Un pensiero va anche a una giovane adolescente vissuta appunto negli anni della guerra, Anne Frank, che ho sempre ammirato particolarmente e che ho definito una “piccola grande eroina”. Anne fu costretta a vivere clandestinamente chiusa in una soffitta con la sua famiglia per quasi due anni, convivendo con altri 4 estranei.

Di giorno dobbiamo camminare in punta di piedi e parlare sottovoce perché nel magazzino non devono sentirci”.   (Anne Frank, 11 luglio 19429)

Ma la giovane adolescente che, come tutti i suoi coetanei sognava un futuro tinteggiato dai colori dell’arcobaleno, ha vissuto le sue giornate da reclusa, per di più clandestina, in pieno ottimismo, dedicandosi alla lettura, alla scrittura, ai compiti.

“Ma guardavo anche fuori dalla finestra aperta, verso un bel pezzo di Amsterdam sopra a tutti i tetti, fino all’orizzonte che si tingeva di viola. Finché questo esiste, pensavo, e io posso viverlo, questo sole, quel cielo, senza una nuvola, finché esiste non posso essere triste”. (Anne Frank, 23 febbraio 1944).

E oggi, anno Domini 2020, cos’è cambiato da allora, dagli anni della Seconda Guerra Mondiale? Tutto. È cambiato tutto. Fra le mura di casa abbiamo a portata di mano e di click qualsiasi cosa, tutti i comfort. Possiamo organizzare le nostre giornate, programmarle con cura e rimodularle secondo le esigenze individuali o familiari, ascoltando buona musica, vedendo un bel film, leggendo versi poetici, riscoprendo il valore degli affetti, ma c’è ancora qualcuno che con mente occlusa pecca di superficialità … La casa, un tempo focolaio, fucina di valori e simbolo della comunità denominata famiglia, adesso fa paura perché limita o controlla la libertà individuale?

Oggi come non mai, volenti o nolenti, dobbiamo fare nostro il sacrificio del dovere, quell’imperativo categorico dell’IO DEVO RESTARE A CASA per evitare di danneggiare l’intera Comunità, di vanificare il compito di tutti gli Operatori sanitari, a cui siamo profondamente grati per l’incessante e faticoso lavoro, mettendo a duro repentaglio la loro vita, cercando costantemente la forza per andare avanti anche dinanzi alla morte dei pazienti che spirano in piena solitudine, lontani dall’affetto dei cari, seppur con una carezza di chi li ha accuditi fino all’ultimo istante. Perché l’egoismo ha obnubilato mente e cuore? È importante metter in pratica e rispettare le raccomandazioni, che sono ormai un refrain, che da giorni vengono ripetuti, considerati gli atteggiamenti superficiali, non consapevoli del rischio che si corre e si fa correre nel violarli.

Dunque, non diamola vinta all’ignoranza, all’incoscienza! Dimostriamo senso di responsabilità, maturità e riconoscenza anche a tutte le Forze dell’ordine, ai commessi dei negozi di generi alimentari, ai farmacisti, tutti quanti in servizio per il bene della Comunità.

Insieme, rispettosi delle regole e compatti possiamo farcela e vincere questa dura battaglia, prima che possa diventare una terribile guerra.

Solo così potremo riabbracciarci, farci avvolgere dal calore di carezze quasi dimenticate, di baci che avranno il sapore dell’infinito.

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