Il caso di Silvia Romano

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La liberazione e il rimpatrio di Silvia Romano è stato accolto con unanime soddisfazione da tutti ma la sua affermazione di essersi liberamente convertita all’islam ha prima stupito tutti e poi innescato grandi (e aggiungiamo ingenerose) polemiche. Non intendiamo entrare nel merito della questione di cui non sappiamo i termini, che saranno forse spiegati in seguito, ma tracciare un quadro generale in cui si sono svolti questi fatti.
Noi non sappiamo se effettivamente Silvia manterrà la sua adesione all’islam oppure se se ne ritrarrà una volta tornata nel suo mondo ben diverso da quello nel quale ha vissuto negli ultimi 18 mesi. Occorre rispetto e cautela come hanno giustamente manifestato sia il suo parroco che l’iman della vicina moschea.

Il fatto è che a noi occidentali in generale l’adesione all’Islam, per di più nella sua versione più radicale, come appare dagli abiti che Silvia indossava, ci fa pensare a qualcosa di folle, di incomprensibile. Noi siamo vissuti e cresciuti in una società la cui mentalità è quanto mai lontana ad ostile da certi atteggiamenti: l’hijab (il velo islamico) ad esempio, e in generale l’abbigliamento che mostra Silvia, ci pare un insopportabile segno di oppressione, di minorità della donna che ci fa orrore. Per questi motivi il timore che ossessionò tanto Oriana Fallaci (e in cui tanto sperò un bin Laden) non si è avverato affatto in Occidente. È davvero impensabile che nella nostra cultura possano aver successo i principi islamici e meno ancora nella sua versione più radicale. Non è pensabile che le nostre donne possano indossare abiti tanto castigati e coprirsi con uno scialle i capelli e anche magari il viso. Pur tuttavia noi non dobbiamo pensare che la nostra sia l’unica cultura possibile e nemmeno quella superiore a tutte le altre. Constatiamo, infatti, che un piccolo numero di occidentali possono pure convertirsi all’islam anche nelle sue espressioni più radicali. Non dimentichiamo che dai paesi occidentali, in migliaia, sono corsi ad arruolarsi nelle file dell’ISIS e fra essi non sono nemmeno mancate le donne. Anche escludendo gli estremisti, molte ragazze nate e cresciute nella nostra cultura hanno poi chiesto veramente e spontaneamente di poter indossare l’hijab.

Ora consideriamo che già il fatto di partire per luoghi esotici denota una certa apertura mentale e simpatia per culture diversa dalla nostra. Silvia soprattutto è stata per lungo tempo immersa in una cultura diversa: non è quindi da meravigliarsi troppo se ne ha assorbito certi contenuti e certi atteggiamenti mentali. Non si comprende perché bisogna pensare alla cosiddetta sindrome di Stoccolma o a chi sa quali strane e oscure vicende.

Qualcuno ha detto che se si trovava così bene fra i Somali perché mai abbiamo dovuto impegnarci tanto per riportarla in Italia? Qualcuno si è spinto fino a fare il paragone con un ebreo che esce da un lager nazista vestito da nazista. Ma il fatto di aderire all’islam non significa certo che si siano persi gli affetti familiari e nemmeno il desiderio di tornare nella propria terra. Silvia può aver visto il mondo in una prospettiva diversa dalla nostra perché si trovava in ambienti umani molto diversi dai nostri. In quello degli al shabaab somali, nel caso specifico.

Ma chi sono costoro?

Per il senso comune occidentale si tratta di criminali, folli e fanatici che sarebbe bene sterminare come con l’ISIS. Ma è la nostra prospettiva, non certo la loro che si sentono invece investiti della sacra missione di far trionfare il bene e la giustizia.
Ripercorriamone brevemente il percorso. Dopo la fine dell’amministrazione italiana, nel 1969 si insediò il regime di Siad Barre a carattere marxista, di quel particolare marxismo africano che, in verità, poco ha a che fare con quello europeo o asiatico. In particolare, poiché i Somali vivono anche in paesi confinanti, promosse un esasperato irredentismo che sfociò nella tragedia della guerra dell’Ogaden, una zona desertica abitata da Somali ma appartenente all’Etiopia. Il regime di Siad Barre crollò nel 1991 e allora le fragili strutture statali collassarono e il potere passò a vari capi locali, noti come “i signori della guerra”. Ci fu un intervento occidentale con la operazione Restore Hope ma anche questo fallì. Si riuscì in seguito a installare un governo di transizione ma intanto il potere effettivo era stato preso dalle cosiddette corti islamiche cioè consigli di ulema. Ma ormai siamo nel periodo dei conflitti conseguenti all’11 settembre e le corti erano troppo vicine ad al qaeda. Contro di essi gli Occidentali e gli stati confinanti riuscirono a insediare un governo più o meno sotto l’egida del ONU. La fine delle corti islamiche però diede luogo all’affermazione della parte più estremista nota come al shabaab (precisamente: hizb al-Shabāb in arabo: partito dei giovani). Il governo riconosciuto internazionalmente, guidato attualmente da Mohamed Abdullahi Mohamed, controlla Mogadiscio e qualche altro centro ma la maggior parte del territorio resta in pratica in mano a al shabaab. Poiché poi nel nord del Kenya vivono circa un milione di somali, il conflitto si è esteso anche in quest’ultimo paese combinandosi con una lotta religiosa con la maggioranza cristiana. Non si tratta però di una guerra nel senso classico, con grandi operazioni militari e battaglie decisive, ma di una situazione di disordine perenne punteggiato da attentati, assassini e attacchi aerei nei quali muoiono per la maggior parte civili, donne e bambini.

Silvia Romano si trovava in una zona considerata tranquilla del Kenya, non toccata da questi conflitti. È stata rapita da un gruppo di delinquenti comuni e poi ceduta agli al shabaab (oppure su commissione di questi). Lo scopo era quello di ricevere un riscatto, ma non si tratta di banditi comuni, ma di persone che intendono attenersi rigidamente ai dettami islamici. È quindi comprensibile che, come ella stessa afferma, Silvia sia stata trattata con umanità e con il rispetto dovuto a una donna, molto sentito in quella cultura.

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