La sfida di Hong Kong

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La diffusione mondiale dell’infezione del covid 19 ha come sospeso, messo tra parentesi, per qualche tempo, le questioni internazionali che però sono rimaste tutte intere pronte a deflagrare. E infatti in Estremo Oriente, dove la pandemia sembra attenuata, almeno per il momento, si riaffaccia alla ribalta la questione di Hong Kong. Nel 1997 la Cina con un accordo con l’Inghilterra recuperò la sovranità sul territorio impegnandosi però a lasciare che Hong Kong continuasse ad essere governata secondo il sistema politico in atto per ancora 50 anni, fino al 2047: si disse: una nazione, due sistemi. In pratica a Hong Kong vige un sistema di libertà democratiche del tutto impensabile nel resto della Cina. In verità non si tengono propriamente delle libere elezioni e il governo viene nominato con un complesso sistema nel quale il governo centrale cinese ha una decisiva influenza: tuttavia le libertà fondamentali di tipo occidentale sono garantite. Dopo circa 25 anni questo accordo pragmatico che salvava un po’ la faccia a Cinesi e Inglesi però mostra i suoi limiti.
Che avverrà fra 25 anni quando la dualità di regimi del tutto incompatibile verrà a scadere? Chiaramente per i Cinesi non ci sono dubbi: Hong Kong diventerà una delle tante province come tutte le altre, retta dal sistema del resto della Cina, autoritario, repressivo che non tollera nessun dissenso. Questo gli abitanti di Hong Kong non paiono affatto disposti ad accettare e, inevitabilmente, per scongiurarlo non c’è altro mezzo che prolungare all’infinito la dualità dei sistemi, in pratica diventare uno stato indipendente. Dal punto di vista economico l’autonomia di Hong Kong potrebbe essere conveniente anche alla Cina stessa come lo è stato dal 1949 al 1997: in effetti la Cina di Mao si guardò bene dal riconquistare (liberare, come si diceva) quel territorio perché costituiva pur sempre la finestra della Cina sul mondo. La convenienza potrebbe essere presente anche ora che la Cina è tornata da essere una grande potenza mondiale: tuttavia una soluzione del genere urta contro il sentimento dell’orgoglioso patriottismo cinese. Si parla spesso di nazionalismo ma il concetto è molto diverso da quello occidentale: per i Cinesi la perdita di territori attraverso quelli che vengono definiti “trattati ineguali” dell’800 fu la massima umiliazione per il paese che si riteneva il centro del mondo (Zhōngguó). Il recupero di Hong Kong costituisce quello che noi definiremmo un principio non negoziabile.
Ad Hong Kong una parte della popolazione, cospicua anche se non facilmente quantificabile, vorrebbe invece mantenere la propria libertà e autonomia e anche, occorre dirlo, i vantaggi economici che essa comporta. Da qui da anni ormai il territorio è luogo di un continue dimostrazioni e proteste che sono poi esplose l’anno scorso contro una trattato di estradizione che avrebbe potuto essere usato anche per reati politici, benché il caso fosse escluso, ma si sa le differenze poi sono difficilmente definibili.
Ora la protesta si è riaccesa di fronte una nuova legge sulla sicurezza valida per Hong Kong bypassando il governo locale che stabilisce con margini indefiniti di “impedire, fermare e punire ogni atto o attività che metta in pericolo la sicurezza nazionale, come separatismo, sovversione del potere dello Stato, terrorismo o attività di forze straniere che interferiscono negli affari di Hong Kong”.
La legge in concreto non esiste ancora (noi diremmo una legge delega) ma è stata approvata da tutto il parlamento cinese con 2.878 voti favorevoli, 6 astenuti e 1 contrario (tutti si chiedono di chi fosse quel voto ma non si sa).
Il pericolo questa volta è reale e concreto: è chiaro che applicando estensivamente una tale norma le libertà di Hong Kong in pratica sarebbero soppresse insieme a ogni velleità di indipendenza. A questo punto pero entra in scena in modo massiccio l’America di Trump e anche l’opinione pubblica, o almeno una parte di essa, dell’Europa che scende in difesa delle libertà contro la paventata oppressione poliziesca cinese ad Hong Kong. Sarebbe facile notare che Trump non ha alcun problema a stringere una cordiale alleanza con paesi come l’Ararbia Saudita, paese che è lontano molto più della Cina dai principi occidentali. Ma questo è un tema comune: è chiaro che Hong Kong è solo una occasione per uno scontro fra i due paesi che appaiono al momento le due gradi potenze mondiali. La Ue invece è divisa fra i suoi 27 stati, ciascuno dei quali ha una sua particolare politica internazionale e quindi in realtà non ha alcuna influenza.
Ma cosa possono fare gli USA? Non certo un’opzione militare che nessuno, per fortuna, nemmeno Trump, ipotizza ma solo rappresaglie economiche. La prima di essa è quella che gli USA non intendono più riconoscere a Hong Kong lo statuto commerciale speciale, in sostanza un porto franco: provvedimento che per altro colpirebbe più direttamente proprio la popolazione di Hong Kong che si proclama di voler proteggere. Ma le sanzioni potrebbero essere molto dannose anche per l’economia cinese che già da anni vede il suo accrescimento del PIL dimezzato rispetto ai primi anni del secolo: ma d’altra parte è anche vero che la Cina non solo può cedere per motivi politici-ideologici ma anche da punto di vista economico con o senza Hong Kong le misure sarebbero prese ugualmente perché il problema di Hong Kong sarebbe solo una occasione D’altra parte la Cina ha ormai da anni, in particolare con la svolta della ™Assemblea Nazionale del Popolo dopo il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese nel 2018 ha preso atto che non può più basare il suo sviluppo sulle esportazioni ma che deve incrementare i consumi interni.
Da tutto questo la conclusione che si ricava è che Hong Kong non riuscirà a mantenere la propria libertà, che gli interventi a difesa di essa, anche se ci saranno, risulteranno solo di facciata o pretesti per altri fini
Ma è pur sempre vero che il futuro non è mai prevedibile con sicurezza.

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