Santa Sofia tornerà moschea

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L’ annuncio da parte del governo di Erdogan di ritrasformare Santa Sofia da museo a moschea ha sollevato accese polemiche e rimostranze in Occidente. Il Papa si è limitato a manifestare il suo dolore e niente altro (e per la tenuità della reazione ha ricevuto critiche dai soliti ambienti). Altri commentatori e ambienti politici hanno duramente condannato il fatto ravvisando in esso una manifestazione di integralismo e insieme un atto di ostilità, un affronto quasi, verso l’Occidente e qualcuno ha invocato la cacciata della Turchia dalla NATO oltre a mantenere ferma l’esclusione dalla UE.

Ora, al di là delle reazioni emotive, cerchiamo di comprendere i termini della questione nell’ambito del contesto politico culturale turco a cui dobbiamo riferirci per comprendere avvenimenti turchi: non si possono giudicare dei fatti con criteri estranei all’ambiente in cui gli avvenimenti accadono.

Com’è noto, Santa Sofia fu la maggiore chiesa del cristianesimo greco (e anzi di tutta la cristianità) per circa un millennio. Nel 1453 i turchi conquistarono Costantinopoli e ne fecero quindi la capitale del loro impero che si estese poi in quasi tutto il Medio Oriente e in Europa fino alle porte di Vienna che per due volte cercarono di conquistare. Il sultano trattò i greci di Costantinopoli con molta magnanimità (relativamente ai tempi, ovviamente) che restarono indisturbati nella città ribattezzata Istambul (= la città per eccellenza come era stata detta “urbs” anche Roma). L’impero turco fu non solo multietnico ma anche multi religioso (come tutti gli stati islamici d’altronde) infatti i mussulmani non costringevano le popolazioni cristiane (Ahl al-Kitab, genti del libro) ad abbracciare forzatamente l’islam ma davano ad essi la protezione statale (dimmy) in cambio di una tassa (gihaz).

L’impero turco fu particolarmente tollerante: non per niente il patriarcato ortodosso rimase ed tuttora rimane nell’antica capitale.

In questo quadro i Turchi però si impadronirono di Santa Sofia e la trasformarono nella più importante moschea del mondo islamico. In verità furono costruite molte altre moschee nella città altrettanto monumentali ma S. Sofia era pur sempre la più illustre e tale rimase per circa quattro secoli quando fu trasformata in museo per volontà di Ataturk. Sarebbe come se noi trasformassimo San Pietro in museo sottraendola al culto.

Il fatto si inquadra nel parossismo della laicizzazione imposta in quei tempi alla Turchia. Per effetto della sconfitta nella Prima Guerra mondiale l’impero turco (o almeno quello che ne restava) si dissolse e Francia e Inghilterra se ne divisero la parte araba in sfera di influenza (accordo Sykes-Picot) poi amministrate come mandato della Nazioni Unite.

Anche il territorio dell’Anatolia (la Turchia non esisteva) venne diviso in generiche sfere di influenza fra Francia, Inghilterra, Italia e Grecia. Le autorità di Istanbul accettavano passivamente ma il generale Mustafa Kemal organizzò una fortissima resistenza in nome di una nazione turca che reclamava uno stato nazionale turco (per questo fu detto Ataturk, cioè padre dei Turchi). Gli occidentali, allora stanchi dell’infinita strage della Guerra Mondiale, rinunciarono a ogni pretesa. I greci invece, che popolavano le coste dell’Anatolia fin dagli albori della storia, vollero ampliare le concessioni già eccessive che avevano ottenuto. Si ebbe cosi la tragica guerra greca turca fra i 19 il 22 che finì con la vittoria dei turchi: in conseguenza ci fu una pulizia etnica per cui circa un milione di Greci lasciarono le loro sedi dell’Anatolia che abitavano da tremila anni e circa mezzo milione di Turchi che risiedevano nei confini greci si rifugiarono nella nascente Turchia.

È importante notare che la guerra non ebbe affatto carattere religioso ma solo politico, originato da esasperati nazionalismi che si andavano allora diffondendo dall’Occidente.

Infatti Kemal impose un laicismo che a noi pare estremo ma che allora era diffuso in occidente. Nulla di più lontano dalla sua ideologia che fare un jihad, una guerra santa.

La trasformazione quindi di S Sofia in un museo avvenuta alcuni anni dopo, nel 1935 non era assolutamente e in nessun modo una concessione ai Greci (e perché mai poi) ma una manifestazione simbolica del suo acceso laicismo: un fatto tutto interno alla politica turca. Kemal cercò di europeizzare la Turchia con la forza ma ci è riuscito solo nelle élite politiche culturali mentre la Turchia profonda delle masse è restata islamica. Si potrebbe azzardare un paragone con Pietro il grande di Russia: l’aristocrazia (culturale) russa divenne occidentale, parlava perfino il francese al posto del russo ma le masse restarono nella condizione e tradizione del passato di sempre.

La casta militare turca si è poi arrogata il ruolo di custode della laicizzazione, una specie di supervisione della politica turca con interventi forti e continui. Dopo 80 anni però la Turchia ha ritrovato la sua anima islamica pur non rinnegando formalmente il laicismo Kemalista.

È in questo contesto che Erdogan ha annunciato il ritorno di S. Sofia a moschea. Non è una sfida all’Occidente, non è ostilità ai Greci, non è necessariamente un preludio al radicalismo religioso. Ci pare quindi una conseguenza logica della nuova realtà della Turchia che può piacerci o meno (ma questo è altro problema). Per quanto riguarda l’ingresso nella UE la questione formalmente è sempre aperta ma a tutti è chiaro che la Turchia non vi può entrare: innanzitutto non è una democrazia completa (e non lo era nemmeno prima di Erdogan) e poi perché nel momento in cui riscopre la sua anima islamica non è più Europa (come sognava Ataturk) ma rientra nel Medio Oriente.

Per quanto riguarda la partecipazione alla NATO si tratta di una alleanza militare che può comprendere anche regimi diversi: resta da vedere più che altro il significato di una alleanza nata per contrastare l’Unione Sovietica che non esiste più: forse occorrerebbe ripensare il suo ruolo che genericamente viene visto come un fattore di stabilità.

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