Romantica quarantena a Istanbul

Print Friendly, PDF & Email

Per quanti hanno amato le vicende della professoressa Greta Durante, protagonista del romanzo OLTRE IL CIELO DI ISTANBUL di Marinella Tumino, ecco un racconto, una sorta di seguito, scritto dell’autrice durante i giorni di quarantena.

Ogni mattina aveva la consuetudine di andare a spiare l’arrivo della luce dalla grande vetrata della cucina.

“Giorno trenta di reclusione”, sussurrò tra sé Greta, mentre fuori regnava ancora la penombra.

Si sedette, allora, sulla cyclette e cominciò a pedalare mentre attendeva che nel cielo la notte rischiarata dalle stelle lasciasse il posto al bagliore del giorno. Tutto sembrava paralizzato e solo la luce, in armonia con tutte le sue particelle, si muoveva.

“L’alba è il momento in cui nulla respira, è silenzio e il silenzio è musica che va dritto al cuore, un modo per riconciliarsi con sé stessi”, sussurrava la donna, mentre i pensieri erano nostalgici e, a tratti, si ricamavano di speranza,

Greta non aveva perso l’abitudine di alzarsi all’alba, nonostante dal 18 marzo, a causa del Coronavirus, il governo turco avesse preso delle misure per contenere la pandemia: aveva chiuso le scuole, imponendo la reclusione in casa con distanziamento sociale. Tuttavia erano misure piuttosto blande rispetto a quelle di altri Paesi europei infatti nei fine settimana era vietato a tutti uscire di casa mentre negli altri giorni il divieto riguardava i giovani di età inferiore ai 20 anni e gli over 65.

Pedalava a suon di musica e respirava con avidità, mentre il cielo si tinteggiava di colori inediti assistendo allo spettacolo della natura che stava venendo fuori e che avrebbe avuto la durata di brevi istanti; sembrava un’opera d’arte creata dalla mano sbadata di un pittore che aveva intinto i pennelli in una poltiglia di colori della tavolozza: oro, giallo, arancio.

Dopo il fitness e la doccia che le restituivano grande carica, si sedette sullo sgabello del banco colazione e spalmò la marmellata di arance godendosi i primi momenti in cui il sole regala il sorriso come se volesse augurare il buongiorno. Con in mano la tazza fumante di caffè, lesse le notizie sul quotidiano on line e andò in cerca delle ultimissime sulla Pandemia che aveva colpito in poco meno di 4 mesi ben 140 Paesi di tutto il mondo. Nato come epidemia, il Covid 19, questo era il nome scientifico, si era spostato a gran velocità da Oriente a Occidente, trovando terreno fertile nel cuore dell’Europa e causando milioni di vittime, una strage senza pari…

Finì la colazione. Era tempo di ricominciare un altro giorno, un’altra storia, cogliendo la fortuna di esistere e di essersi risvegliata ancora una volta in un angolo del pianeta che amava molto: Istanbul.

L’alba le aveva concesso di vivere i suoi momenti, mettendo in moto i ricordi e il pensiero era subito volato in Sicilia dai suoi cari… Due mesi prima era stata in vacanza da loro, quindi aveva potuto abbracciarli, accarezzarli, coccolarli, guardarli in profondità negli occhi, prendendoli in giro quando facevano cose buffe, ridendo a cuore pieno per la semplice gioia di stare con loro. Niente e nessuno in quei giorni di relax aveva prefigurato uno scenario simile a quello che stava vivendo da qualche settimana…In quel periodo così oscuro le mancava più che mai la sua famiglia e non sapeva quando le sarebbe stato possibile rivederla. In verità, prima che l’Italia e la Sicilia chiudessero gli ingressi, aveva pensato di fare rapidamente i bagagli e di tornare nella sua isola tanto anche da lì avrebbe potuto effettuare la didattica a distanza con i suoi studenti, ma poi, razionalizzando, aveva ritenuto giusto restare in Turchia… Si scappa per paura, per viltà, per punizione e lei non aveva validi motivi per scappare!

Stava vagando in piena solitudine, in silenzio e in punta di piedi, tra i corridoi dell’anima, aprendo porte socchiuse e riscoprendo mensole coperte da polvere di vita e cassetti stipati di ricordi. Un nodo alla gola le si aggroppò, ma non voleva lasciarsi andare a piagnistei, non era il momento, piuttosto doveva sbrigarsi perché a breve avrebbe dovuto iniziare la video lezione su Meet con i suoi amabili studenti.

“Buongiorno ragazzi, come state? Com’è andato il vostro week-end?”.

“Salve prof! Io stamani ho avuto parecchie difficoltà a collegarmi, però eccomi!”, iniziò Dada. “Comunque, io sto bene, ho eseguito passo, passo i consigli che ci ha lasciato venerdì in bacheca e voglio ringraziarla. Sono stati preziosissimi”.

L’insegnante invitò lei, e chi volesse, a condividere ciò che desideravano.

“Ho ascoltato tanta buona musica pop degli anni Ottanta: Spandau Ballett, Depeche Mode, Bon Jovi…insomma mi sono dilettata. Poi ho pure analizzato un testo, True, degli Spandau che ho tradotto in Italiano e in Turco, spero di non aver fatto errori”, la ragazza chiuse il suo intervento con ironia.

“Io invece voglio proporvi un brano che ho studiato con la chitarra elettrica per tutti noi, posso suonarla?”, intervenne Said.

Esortato coralmente dal gruppo, collegò tutto l’apparato e suonò il noto brano dei Pink Floyd I Wish You Were Here.

“La dedico a tutti Voi, in particolare a lei, cara professoressa. Vorrei davvero che foste qui con me…accanto a me. Mi mancate tutti tantissimo!” e cominciò a regalare la celebre melodia. Suonava con fluidità e scioltezza, con un’armonica concordanza nel moto delle dita, ma soprattutto con grande passione. Fu un momento toccante per tutti e Greta dovette tamponare i lucciconi agli occhi. Si sentiva in un equilibrio precario e quella delicata dedica accompagnata dal suono di dolci note l’aveva commossa.

“Io voglio condividere con voi una poesia di Saffo”, fu l’intervento successivo, quello di Leila che cominciò a leggere con enfasi:

Eros ha scosso la mia mente *

Eros ha scosso la mia mente

come il vento che giù dal monte

batte sulle querce.

Dolce madre, non posso più tessere la tela

domata nel cuore dall’amore di un giovane:

colpa della soave Afrodite.

Sei giunta, ti bramavo,

hai dato ristoro alla mia anima

bruciante di desiderio.

“Ragazzi, siete stati stupendi e mi avete proprio emozionata”, si espresse con gratitudine l’insegnante, dopo aver assistito con grande empatia alle varie proposte, “avete fatto dono di pura bellezza. Ognuno di noi, dunque, deve continuare a contribuire ad alleviare il peso di questo momento così difficile e del tutto inedito mentre si vive da reclusi, privati di una delle più grandi libertà, quella di movimento. Per questo vi vorrei leggere una favola…

Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all’avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l’incendio stava per arrivare anche lì. Mentre tutti discutevano vivacemente sul da farsi, un minutissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme. La cosa non passò inosservata e a un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere l’incendio!”. Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?” e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua. A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme. Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell’antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell’aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco. A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. Con l’arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio poteva dirsi ormai domato. Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco. Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D’ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo. Che ne pensate? La conoscevate? E’ la favola del Colibrì**”.

 “Tutti gli animali fuggono dall’incendio e preferiscono arrendersi, tranne uno: il colibrì. E’ un eroe solitario che si prodiga in uno sforzo che sembra a prima vista vano all’inizio, ma poi genera imitazione, solidarietà, esiti positivi”, disse il suo parere Ahmed, “crede nelle sue forze, anche quando gli altri animali lo deridono e gli chiedono a che cosa possano servire i suoi tentativi. Sono i cuccioli di ogni specie che cercano di spegnere l’incendio; gli adulti guardano, deridono, stanno a margine. Volontà, tenacia, fiducia in sé sono i principali valori del colibrì”.

“Questa è la favola, ma la realtà non è differente”, intervenne Gioia, “nel nostro Paese, ci sono venuti in mente tanti colibrì che si sono battuti contro grandi incendi, spesso lasciati soli e derisi nel tentativo di spegnere le fiamme. Per domarle hanno sacrificato anche la loro vita. Eroi conosciuti, sconosciuti, uomini e donne ordinari e straordinari. Ne abbiamo avuti moltissimi, celebrati per qualche istante e poi dimenticati. Questi colibrì hanno scelto di battersi perché credevano e credono in alcuni sani valori, energia e bussola del loro volo. Sanno che i loro sforzi, da soli, non basteranno a spegnere l’incendio eppure si ostinano a prendere delle gocce d’acqua per lanciarle sul bosco. I loro sforzi verranno imitati”.

“Sono animati da una forza interiore che li sostiene anche quando sono disorientati per il fatto di essere soli. Ogni loro azione è una piccola azione che ne genera altre”, aggiunse Leila, “ricordiamo, dunque, tutti gli operatori sanitari, i farmacisti, i commessi dei supermercati, insomma tutti quelli che sono in prima linea, in trincea in questo momento delicato, rischiando la loro vita. Questa favola del colibrì mi è piaciuta per questi motivi e perché ha risvegliato quella parte di noi che preferisce dormire, scegliendo di rimanere al riparo, mentre fuori divampa il fuoco”. “Il volo del colibrì ci ricorda anche che i nostri piccoli sforzi, esercitati con tenacia e tutti insieme, possono generare dei grandi cambiamenti”, chiuse Greta, soddisfatta per i vari contributi e le riflessioni fatte dai suoi studenti.

Le giornate scorrevano fra le mura domestiche anche perché il presidente turco aveva invitato a non uscire di casa più del necessario. Il primo caso di coronavirus in Turchia era stato dichiarato l’11 marzo e dopo tre settimane i morti erano stati più di trecento e i contagiati oltre quindicimila. Le strade di Istanbul nel frattempo si erano quasi completamente svuotate, l’utenza dei mezzi pubblici diminuita del 90%. La cosa più impressionante nella megalopoli sul Bosforo da 15 milioni di persone, abituata a non riposare mai e viva a qualsiasi ora del giorno e della notte, era il silenzio che regnava assumendo tratti surreali.

Chiuso il collegamento, Greta controllò il cellulare e si accorse delle varie telefonate di Atan, col cuore palpitante lo chiamò.

“Ciao tesoro, ma dove eri nascosta?”, le chiese Atan con ilarità, rispondendo alla telefonata, “sei stata parecchio impegnata con le lezioni on-line?”.

La donna gli fece il resoconto della soddisfacente mattinata poi gli domandò come stava, dato che lo sentiva ancora raffreddatissimo.

“Sto bene, stai serena. Non temere, non ho contratto il virus!”, disse ironicamente, “sono stato 15 giorni in isolamento a casa. Oggi mi è arrivato il risultato del tampone ed è fortunatamente negativo quindi, se per te va bene, potresti trasferirti qui a casa mia…non mi va più di restare solo e per di più lontano da te”.

Atan aveva accompagnato un gruppo di studenti del liceo a Firenze con il progetto Erasmus. L’Italia era stato però uno dei primi Paesi europei colpito dall’epidemia, quindi il gruppo era stato costretto a rimpatriare anzitempo e costretto alla quarantena. Il professore si era messo in autoisolamento. Sebbene nel Paese non fosse stato dichiarato un vero e proprio lockdown, Greta aveva scelto di seguire il modello italiano, quindi era rimasta rintanata in casa e andava fuori solo per fare la spesa o in farmacia.

“Perché non ti trasferisci tu a casa mia? Sai bene che è più spaziosa e in tutto questo tempo ho pure arredato il terrazzino”, Greta fece la sua proposta. “Sono certa che staremo comodamente bene, che ne pensi?”.

“Va bene, hai vinto tu! Preparo tutto e corro da te!”, l’uomo esplose in un inenarrabile entusiasmo.

La donna si diede da fare: preparò la “Caponata” che lui amava particolarmente, poi tirò fuori dagli scaffali il vino rosso Durante delle cantine di famiglia e, spolverando la bottiglia, la accarezzò nostalgica e sorrise con dolcezza rievocando tutti i brindisi fatti.

Quando suonò il citofono erano le 16, lei stava sorseggiando una tisana calda; sentì l’adrenalina in corpo, corse giù per le scale dopo aver aperto il portone dal pulsante. Era arrivato Atan! Quegli istanti furono indimenticabili: i loro sguardi si incontrarono e si penetrarono, lei gli saltò in braccio come una bimba festante e lui la fece volteggiare mentre un abbraccio caldo e soffice li avvolgeva. Non si vedevano da quasi due mesi.

“Ho bisogno di respirarti”, gli sussurrò.

“Io ho bisogno di te per essere, per esistere, per diventare. Mi sei mancata da impazzire”.

“Ho bisogno anch’io di te. Ogni attimo, ogni pensiero, ogni respiro di questo bisogno è nutrimento infinito per me”.

Entrarono in casa, lui lasciò in un angolo il trolley con i vari pacchetti e l’afferrò da dietro per stringerla ancora a sé.

“Il tuo odore, la tua pelle…che sogno!”, le soffiò sui capelli. “Questo abbraccio per me è casa!”. “Ho sognato a lungo questo momento…pensavo non arrivasse più”, tirò un sospiro di sollievo e poi esplose in un pianto liberatorio, “mi sono sentita sola, persa…Ho avuto paura”.

Atan la stringeva forte a sé, la cullava, la coccolava. Cercava di rasserenarla e farla sentire al sicuro tra le sue braccia. Si persero poi in mille discorsi interrotti per parecchio, troppo tempo. Il potere delle parole tramava quello delle emozioni in un gioco di sensi e sinergia di pensieri, senza interruzioni. Vissero come sospesi, poi arrivò l’istante magico, quello in cui la luce del giorno si stava affievolendo e il cielo, proprio come all’alba, si stava colorando di tinte inedite. Greta mise un po’ di musica, The Cranberries, preparò un Çay fumante che sorseggiarono seduti comodamente nel terrazzino.

“Il tuo buon gusto è presente anche in questo piccolo angolo”, le fece l’occhiolino mentre si mettevano a sedere sulle poltroncine in vimini. “Sono sbocciati anche i fiori: è un tripudio di forme, di colori, di profumi e la fresia assieme ai tulipani e ai ranuncoli danzano al ritmo della vita. Un piccolo paradiso, complimenti!”.

“Immagino le moschee deserte!” esclamò Greta quando sentirono il richiamo del muezzin, “come deserta è tutta la città! A proposito, hai sentito la novità su Santa Sofia? Pare vogliano trasformarla in moschea, pazzesco!”.

“Mi auguro che Erdogan si ravveda e che magari il Consiglio Mondiale delle Chiese riesca a smontarlo perché riconvertire la Basilica di Santa Sofia in una moschea farebbe ribaltare quel segno positivo dell’apertura della Turchia, in un segno di esclusione e divisione”.

“Speriamo bene! Sarebbe …come cancellare i segni della Storia… costruita 1500 anni fa come cattedrale cristiana ortodossa, poi convertita in moschea dopo la conquista ottomana nel 1453 e, infine, diventata un museo e poi patrimonio mondiale dell’Unesco nel 1934. Sarebbe un vero peccato!”

Il mare era oltre il loro orizzonte ma i due immaginarono la grande stella immergersi beatamente nelle acque del Bosforo, uno spettacolo cui avevano assistito decine di volte insieme. L’aria era serena e pulsava dei battiti dell’amore che facevano eco nei loro due cuori che battevano allo stesso ritmo.

Quando le prime luci della città iniziarono ad accendersi, lui la invitò a ballare sulle note di When you are gone. Cominciarono a muoversi sfregando i corpi con sensualità.

“Mi mancavano anche questi momenti”, gli bisbigliò all’orecchio che subito dopo mordicchiò intessendogli la pelle di brividi.

“In questo istante che corre veloce volevo dirti ti amo, due parole urgenti così come urgente è la vita che va vissuta attimo dopo attimo con intensità”, lui l’attirò ancor più a sé per baciarla con passione. Poi si lasciarono andare sul sofà e fu un intreccio di mani e di gambe, di corpi avvinghiati, di labbra che proferivano parole d’amore. Si districarono dagli ultimi fili degli incubi accumulati, riappropriandosi dei reciproci corpi in una fusione atavica e dei cuori dove le ombre erano completamente scomparse, lasciando il posto alla bellezza dell’amore.

Voglio scrivere di te a colori…

Non più in bianco e nero, non più!

Voglio dare colore al tuo viso, ai tuoi occhi, al tuo cuore

Voglio scrivere di noi a colori

Scelgo quelli più vivaci perché descrivono meglio il nostro “Stare insieme”

Il rosso sarà il preferito, lo userò tanto…

Un tocco di colore darà più essenza alla vita stessa e all’amore.

Voglio scrivere a colori…, la donna, come era solita fare, gli dedicò dei versi.

“E’ sempre strepitosa la tua caponata, tesoro mio, e poi sorseggiare e gustare il vino Durante è sempre puro piacere”, cenarono a lume di candela sul poggiolo.

“Promettimi che non mi lascerai più da sola!”, si era rilassata, aveva riacquistato serenità e ripreso a sorridere.

“Non dubitarne, sarò qui al limitar dei sogni…con te fino alla fine dei nostri giorni. Intanto, attenderemo insieme il libera tutti per riprenderci subito le nostre vite e la tanto agognata libertà”.

“Che bella promessa! A quanto pare ne avremo ancora un bel po’ ma trascorrere il resto della quarantena con te sarà pura magia”, e si sorrisero delicatamente, con gli occhi sfavillanti di gioia. Da frammento senza senso erano diventati casa e rifugio, incastro totale l’uno per l’altra. Il cerchio si era perfettamente chiuso in un magistrale noi, mentre insieme, osservando fuori dalla finestra il cielo adamantino e lo spicchio di luna che aveva ripreso a danzare con le stelle, attendevano nuove albe traboccanti di speranza e di vita.

* “Eros ha sconvolto il mio cuore” di Saffo, Garzanti 2020. 
** https://demo.capitello.it 

Scarica il pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*