Il pericolo cinese

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Si va diffondendo o qua e là una certa paura per il pericolo cinese: il timore cioè che la Cina possa divenire potenza egemone nel mondo e quindi sottomettere anche l’Occidente in una specie di capovolgimento dei rapporti coloniali dell’800.

La lunga campagna di Trump dei dazi può apparire ad alcuni come l’inizio di un conflitto fra Oriente e Occidente. In effetti però la guerra dei dazi (comunque si voglia giudicare poi politicamente Trump) corrisponde a una esigenza oggettiva. La bilancia dei rapporti economici fra gli stati non può essere troppo a lungo sbilanciata a favore di un paese: il progresso economico deve basarsi sui consumi interni non sull’esportazione perché è chiaro che non è possibile che un flusso di valuta passi da un paese all’altro all’infinito. Occasionalmente ricorderei che la guerra dell’oppio fu proprio dovuto allo squilibrio della bilancia dei pagamenti fra Cina e Inghilterra. La seconda importava dalla Cina il the che andava diffondendosi in Inghilterra ma riusciva a esportare poco o niente in Cina. Ricorse quindi all’oppio la cui produzione in Cina era ovviamente illegale. Quando i cinesi tentarono seriamente di bloccare il traffico allora esplose la guerra rovinosamente persa dalla Cina e cominciò quel lungo e rovinoso crollo che solo in epoca recente, nei tempi di Deng Xiaoping, si è invertito.

Ma ritengo che non si deve temere troppo la Cina e per molto motivi.

Innanzitutto bisogna pure ridimensionare la forza economica della Cina che è poi la base della forza politico-militare di ogni nazione. Grandi sono stati i suoi progressi nell’ultimo trentennio e davvero si rimane stupefatti di come una distesa infinita di casupole sia stata sostituita da una foresta infinita di grattacieli. Tuttavia (prescindendo dalla crisi del covid), il reddito pro capite della Cina è ancora meno della metà del nostro e poco più di un quarto di quello americano. Pil pro capite, a parità di potere di acquisto: Cina 16,600 – Italia 38,000 – Usa 59,500.

I tassi di sviluppo inoltre si sono dimezzati negli anni: matematicamente ci vorrebbero secoli per raggiungere il nostro livello ma sono calcoli senza senso, puramente teorici, perché non sappiamo come i tassi andranno nel futuro.

Lo sviluppo della Cina è un fenomeno simile al miracolo economico italiano e che si è manifestato in tanti altri paesi e presumibilmente si manifesta e si manifesterà ancora. Lo sviluppo tecnico porta al benessere e allo sviluppo: alcuni stati lo hanno raggiunto prima, altri dopo: ma finito il boom i tassi di crescita tendono a uniformarsi e i rapporti di ricchezza restano stabili. Durante il nostro boom abbiamo raggiunto anche la Gran Bretagna ma in seguito la gerarchia secolare è stata ripristinata: quanti migranti italiani ci sono in Gran Bretagna ( credo circa 800 mila) ma non vedo nessun migrante britannico cercare lavoro in Italia. E simile discorso vale per gli altri paesi del nord Europa.

Attualmente i paesi in forte sviluppo sono quelli ex comunisti dell’est europeo ma finito il boom i rapporti con gli altri paesi resteranno gli stessi di prima.

Noi italiani avevamo un primato in Europa che abbiamo perso nel ‘500 quando i paesi del nord Europa ci hanno sopravanzato: malgrado il miracolo economico non siamo riusciti a raggiungerli e presumibilmente non ci riusciremo nelle prossime generazioni.

I Cinesi continuano a migrare in Occidente ma nessun occidentale pensa di migrare in Cina.

Bisogna pure considerare un secondo ordine di motivi: la mentalità cinese. Per il paese di mezzo (cioè centro del mondo) tutto il resto è periferia che non vale la pena di conquistare. Sono convinti, come noi e più di noi, che la loro sia la vera unica civiltà ma a differenza di noi pensano che non può essere condivisa da chi non vi è nato: lo stile di vita cinese non può essere esportato, non pensano mai che europei o africani possano diventare come i cinesi, non ne sarebbero capaci. Infatti si limitano a puri rapporti commerciali senza interferire nelle politiche, nei valori, nelle culture mentre noi Occidentali pretendiamo non solo di esportare i nostri prodotti ma anche i nostri valori (attualmente i diritti umani e democrazia, un tempo il cristianesimo). Essi definiscono il loro regime politico come via cinese al comunismo: solo cinese quindi, mica di altri popoli e tanto meno universale mentre noi occidentali pretendiamo di scrivere dichiarazioni universali dei diritti degli uomini, delle donne, dell’infanzia, e così via.

Certo però che uno scontro con la Cina farebbe paura. Io noterei un fatto: nella cultura dell’Estremo Oriente (Cina, Indocina, Mongolia, Giappone) si nota una particolare violenza nelle guerre: non basta vincere il nemico, bisogna proprio distruggerlo. In Occidente invece basta vincere e poi si offre la pace (parcere subiectis et debellare superbos, dicevano i romani). Nella civiltà indiana invece le grandi catastrofi delle guerre paiono essere molto rare, quasi sempre a causa delle invasioni islamiche.
Grandi stragi e atrocità si segnalano in tutta la storia dell’Estremo Oriente; dalla formazione stessa della Cina al tempo del primo imperatore, alle invasioni mongole fino alle atrocità dei nipponici nella Seconda Guerra Mondiale, dei Kmer rossi in Cambogia. Sembrerebbe proprio una carattere culturale (certamente non genetico).

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