Gli accordi di Abramo

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A livello dei mass media l’accordo fra Israele e alcuni stati del Golfo ha preso lo strano nome di “Accordi di Abramo”: un nome piuttosto enfatico in verità che richiama l’antico patriarca dal quale non solo gli Israeliti credono di discendere ma in vario e più vago modo anche gli arabi.

Di per sé, nella realtà immediata, non innova poi molto ma ha o, meglio, potrebbe avere un grande significato politico, quasi l’inizio di una nuova era nei rapporti arabo-israeliani come proclamano quelli che lo hanno siglato.

In pratica costa di due accordi, uno con Emirati Arabi Uniti e l’altro con il Bahrein, ancora da ratificare dal parlamento israeliano, che prevedono la regolarizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali: ad esempio sarà possibile per gli Israeliani andare in vacanza a Abu Dhabi e ai cittadini degli Emirati visitare la sacra spianata di Gerusalemme. Non contemplato, ma forse più importante, è la possibilità di acquistare in USA aerei e altre armi di ultima generazione e anche e forse soprattutto uno spot per la rielezione di Trump, in forte difficolta per la gestione disastrosa del covid19.

Ma quello che conta, come dicevano, è la prospettiva politica per comprendere la quale ci pare opportuno un brevissimo richiamo storico. Nella terza guerra arabo israeliana del 1967 Israele occupò tutta quella che era l’antica Palestina. Alcuni territori furono annessi (Gerusalemme) ma altri furono dichiarati territori occupati e tali ancora vengono considerati.

La non-annessione significa che gli abitanti arabi non diventano cittadini israeliani, non possono votare, e si trovano in una specie di limbo giuridico da oltre 50 anni. L ONU, all’indomani del 1967, richiese il ritiro di Israele nei confini precedenti e tale rimane ancora teoricamente la posizione ufficiale. Nel frattempo esplose la guerriglia palestinese che debordò anche in Occidente con attentati un po’ dovunque. Già però nel 1970 persero l’appoggio della Giordania che cacciò sanguinosamente i fedayn dal proprio territorio (Ottobre Nero) e in seguito siglò la pace rinunciando alla sovranità sui territori palestinesi.

Nel 1979 persero anche il maggiore e più importante sostenitore, l’Egitto, con la pace siglata da Sadat.

Dopo che Saddam, che generosamente finanziava la lotta palestinese, fu sconfitto nel 1991 nella guerra del Kuwait e i palestinesi lo avevano sostenuto, si giunse all’accordo di Oslo, nel 1993 auspice il presidente Usa Clinton fra gli allora presidenti Rabin e Arafat nei quali in verità piuttosto vagamente si parlava di una pace definitiva con la formazione uno stato palestinese con il ritiro, quindi, almeno parziale dai territori occupati. Fu istituita una Autorità (non governo) palestinese che amministrava i territori occupati ma l’accordo non fu mai realizzato. Rabin fu assassinato da un fanatico israeliano e si sono poi succeduti governi israeliani sempre sostenuti dalla destra religiosa contraria agli accordi mentre il fronte palestinese si è diviso fra un gruppo moderato laico in Cisgiordania (West Bank) e uno radicale religioso a Gaza. In questi 27 anni si sono succeduti scontri, attentati e rappresaglie ma nulla è mutato e la prospettiva della istituzione di uno stato palestinese appare sempre più lontana, un miraggio irrealizzabile anche perché nel frattempo in molta parte dei territori occupati si sono stabilite le cosiddette colonie ebraiche che comunque dovrebbero restare ad Israele. Ora in questo quadro l‘accordo con i paesi del Golfo mette definitivamente in disparte la formazione di uno stato palestinese anche se gli Emirati continuano a proclamarsi difensori dei palestinesi e hanno anche ottenuto qualche concessione da Israele come la sospensione di alcune annunciate annessioni. Se l‘accordo, come pare, si estenderà anche all’Arabia Saudita (che presumibilmente sta dietro agli accordi per non esporsi per prima persona) i Palestinesi perderanno anche questo punto di appoggio che fino ad ora li sosteneva, sia pure solo teoricamente.

Resterebbe solo l’appoggio del lontano Iran sciita. Ma l’accordo arabo-israeliano è visto proprio in funzione anti Iran: in tutto il M. O. negli ultimi anni è esploso il conflitto fra sciiti e sunniti.

Al di là dei complessi giochi di potere e di influenza, i Palestinesi vedono il loro sogno di indipendenza, per molti addirittura della distruzione di Israele, in frantumi. Possono forse consolarsi con la promessa e la prospettiva di sviluppo economico che gli Israeliani promettono: miglioramenti economici contro ideali politici sembra la malinconica conclusione di settanta anni di illusioni. D’altra parte va pure detto che gli stati arabi, un po’ tutti, hanno usato la questione Palestinese per i propri fini politici e di predominio e non si sono mai veramente posto il problema di come aiutare i fratelli palestinesi.

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