Centri di accoglienza, alloggi emergenziali e comunità famiglia nell’anno della Pandemia

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Ci sono mondi e realtà che possono sembrare scomode da raccontare ma ahimè esistono e sono quanto più umane e drammatiche di come si è soliti pensarle.

Stiamo vivendo in un momento di drammaticità sociale e sanitaria che ci porterà sicuramente sui nuovi libri di Storia. La Pandemia ci ha rasi al suolo come paese e come cittadini singoli ma ancora peggio ha devastato delle realtà umane che vivevano già la precarietà sociale. 

Essere immersi in contesti che magari per vita, origine, status non hai conosciuto da subito, ma solo in un secondo momento, è una reale fortuna per aprire gli occhi sul mondo intero formato da condizioni umane e spesso anche disumane. 

Parliamo di quelli che sono i Centri di Accoglienza di Richiedenti asilo per nuclei e singoli che brulicano in moltissime zone dell’Italia ma, nello specifico, mi piacerebbe fare riferimento alle Strutture di una parte del Nord Italia che si chiama Alto Adige, e delle zone circoscritte alla provincia di Bolzano.

Ci sono strutture e strutture, di prima emergenza e di seconda accoglienza in cui gli utenti che vengono accolti e transitano per mesi ed anni all’interno delle stesse, viaggiano attraverso dei percorsi finalizzati all’ adempimento di progetti ed obbiettivi che mirano all’integrazione, alla formazione linguistica, all’autonomia sul terrotorio, al possesso di documenti regolari ed all’indipendenza economica tramite una collocazione lavorativa ed un alloggio fuori dai Cpra.

Gli obbiettivi per tutti vengono raggiunti nel tempo, ci sono anche casi in cui ciò non avviene ma il supporto del personale che opera e collabora con gli utenti ospiti, ossia operatori ed educatori, fa il possibile affinché si possa arrivare il più lontano possibile in meno tempo prevedibile.

Oggi l’invasione del virus Covid19 ha reso le prerogative e le aspettative  ardue, bloccandole quasi del tutto.

Viviamo come se il tempo si fosse arrestato, bambini, genitori ospiti dei Centri, non vedono più un futuro lontano.

Gli Enti che circoscrivono queste realtà sociali vulnerabili, praticano, ma tutto va’ a rilento e la speranza di abbracciare un’ autonomia è divenuta latente e lontana.

È quasi uno stato di inerzia.

La positività per Covid19 è come dire alla portata di tutti, grandi e piccini; i tamponi fortunatamente non tardano ad essere somministrati e l’isolamento sembra essere una porta buia che si apre tempestivamente con la stessa facilità con cui pagavi un caffè al bar in compagnia dell’ amico del cuore, in tempi che furono, lontani dall’oggi.

Ma nonostante questo si deve andare avanti, “The show must go on” …

L’ Alto Adige è ricchissimo di Strutture di accoglienza gestite da Cooperative sociali ed Associazioni come del resto anche il Trentino ed altre zone dell’Italia. Le strutture di cui parlo non sono sempre allo sfacelo, dipende di che tipo di accoglienza si parla, la differenza lo fa il livello di accoglienza portato avanti dal Progetto. 

Si parte da strutture paragonabili a dei tuguri, ex panifici e caseifici, container di cemento e/o legno ad anche ex alberghi oppure ostelli rivisitati.

Il ragionamento povero di chi dall’alto decide, consiste nel fatto che l’ accoglienza è un adattamento e dura poco anche se in realtà a volte si prolunga nel tempo, mesi, anni addirittura.

Tutto dipende dalle risorse umane e non. Ma qui vorrei fermarmi almeno per oggi.

La cosa tremenda è che spesso e volentieri, i così detti “tuguri” trasformati in alloggi per esseri umani con bambini al cospetto, senza alcuna adattabilità alla vita che tutti sognano come è giusto che sia, diventano parcheggi da temporanei ad estesi nel tempo dove sogni, speranze vengono accantonati e talvolta ingoiati dal dimenticatoio.

Accade anche il contrario ma accade purtroppo anche quanto detto, il dimenticatoio esiste e non è pantomima perché parliamo di vite che hanno compiuto viaggi rischiosi nella consapevolezza ma il più delle volte, anche nella calunnia di trovare qualcosa promesso che non è mai giunto. Ci sarebbe tanto, tantissimo da rivelare entrando nel merito di storie di esseri umani ma, raccontare  nei dettagli, aprirebbe emisferi ed abissi immensi talvolta di verità e talvolta di disumanità. Serve tempo in questo frangente.

Certi lavori non sono lavori come si diceva, ma sono delle possibilità per migliorare la propria di vita confrontandola con altre realtà e creando un ponte, un collegamento aperto al mondo, alle culture, alla ricchezza dell’integrità e dell’integrazione a cui dire: “Grazie, per avermi donato la parte mancante. Adesso sono un uomo od una donna completa”.

Questa è solo una povera descrizione della vita che si svolge all’interno dei Centri di accoglienza, dove la speranza è il cavallo di battaglia ma forse, quando tutto questo passerà, si riuscirà a guardare con occhi diversi il domani. Lo si spera di cuore.

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