La lady della Birmania

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Con questo titolo viene spesso indicata Aung San Suu Kyi, la donna  più nota non solo del paese ma direi di tutto l’Oriente. Il colpo di stato dei  militari del 1 febbraio l’ha rimessa nuovamente al centro dei media di tutto il mondo.  

È stata definita un’icona dell’Occidente e in qualche modo lo è, anche se negli ultimi anni la sua immagine si è appannata ma non bisogna dimenticare che essa è soprattutto un’icona del  Birmani che, in grande maggioranza, le hanno dato sempre il proprio voto ogni volta che è stato possibile.

In realtà però Aung San Suu Kyi non ha mai  guidato effettivamente il paese: più che una leader politica diciamo che è un simbolo della Birmania. Possiamo in qualche modo paragonarla a Gandhi, anche lui più un simbolo che un politico, del quale riprende  l’ideale della  non violenza. 

La sua notorietà inizialmente le derivò dal padre, Aung San. Questi, durante la Seconda  Guerra Mondiale, capeggiò un governo indipendente  dall’Inghilterra, che governava allora la Birmania  come un’appendice dell’India. Il suo governo dapprima fu alleato o meglio alle dipendenza degli invasori giapponesi ma in seguito si avvicinò ai comunisti cinesi e infine negoziò con la Gran Bretagna ottenendo l’indipendenza negli stessi tempi dell’India. Un avversario politico lo fece tuttavia assassinare: in seguito questi fu condannato e impiccato. La figlia Suu Kyi, che allora aveva solo tre anni, fu portata dalla madre prima in India e poi studiò in Inghilterra dove sposò un docente inglese ed ebbe due figli. Sembrava quindi del tutto lontana dal suo paese ma vi tornò nel 1988. Qui la democrazia era stata già soffocata da un colpo militare nel 1962. Il ricordo del padre però la rese estremamente  popolare e allora la giunta militare con vari pretesti la tenne agli arresti domiciliari per la maggior parte del tempo fino al 2010. Non potette rivedere i suoi figli e nemmeno assistere il marito che morì per un tumore  nel 1999.

Aung San Suu Kyi invitò sempre  i suoi connazionali a una resistenza non violenta di tipo gandhiano. Nel 2010 il dittatore di turno avviò delle riforme  in senso cautamente liberale  e permise quindi al partito di Aung San Suu Kyi, la  Lega Nazionale per la Democrazia, di partecipare alle elezioni. La costituzione però  concessa, e tuttora in vigore, sancisce una democrazia  estremamente limitata, riservando una quarto dei parlamentari ai militari, autorizzando inoltre  questi a intervenire  in caso di necessità. In partica in quel paese il colpo di stato militare è, diremmo, autorizzato dalla costituzione, caso, credo, unico nel mondo. Le elezioni riguardarono solo una parte dl parlamento ma la Lega Nazionale per la Democrazia le vinse guadagnando quasi tutti i seggi. Tuttavia Aung San  non poté presiedere  il governo perché per  un  legge sfacciatamente ad personam veniva esclusa in quanto aveva figli di nazionalità straniera (altra legge unica al mondo).  Venne però eletto come  presidente un suo sostenitore ed ebbe una carica speciale (unica anche essa nel mondo) di consigliere del governo. In pratica però il potere effettivo è sempre rimasto ai militari. La sua presenza però al governo facilitò i rapporti con l’Occidente che le aveva assegnato tutti i riconoscimenti possibili a cominciare dal  Nobel per la pace. La sua popolarità in Occidente però è stata offuscata per la vicende dei Rohingya, una etnia  islamica perseguitata e costretta  in buona parte a fuggire in Bengala che comunque non la vuole accogliere. Aung San ha difeso l’operato delle autorità birmane contro ogni aspettativa occidentale.  Va tenuto presente che in realtà non aveva l’autorità per opporsi a una politica che comunque riscuoteva il consenso popolare. Il Myanmar (o Birmania) è un paese in cui convivono molte etnie e fedi religiose di cui quella dominante è quella Burma (Birmani diciamo in italiano ) che ha una forte fede buddista nella versione theravāda.  

Si è intanto arrivati quest’anno a nuove elezioni nelle quali ancora una volta ha stravinto.  Il giorno in cui però avrebbe dovuto costituirsi il nuovo parlamento le autorità  militari, prendendo a pretesto presunti brogli elettorali, ha invalidato le elezioni  promettendo che si terranno nuovamente fra un anno. Aung San Suu Kyi è tornata quindi agli arresti domiciliari, ha continuato a chiamare alla resistenza  non violenta e tutto è tornato come 10 anni fa.

La domanda che molti osservatori si pongono è il motivo per il quale  i militari hanno fatto il colpo di stato. In effetti il loro potere restava intatto come prima. I buoni rapporti con  l’Occidente avevano dato una spinta allo sviluppo economico di un paese che è il più povero dell’area. Si ipotizza che, pur mantenendo il loro potere i militari, hanno temuto che ormai il successo di Aung San Suu Kyi li avrebbe comunque prima o dopo travolti.

Bisogna anche considerare che un Myanmar con una democrazia di modello occidentale, guidata da una leader imbevuta di cultura inglese, non sarebbe stata gradita alla Cina, che nel paese ha grossi interessi: la Cina, come pure la Russia, ha preso atto del colpo di stato dichiarando di non voler interferire con i problemi politici interni. Forse i militari hanno voluto fare una scelta di campo, preferendo la vicina Cina al lontano Occidente.

Probabilmente il colpo di stato avrà ripercussioni sui rapporti economici con l’Occidente. Biden pare voler riprendere il ruolo tradizionale dell’America di sostenitrice della democrazia nel mondo invertendo la direzione di Trump che intendeva perseguire solo gli interessi americani senza porsi alcun problema riguardo ai cosiddetti diritti umani.

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