L’Iraq visitato da Francesco

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L’Iraq è un paese distrutto da 40 anni di guerre e disordine: pur avendo grandi risorse di petrolio, il suo popolo si trova nell’estrema miseria e carente delle strutture moderne fondamentali (dall’acqua alla elettricità).

La tragedia iniziò con la Prima Guerra del Golfo contro l’Iran di Khomeini che comportò un milione di morti, enormi sprechi di risorse e fini nel nulla. Poi Saddam pensò di rifarsi invadendo il Kuwait 1990, scatenando la Seconda Guerra del Golfo nella quale gli americani annientarono con irrisoria facilità l’esercito iracheno e soprattutto le strutture del paese. Seguirono poi dieci anni di sanzioni, di bombardamenti, disordini e alla fine nel 2003, nel quadro della lotta al terrorismo, la Terza Guerra del Golfo nella quale gli americani occuparono tutto il paese. Questi si intestardirono nell’imporre nel paese una democrazia rappresentativa di tipo occidentale. Alla fine ci riuscirono dopo sanguinosi e lunghi conflitti. Ma la democrazia non ha mai funzionato veramente perché non si formarono partiti nazionali ma ogni gruppo etnico religioso finì per votare per i propri candidati. I curdi già si erano ritagliato un proprio stato autonomo anche se formalmente ancora parte dell’Iraq. Gli sciiti, avendo la maggioranza elettorale, hanno monopolizzato il potere emarginando i sunniti che invece avevano sempre gestito il potere. Si è creato quindi un continuo e inestinguibile conflitto che spiega l’incredibile e fulmineo successo dell’ISIS nel 2015, visto dai sunniti come una liberazione. Contro l’ISIS si è avuta una lunga e sanguinosa guerra sostenuta da USA e paesi arabi con devastanti bombardamenti ma combattuta sul terreno soprattutto da milizie
sciite.

Quello pero che è pochissimo noto in Occidente è che negli ultimi due anni sono esplose manifestazioni popolari di sciiti e sunniti insieme contro il disastroso sistema settario: la repressione è stata spietata e sanguinosa da parte del potere, praticamente degli sciiti, nell’assoluto disinteresse dell’Occidente.

In questa situazione disastrosa va vista la tragedia particolare dei cristiani. Questi sono i discendenti dei cristiani che abitavano quelle terre prima della invasione araba (chiesa di San Tommaso). Staccato dal resto della cristianità, come tanti altri gruppi, formarono una chiesa a parte denominata caldea (i caldei non c’entrano niente, erano siriaci) con qualche punto dottrinale diverso (nestoriani) che però si ricongiunsero alla Chiesa Cattolica nel 1700 tranne un piccolo numero ancora presenti definiti caldei pre-calcedoniani.

Gli islamici non imposero direttamente la propria religione ma praticarono tolleranza per cristiani ed ebrei (Ahl al-Kitab: popoli del libro). Però bisogna chiarire che la tolleranza islamica è cosa diversa da quella occidentale: non si tratta di libertà individuale ma del riconoscimento di comunità costituite. Ebrei e cristiani erano protetti dalle autorità (dimmy) in cambio di una tassa (gizha), di un atteggiamento dimesso (Wa-hum saghirum) e di lealtà verso il potere. Quindi cittadini di seconda categoria senza la pienezza dei diritti civili ma che costituiscono comunità autonome spesso fiorenti ed evolute. Un tale equilibrio è durato più di un millennio. Con l’egemonia europea anche in quei paesi si è fatta strada la libertà religiosa in senso occidentale e i governi nazionalisti (compreso quello di Saddam) hanno dato anche ai cristiani la pienezza dei diritti. Nel governo di Saddam, come è noto, il ministro degli esteri era un cristiano, Tarek Aziz.

Con la fine di Saddam però sono risorti gli estremismi e le rivalità religiose e quindi anche l’antica concezione dei dimmy. Soprattutto si è cominciato a pensare che i cristiani fossero la quinta colonna dei correligionari americano occidentali (i crociati secondo il termine di bin Laden) e quindi visti come nemici. I cristiani quindi sono entrati nel mirino degli estremisti e hanno subito pressioni e ogni sorta di intimidazione. Con l’ISIS si è giunti a vere e proprie persecuzioni non solo verso i cristiani come verso gli Yazidi e soprattutto verso gli sciiti.
Scomparso l’ISIS nel sangue e nella distruzione generale, l’insofferenza verso i cristiani tuttavia è rimasta. Il numero dei cristiani era di circa un milione e mezzo, non sappiamo quanti siano rimasti ora, si parla di un decimo. Gli altri sono si sono dispersi cercando paesi meno pericolosi.
A questo punto si pone il viaggio del Papa il cui scopo essenziale è quello di mostrare che i cristiani sono iracheni come tutti gli altri, parte della nazione e non una quinta colonna degli stranieri. Il Papa lo ha detto, ripetendo in ogni modo e in ogni luogo, che i cristiani sono parte dell’Iraq, una filo dell’ordito che costituisce la nazione secondo un fiorito paragone di stampo arabo.

Il punto più importante del viaggio può considerarsi l’incontro con al Sistani, il novantenne capo religioso degli sciiti iracheni.

Al- Sistani è nato ed educato in Iran ma non condivide la concezione komeinista del “Velayat-e faqih”, (letteralmente: tutela del giurisperito). Con questo termine si indica il principio che la autorità religiosa debba controllare quella politica (una specie di primato medioevale del Papa) che contrariamente a quello che generalmente si crede non è dottrina tradizionale degli sciiti ma una invenzione di Khomeini.

Ora al Sistani ha un grande ascendente fra i suoi correligionari: quindi l’incontro cordiale con il Papa può essere, almeno si spera, un segnale per tutti gli sciiti e smussare almeno l’animosità anticristiana. L’incontro con al Sistani fa da contraltare a quello del Papa con l’iman di al Azhar del Cairo, la massima autorità dei sunniti nel 2019.

La speranza è che il viaggio contribuisca a ridare un minimo di serenità ai rapporti fra caldei e islamici: gli effetti si vedranno nel tempo.

Tuttavia solo un ritorno al laicismo può essere la soluzione al problema, ritorno che vediamo quanto mai lontano.

 

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