Ven. Ago 19th, 2022
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La visita di Nancy Pelosi, speaker (noi diremmo presidente) della camera USA e quindi terza carica dello stato, a Taiwan ha catalizzato l’attenzione dei commentatori politici di tutto il mondo, mettendo per un momento in secondo piano la sanguinosa guerra in Ucraina. In effetti un po’ tutti vedono la crisi di Taiwan come speculare a quella ucraina e un po’ tutti paventano l’apertura di un conflitto nel Pacifico parallelo a quello nelle steppe russe.

A molti il gesto di Pelosi è apparso sconsiderato, qualcuno pensa a un trovata propagandistica in vista delle elezioni di medio termine americane. 

Il problema posto ci pare molto complesso, indecifrabile come proverbialmente si dice di tutto quello che riguarda la politica cinese.

Innanzitutto molto ambiguo è lo status di Taiwan. Com’è noto, nessuno stato ufficialmente riconosce Taiwan per quello che effettivamente è: uno stato distinto dalla Cina. Quando Chiang Kai-shek (attualmente: Jiang Jieshi) sconfitto dai comunisti di Mao si rifugiò sull’isola sotto la protezione americana intendeva rappresentare tutta la Cina, non certo una provincia divenuta indipendente. Pertanto sia la Cina di Pechino che quella di Taiwan si definiscono repubblica di (tutta) la Cina: non esiste teoricamente uno stato di Taiwan e nemmeno rappresentanze diplomatiche ufficiali. Con il tempo divenne sempre più innegabile che la Cina vera era quella di Mao e negli anni settanta, sotto la guida di Kissinger e Chu en lai (attualmente: Zhou Enlai) si giunse da parte USA al riconoscimento della Cina di Mao come della unica Cina. Si riconobbe quindi che Taiwan era una provincia della Cina, si stabilì però anche che l’unificazione doveva avvenire per via pacifica, senza intervento militare. Tuttavia sono passati da allora 50 anni e non si vede nessuna unificazione e nemmeno una prospettiva di essa. Taiwan nel frattempo è divenuta quella che si definiva una tigre asiatica, ha raggiunto alti livelli economici, si è data una struttura politica democratica sul modello occidentale. Non pare che abbia alcuna intenzione di tornare una provincia cinese, specie se si considera che Hong Kong, che avrebbe dovuto mantenere una propria autonomia (un paese, due sistemi), ha perso ogni liberta democratica.

Non si vede quindi come Taiwan possa tornare alla madre patria se non con un’invasione militare.

Bisogna anche considerare il fortissimo nazionalismo cinese: a differenza dell’Occidente i Cinesi non vogliono imporre al mondo i propri parametri di vita (héxié shèhuì: societa armoniosa) ma il loro orgoglio di Zhōngguó, nazione di mezzo (centro del mondo) non permette loro di rinunciare a nessun lembo di territorio che possedevano prima dall’arrivo degli europei (i barbari venuti dal mare), nemmeno Macao e di Hong Kong e quindi nemmeno Taiwan sottratta ad essi alla fine dell’Ottocento dai Giapponesi e dal quarantanove sotto l’influenza americana.
La situazione è ancora più esasperata dal fatto che Xi Jinping, rompendo una prassi inaugurata (ma non istituzionalizzata) da Deng Xiaoping di una sola conferma alla carica di presidente, punta chiaramente ad avere un terzo mandato (in pratica una carica a vita) ma la cosa non è poi cosi scontata. Ora La Cina un po’ per le misure rigidissime prese per il covid e anche perché già con Trump si sono posti limiti alle sue esportazioni, pare avere interrotto il suo slancio economico. La popolarità di Xi rischia di essere allora ridimensionata anche dall’impossibilità di riunificazione di Taiwan alla madre patria.

Una situazione veramente difficile, intricata ed esplosiva sulla quale è piombata la visita di Pelosi.

Biden ufficialmente si è dissociato, ma sembrerebbe strano che la Pelosi abbia agito veramente in contrasto con il presidente. Pure qui molta ambiguità. Quindi potrebbe essere un errore, una dabbenaggine di un’amministrazione che non sembra brillare: non crediamo. Ci sembra invece che pure in tutta la sua ambiguità gli USA, con la visita di Pelosi, hanno voluto dare un messaggio forte e chiaro alla Cina: non le permetteranno di riprendersi Taiwan cosi come non hanno permesso alla Russia di riprendersi la Ucraina, o almeno l’influenza su di essa.

Al contrario dell’Europa, in USA la sinistra, più sensibile ai valori della democrazia della libertà, dei diritti è quindi più interventista della destra (Trump) che invece si concentra di più sugli interessi americani (America first, come dicono). Hanno voluto dire che non permetteranno alla Cina di soffocare la democrazia a Taiwan come hanno fatto a Hong Kong.

D’altra parte cosa può fare la Cina: un’invasione armata con grandi mezzi sembra troppo difficile: malgrado la disparità di forza di un gigante di miliardo a 400 milioni e un piccolo stato di 23 milioni, c’è il mare di mezzo, c’è la potente flotta e aviazione americana, c’è il pericolo di una guerra nucleare.

Soprattutto non dobbiamo dimenticare un fattore economico fondamentale: la Cina deve il suo sviluppo alle esportazioni e il mercato che veramente conta è l’Occidente.

Uno scontro armato o anche non armato porterebbe e sanzioni, a interruzioni del flusso commerciale e quindi a crisi economica. Ai tempi della guerra fredda la Cina, come la Russia, era autosufficiente, aveva scarsissimi rapporti commerciali con l’Occidentale ma ora quel mondo è finito.

La globalizzazione è la chiave del successo economico cinese: potrebbero i Cinesi metterlo in forse per una questioni di puro principio, per un’isola che non rappresenta nulla in concreto?

Non sappiamo: a volte le nazioni precipitano in tragedie senza fine sull’onda del nazionalismo, della esasperazione del momento. E avvenuto nel passato, sta avvenendo in Ucraina: può ripetersi per Taiwan?

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