Mar. Nov 29th, 2022
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L’ultima volta che abbiamo visto Gianni Recupido sulla panchina della Passalacqua è stato 24 aprile in occasione dell’incontro di semifinale scudetto, Gara3, con Schio. Dopo quella partita ci sono state le dimissioni del coach ragusano e per la società iblea si è aperta una nuova pagina. Ma in questi mesi cos’ha fatto e cosa sta facendo Gianni Recupido? Italianotizie lo ha incontrato per farselo raccontare.

«Avevo bisogno di staccare da questo mondo, dall’impegno di allenare, di “lottare”. Ero saturo, specialmente questi ultimi due anni sono stati veramente molto pesanti. Adesso sto meglio, sono rilassato. Chi mi frequenta dice che sono molto più solare rispetto a prima».

Cosa hai fatto durante l’estate?
«Sono stato al mare. Amo stare in spiaggia, adoro il mare e ci sono stato senza pensieri, una cosa che non mi accadeva da anni. Negli ultimi 26 anni ho sempre allenato e l’estate è il momento in cui si lavora per preparare la stagione che arriva, cosa abbastanza stressante. Quest’anno invece mi sono sentito libero».

Non allenando, adesso di cosa vivi?
«Io sono un insegnante di sostegno, che è un lavoro veramente entusiasmante. Mi piace tantissimo fare questo lavoro».

Non ti manca la panchina?
«Noi allenatori siamo un po’ drogati e abbiamo sempre bisogno dello stimolo della competizione ma io sono molto razionale e fermarmi uno o due anni per ricaricare le batterie mi farà bene. Confesso che gli ultimi anni sono stati “svuotanti” e quindi il fatto di non avere impegni “impegnativi” mi sta bene. In estate ho rifiutato proposte importantissime perché in questa fase della mia vita non mi sento di allenare squadre di vertice. Ho invece accettato la proposta della Virtus e adesso mi sto occupando della Under17, che è un impegno molto più rilassante. E sono loro che mi stanno nuovamente trasmettendo l’amore per il basket perché in loro c’è grande entusiasmo e una voglia di giocare che è contagiosa. Ho bisogno di essere nuovamente contagiato!»

Hai seguito gli eventi sportivi di questi mesi?
«Il basket l’ho seguito un po’ meno del solito. Ho avuto come una crisi di rigetto. In genere in estate seguivo tutte le competizioni possibili, invece questa volta ho visto poco, ho seguito i risultati ma senza vedere le partite. Mi sto disintossicando ma so che la fiammella si riaccenderà. Ho visto invece altri sport, calcio, tennis, pallavolo. Avevo abbondanza di tempo». (sorride, ndr)

Hai detto che hai seguito il calcio. Per che squadra tifi?
«Sono uno sportivo, non tifo per nessuna squadra in particolare ma, diciamo, simpatizzo per la Juve. Non sono il classico tifoso, guardo le partite per capire come giocano, e provo simpatia per le squadre che giocano meglio. Lo scorso anno mi ha fatto piacere che lo scudetto lo abbia vinto il Milan, mi piace il progetto Atalanta, una società che non ha la cultura del vincere a tutti i costi».

Adesso che non alleni ci puoi allora dire per che squadra di basket fai il tifo…
«Non tifo per nessuna squadra in particolare. Da bambino mi piaceva Cantù. Ma per me è difficile tifare perché apprezzo di più la qualità del gioco e quindi di anno in anno tengo sempre per una squadra diversa. Alla squadra che vince preferisco quella che gioca meglio».

Invece da noi, a Ragusa ma in generale in Italia, si preferisce vincere…
«In Italia è tutto in funzione del risultato. E se perdi è perché sei scarso, non perché il tuo avversario si è dimostrato più forte di te. Questo è un aspetto culturale molto pesante».

A Ragusa, sportivamente parlando, parlo in generale, si vince poco.
«Nello sport per vincere bisogna investire e programmare. Da noi mancano gli imprenditori, mentre abbiamo un terziario molto sviluppato. Chi è in grado di investire può farlo solo per poco tempo e quindi cerca di ottenere subito il risultato. Ma per vincere occorre tempo e lavoro. Bisogna creare delle strutture stabili e a Ragusa, tranne qualche eccezione, mancano i progetti a lungo termine».

Un’ultima domanda. Tu, ragusano, hai allenato a Ragusa. Hai vinto ma anche sei stato molto criticato. Come hai vissuto questa cosa?
«Le critiche le sentivo di più proprio perché sono un ragusano che ha lavorato a Ragusa. Quando perdi sei dispiaciuto, per te in prima persona, per la società per cui lavori, per i giocatori, e per il pubblico. Per me il dispiacere era maggiore appunto per il fatto di essere ragusano. Anche perché c’era discrepanza tra le aspettative della piazza e quello che potevi realmente ottenere soprattutto in relazione agli investimenti fatti in rapporto a quelli delle altre società. Nonostante siamo arrivati diverse volte secondi in campionato e abbiamo vinto una Coppa Italia è stato un carico pesante da portare».

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