E la vita respira ancora

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comuneapiceAlle ore 19,30 circa del 21 agosto 1962, due scosse di terremoto del VI e VII grado della Scala Mercalli fecero tremare il Sannio e l’Irpinia uccidendo 17 persone. Apice fu uno dei centri più colpiti, ma non venne distrutto. A far sgomberare i 6.500 abitanti, infatti, fu la sentenza dei tecnici del Ministero dei Lavori Pubblici che, temendo ulteriori crolli, ne ordinò l’evacuazione. Nonostante il disappunto dei cittadini, tra polemiche e durissimi scontri verbali, iniziò la ricostruzione ed  il nuovo centro abitato sorse sulla collina di fronte.

Le case di Apice erano generalmente ad uno, massimo due piani. Le scale interne in pietra, i bagni spesso ricavati all’interno di una stanza, magari protetti agli sguardi da un tramezzo di cartone. Ai piani terra la cucina in muratura col focolare e un angolo per gli animali. La tipica architettura rurale del tempo, oggi quasi scomparsa dal territorio italiano grazie al contributo di tanti spericolati geometri a cui veniva chiesto di cancellare le tracce di un passato di povertà e ristrettezze.

L’ironia della sorte è che un terremoto ha salvato Apice Vecchia. L’ha salvata fermandovi il tempo. Inducendo l’intera popolazione a trasferirsi a valle. L’ha salvata, decenni fa, spopolandola. Impedendo che alluminio, plexiglas, insegne luminose, restauri arditi e prove di modernità urbana, ne violassero l’armonioso aspetto di un paese del meridione d’Italia, fermo agli inizi degli anni sessanta. Per quanti vi si imbattono per la prima volta, l’impatto è strabiliante. I quarant’anni di passato si avvertono immediatamente. I lampioni, le finestre, le grate, i vicoli ed i portoni ti riportano indietro. Il silenzio avvolge tutto, ti sorprende.

Tende che ancora svolazzano,imposte che il vento agita e che lasciano intravedere gli affreschi ormai sbiaditi di case nobiliari. Balconcini rinascimentali che ti fanno immaginare popolane rubiconde affacciate, anelli di ferro inchiodati ai lati di alti portoni in pietra dove venivano legati i muli, gli asini, i cavalli…Glicini rampicanti che negli anni  hanno continuato a crescere prendendo possesso di quei muri,invadendo gli anfratti di tetti  tra vecchie travi di legno e i puntelli di sostegno…Il salone del barbiere,la vetrina della farmacia in un povero stile “liberty”…un unico cartello di divieto alle motociclette tipico degli anni ‘6o…

Ne un insegna moderna, ne strisce pedonali, ne semafori, ne antenne,ne parabole..Ma solo silenzio…un silenzio surreale interrotto ogni tanto dall‘impressione che si ha di sentire passi..o  il vocio e le risa di bambini che giocano a nascondino…Cè vita dentro quelle pietre, c’è vita dentro quelle case..niente è morto..perché si è solo sospeso in un tempo che era e che è.

La vita è lì, nascosta come se ti spiasse, incuriosita dai forestieri che fuorviati da case cadenti e muri sgretolati, non percepiscono che il venticello che agita quelle foglie di glicine o che solleva quella polvere vecchia di secoli…non è altro che l’antico anelito di  vita  di Apice, che un funesto terremoto soffocò in quel caldo giorno d’agosto.

Attualmente sono cominciati i lavori di restauro. Un progetto enorme che renderà Apice Vecchia un museo a cielo aperto o come qualcuno scrive la “Pompei” del ‘900.

Articolo di Angela Ragusa

Fonte: sito del comune di Apice

1 commento

  1. ciao Angela
    mi hai fatto ricordare di un
    bellissimo angolo
    del nostro bel paese di cui rischiavo
    di perderne la memoria…
    sempre brava e sensibile!!!

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