Mer. Set 28th, 2022
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All’interno della rassegna di teatro contemporaneo, allo “Scenario Pubblico” di Catania, l’eccellente e “sanguigno” attore siciliano Vincenzo Pirrotta è un latitante mafioso in un covo ne “La ballata delle balate”, testo e regia dello stesso, musiche originali di Giovanni Parrinello, audio e luci Marilisa Busà.

Un monologo intenso, drammaticamente reale e coraggioso quello di Vincenzo Pirrotta, giovane attore completo, talentuoso, istrionico.

L’eterna lotta tra il bene ed il male entrambi divisi da un filo sottilissimo che spesso li confonde in una danza di circostanze; immanenza e trascendenza che danzano ironicamente e paradossalmente l’una “avviluppata” all’altra.

La storia di un latitante appassionato lettore e fervente cattolico in gioventù che nel covo dove si trova recita il rosario ricordando la passione di Cristo. Quasi inquietante appare la corona di spine sul capo metafora della sovranità mafiosa in una società corrotta e marcia fino al midollo.

Ai misteri dolorosi di Cristo si contrappongono i misteri “gioiosi” degli omicidi eccellenti come quelli del Generale Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, solo per citarne alcuni. Il timbro di voce incalzante di Vincenzo Pirrotta, l’enfasi delirante di un uomo che a tratti evidenzia segni di squilibrio e sete di sangue, quel sangue innocente versato in nome della giustizia sociale e politica, divoratori di carni fresche, appena macellate e quindi più appetibili ai palati più esigenti: alla fine ci sarà un unico grande “vendicatore”: quel Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, direbbe Manzoni.

Che Dio abbi pietà dell’uomo, sarebbe proprio il caso di dire.

Attraverso i “pizzini” biblici, il mafioso comunica con il mondo esterno, con la moglie, con la vita. Mafia, politica: chi è la prima e chi la seconda? Entrambi camminano insieme quasi a confondersi, in simbiosi perfetta, grida l’attore agli astanti in ossequioso silenzio, quasi spaventati da una realtà sbattuta in faccia con una semplicità che risulta “terrificante”.

E via alle “parole forti”, “volgari”, “parolacce” (chiamatele come volete) che nel contesto e nel modo in cui sono state profferite dal bravissimo Pirrotta, risultano intonate, adeguate, socialmente utili.

Il monologo termina così com’era iniziato, con la stessa musica, la stessa canzone metafora che nulla cambia e nulla è cambiato perché chi dovrebbe cambiare lo stato delle cose è esso stesso la “corruzione”, la mafia, il crimine.

Un grande applauso sottolinea la bravura indiscutibile di un attore destinato, a nostro avviso, a far parlare molto del suo talento: Vincenzo Pirrotta.

La cultura e lo spettacolo hanno bisogno di artisti completi come lui e, credetemi, questo non è un mistero doloroso ma una realtà “gioiosa” e orgogliosamente siciliana.

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