Il divano-gate

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Alcuni organi di stampa hanno denominato scherzosamente come sofa-gate l’incidente diplomatico avvenuto nell’incontro fra il presidente turco Erdogan, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen: a noi sembrerebbe più appropriato parlare di divano-gate dato che il termine divano deriva dal turco Dîvân-i humâyûn (consiglio dei ministri del sultano)

All’incontro erano state preparate due poltrone per Erdogan e Michel e non per von der Leyen. Questa è apparsa un po’ perplessa ma non ha reagito in nessun modo e in seguito ha detto che non ha ritenuto opportuno reagire per non turbare l’incontro a livello politico.

Non che von der Leyen sia rimasta in piedi come qualcuno coloritamente dice, ma le è stata riservata un posto su un divano in corrispondenza a quello del ministro esteri turco. La cosa è apparsa come uno sgarbo istituzionale per la UE o qualcuno ne ha parlato addirittura come una manifestazione di disprezzo per le donne, di maschilismo.

A noi pare un’esagerazione parlare di affronto all’Europa e una assurdità evocare addirittura il maschilismo. Si è trattato di un errore di protocollo che poi, a stretti termini, pare non sia nemmeno un errore e, a quanto pare, è stato condiviso pure da rappresentanti europei: in teoria il presidente del consiglio europeo è carica più rappresentativa di quello di presidente della giunta esecutiva un po’ come il presidente della repubblica e presidente del consiglio dei ministri. Pare credibile che Erdogan abbia voluto umiliare la UE o addirittura le donne? Perché mai lo avrebbe fatto? È apparso uno sgarbo ma non ci pare niente di più di un errore di protocollo.

A questo incidente è seguito poi la definizione di dittatore indirettamente rivolta a Erdogan da parte di Draghi in un discorso che nulla aveva a che fare con l’incidente stesso.

Per alcuni si è trattato di un intervento non occasionale e ben meditato ma a noi pare veramente una scivolata di Draghi per inesperienza politica analoga a quella avvenuta subito dopo sullo psicologo di 35 anni. Si può notato che a livello istituzionale non si possono fare certe affermazioni come se si fosse dei semplici cittadini. Nemmeno si può
definire Erdogan un dittatore: possiamo parlare di democrazia autoritaria, illiberale, di mancanza di libertà democratiche e tante altre cose ma dittatore è un concetto diverso. Ad esempio al Sissi è un dittatore ma non pare che un rappresentante istituzionale italiano lo abbia mai definito tale.

Nelle ultime elezioni del 2018 la AKP, il partito di Erdogan, ha preso solo il 42% dei voti e raggiunge la maggioranza con un altro partito alleato raggiungendo 344 seggi su 600 Nelle presidenziali Erdogan ha preso il 52% Siamo ben lontani dai cosiddetti numeri bulgari dei regimi comunisti e anche di Putin. Si aggiunga poi che le tre maggiori città
turche sono guidate dalla opposizione.

Bisogna però dire che, anche se Erdogan non può essere classificato dittatore, nemmeno la Turchia può essere considerata una democrazia perché non vi è sufficiente libertà di espressione e di organizzazione, che è la condizione essenziale di ogni democrazia. Ricordiamo pure, però, che la Turchia non lo era mai stata anche prima di Erdogan quando il kemalismo era una specie di religione di stato.

Perché allora tutta questa levata di scudi contro Erdogan. Ci sembra che la causa occasionale sia che Erdogan si sia ritirato dalla Dichiarazione sull’eliminazione della  violenza contro le donne del 1993. Il documento in effetti fa derivare la condanna della violenza sulle donne dal principio dell’uguaglianza dei sessi.
In Occidente questo principio (almeno in teoria) viene accettato come auto-evidente e universale. Ma in realtà non è affatto auto-evidente e universale, non viene riconosciuto in molte civiltà e non lo era nemmeno in Occidente in un passato anche recente.
Crediamo che Erdogan abbia fatto il gesto (privo di conseguenze concrete) di ritirarsi per  aumentare la sua popolarità in Turchia, Io direi pure che la situazione si inquadra anche nel mutato atteggiamento USA: Trump aveva affermato che perseguiva solo interessi americani (America first) e che poi gli altri facessero come meglio credevano, secondo le loro usanze, Biden invece si è posto nuovamente nel ruolo tradizionale di paladino dei diritti civili, democrazia, ecc. 
Infatti vediamo tornare agli onori della cronaca gli Huiguri, la Birmania, perfino gli eccidi dello Yemen.

Il punto essenziale del discorso ci pare che negli ultimi venti anni la Turchia è un paese che ha ritrovato il suo (direi naturale) posto nel Medio Oriente islamico allontanandosi sempre di più dalla cultura europea nella quale Kemal Ataturk aveva cercato di spingerla. Dopo 80 anni di regime laicista più che laico, ha voltato pagina: è una cosa di cui dobbiamo tener conto realisticamente e non possiamo considerare più la Turchia come un lembo dell’Europa. Non possiamo paragonare la Turchia alla Germania o alla Francia a ma all’Egitto, alla Arabia Saudita, all’Iran.

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