Ennesimo conflitto di Gaza

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Ancora una volta ci troviamo di fronte al ripetersi dello scontro fra Israele e Gaza. Prescindiamo dai particolari che  pure possono essere importanti, tutto si ripete ancora una volta come già avvenuto negli scorsi anni. Per qualche motivo più o meno occasionale esplode la tensione sempre latente israelo-palestinese: HAMAS allora fa partire da Gaza salve di missili che uccidono qualche israeliano e allora Israele risponde con bombardamenti più o meno pesanti e se questi non bastano con un’invasione temporanea da terra. Muoiono qualche centinaio di Palestinesi, dieci o venti volte quelli israeliani. Tutti deplorano l’accaduto, dagli USA al Papa, all’ONU, al nostro governo. Quelli genericamente di sinistra, memori del tempo in cui la causa palestinese era collegata a una rivoluzione anti capitalista mai avvenuta, mettono in risalto la sproporzione fra le vittime e le distruzioni palestinesi e quelle israeliane, quelli favorevoli ad Israele sostengono il diritto di Israele a difendersi. Se confrontiamo le dichiarazioni di oggi con quelle del 2014, del 2012, del 2009 troviamo proprio le stesse parole ma in realtà nessuno fa niente. Non fanno nulla l’ONU e le altre grandi agenzie internazionali, non fanno nulla le grandi potenze, non fanno nulla gli arabi divisi nelle loro infinite divisioni e conflitti più o meno  sanguinosi.

Poi a una certo punto i contendenti colgono l’occasione di uno dei tanti che si affannano a fare da mediatori e si arriva a una tregua temporanea che dura poi anni e tutto torna come prima in attesa del prossimo scontro.

Ma nessuno fa niente, tutto torna come prima a parte qualche centinaio di sfortunati che perde la vita; ma perché avviene tutto questo?

Il fatto è che tutti in pratica non possono fare altro in attesa di svolta  storica che si spera sempre ma che non accade mai e in verità si dispera ormai che possa avvenire.

Vediamo un po’ le parti. Gli scontri iniziano perché a un certo punto HAMAS lancia un gran numero di razzi. Questa volta pare addirittura tremila contro il territorio israeliano. Si tratta di ordigni a fabbricazione più o meno o artigianale (pare che in questa occasione l’Iran abbai fornito il know-how) che in parte non funzionano, in parte cadono il luoghi deserti, in parte sono intercettati dal sistema anti missile israeliano, alcuni raggiungono qualche bersaglio e qualche israeliano particolarmente sfortunato viene ferito o perde la vita. Ma comunque tutto Israele entra in una tensione insopportabile.

Perché mai HAMAS lancia allora quei razzi ben sapendo che così ci saranno tanti morti fra la propria gente e non si arriverà a niente? Il fatto è che HAMAS proclama che Israele deve essere distrutta, una meta del tutto irrealistica, forse si contenterebbe anche di uno stato palestinese ma non si sa bene. Ma ogni tanto deve pure fare qualcosa che interrompa uno stato di cose, uno status quo ormai stabilizzato all’infinito. Israele di fonte all’offensiva non può non rispondere, sarebbe impensabile restare passivi. Si colpisce quindi Gaza senza però esagerare. Per Israele non sarebbe un problema bellico distruggere Gaza uccidendo centinaia di migliaia di persone ma chiaramente non può farlo per i principi umanitari dell’Occidente che non lo permetterebbe e comunque ha bisogno dell’aiuto americano senza il quale non potrebbe sopravvivere.

Se tutti gli altri, dall’ONU agli arabi, non fanno nulla è perché in realtà nulla possono fare. Non è pensabile un intervento armato dell’Occidente o degli arabi stessi. Solo gli USA posso in qualche modo fermare Israele perché essa dipende strettamente dall’aiuto americano. Ma in realtà non intendono farlo perché essi si pongono per complessi motivi di politica interna come difensori di Israele.

Diciamo allora che il problema è la soluzione della questione palestinese alle radici. Stranamente la soluzione è già prefigurata dall’ONU dal 1967 e invocata e approvata da tutti i paesi ancora oggi: la formazione di due stati, uno israeliano e uno palestinese.  Ma questa soluzione viene rinviata indefinitamente da Israele con il pretesto che gli arabi non la accettano perché mirano alla distruzione di Israele e quindi lo stato palestinese sarebbe solo una tappa per una successiva campagna  di distruzione di  Israele. In realtà il pretesto poi non è affatto infondato. Se Abu Mazen  accetta pienamente Israele, HAMAS lo ha sempre rifiutato anche se si pensa che comunque  finirebbe con l’accettarla. 

Bisogna tener conto che Israele è stata fondata da ebrei di cultura europea laici, democratici, socialisti ma in seguito si sono affermate correnti religiose fondamentaliste del tutto simili ai fondamentalisti religiosi islamici. Benché in minoranza, queste correnti, con il sistema elettorale proporzionale, finiscono con il condizionare pesantemente il governo. La perdita di una parte dei territori occupati non sarebbe un gran danno per Israele ma le motivazioni sono di ordine ideologico, religioso. I fondamentalisti israeliti non possono rinunciare a una parte della  terra che il Signore, migliaia di anni fa, avrebbe assegnato loro: sarebbe un sacrilegio.

D’altra parte perché Israele dovrebbe accettare uno stato dal quale potrebbe partire una nuova guerra o peggio guerriglia contro di essi: meglio lasciare le cose come stanno.

Dal punto di vista del futuro però noi noteremmo che Israele è un piccolo paese che si trova ai margini di un universo di centinaia di milioni di islamici ostili. Se in questo momento storico sono in grado di fronteggiarlo agevolmente questo fatto si potrà prolungare all’infinito?

Prima o dopo anche il mondo arabo uscirà dalla povertà, arretratezza, soprattutto dal disordine interno che lo rende impotente e allora in quel caso potrà mai la piccola Israele fronteggiarlo?

Non sarebbe meglio cercare ora, in questo momento favorevole una pace stabile? Ma si sa, in politica si vede l’immediato, il futuro è troppo incerto per regolarsi su di esso.

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