LA TERRA DI LI ROSI: la mafia siamo noi

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Fragorosi applausi venerdì 2 luglio c.a., nel suggestivo scenario di WonderLad, in Via Filippo Paladino a Catania, in occasione della messa in scena del monologo teatrale dal titolo “La Terra di li rosi” di Antonella Caldarella, con le musiche di Steve Cable, produzione Teatro Argentum Potabile.

Parliamo di teatro di narrazione, un genere impegnativo per l’artista in scena che deve essere abile a catturare l’attenzione e l’approvazione del pubblico presente.

Protagonista de “La terra di li rosi” è la Sicilia, una terra bellissima nelle sue molteplici contraddizioni. Un testo intenso quello di Antonella Caldarella che ci parla di persone, di eventi, di guerre, di gente semplice e gente sbagliata, di banditi e di mafiosi, di sangue e di onore, di dignità.

Si parla di Salvatore Giuliano, noto come il bandito Giuliano, ”Bannera” il Re di Montelepre che, a capo di una banda armata, per alcuni mesi sfruttò la copertura dell’EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano attivo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ma il suo nome resta principalmente legato alla strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), in cui morirono undici persone e altre ventisette rimasero ferite.

Si parla di mafia, provando ad indicare qualche possibile provenienza e significato del termine: il derivato mafioso figura nel testo teatrale di Giuseppe Rizzotto, “I mafiusi di la Vicaria di Palermu” (1863) e la sua registrazione ufficiale nella lessicografia si deve al Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina  coi significati di “braveria, baldanza, tracotanza, pottata, spocchia” e infine “nome collettivo di tutti i mafiosi”. La presenza di una –f– in posizione interna, estranea alla tradizione latina, e la sua peculiarità di voce siciliana, hanno indirizzato la ricerca delle origini verso l’arabo e in questa direzione, la proposta che riscuote più consensi è quella dell’adattamento del prestito maḥyāṣ “smargiasso”, col derivato maḥyaṣa “smargiassata millanteria”.

Si parla pure di Peppa ‘a cannunera, nata nel paese messinese di Barcellona Pozzo di Gotto, il 19 marzo del 1841, da ignoti genitori e le fu attribuito il nome di Giuseppa Calcagno. Il cognome Bolognara o Calcagno le derivò dalla nutrice alla quale venne affidata. Dopo un’infanzia difficile passata in un orfanotrofio di Catania, crescendo divenne la serva di un qualche oste catanese. Non la si cita per virtuosità, dato che Giuseppa aveva una relazione con un uomo molto più giovane di lei, stalliere di professione, Vanni. Con lui Peppa si ritrovò coinvolta nei moti rivoluzionari per l’Unità d’Italia avvenuti nel 1860. Il 31 maggio di quell’anno avvenne un’insurrezione antiborbonica nella città etnea e gli insorti, guidati dal colonnello Giuseppe Poulet resistettero all’attacco delle truppe napoletane. In questa occasione Peppa, prese delle sue iniziative e chiudendo la porta del palazzo Tornabene riuscì a cogliere di sorpresa il nemico e s’impadronì di un cannone incustodito tirandolo a sé con l’aiuto di una fune e di altri patrioti vicini a lei. Tirò un colpo e ne uccise molti.

Si parla anche di Rita Atria (Partanna, 4 settembre 1974 – Roma, 26 luglio 1992) che è stata una testimone di giustizia. Si uccise a 17 anni una settimana dopo la strage di via D’Amelio perché, proprio per la fiducia che riponeva nel magistrato italiano Paolo Borsellino, si era decisa a collaborare con gli inquirenti.

Si parla di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, eroi morti assassinati per aver osato contrastare “Cosa nostra”, la mafia (Stato).

Chi lo fa è “’mortu ca camina”, un morto che cammina.

Per tutti questi esempi e tanti altri ancora, la Sicilia è terra di gran cuore composta da gente umile ma dignitosa e passionale.

Parola all’anima, la pacata, adeguata, sempre naturalissima e grande professionista, Antonella Caldarella, è padrona assoluta della scena. Coinvolge, emoziona, diverte, in un crescendo di notizie e pezzi di cuore.

Il suo testo è semplice ma sentitissimo, ben articolato, scorrevole e godibile.

La narrazione, ricca di enfasi e trasporto emotivo, si trasforma spesso in coltelli affilati che si conficcano nelle coscienze inducendo ad un’attenta riflessione sulle nostre singole responsabilità.

Siamo noi la mafia, nasce con noi e cresce con noi, alimentata dall’omertà e l’egoismo, dalla paura.

Le parole usate da Antonella Caldarella nel testo de “La terra di li rosi”, sollecitano il pubblico ad approfondire la conoscenza delle proprie origini, tradizioni e folklore.

Non possiamo amare, rispettare e difendere chi non conosciamo.

«Eccola, dunque, finalmente, ci dicevamo, questa Sicilia, la mèta del nostro viaggio, l’argomento delle nostre discussioni da tanti mesi, eccola tutta intera sotto i nostri piedi. […] È questa la patria delle divinità della mitologia greca. […] Terra degli déi e degli eroi! ».

(Alexis de Tocqueville, 1805 – 1859)

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