Verso una dittatura in Cina?

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Gli osservatori occidentali concordano in generale sul fatto che Xi Jinping stia operando una svolta nella politica cinese che porterà lentamente a una dittatura. Molti lettori si chiedono: ma in Cina manca già ogni liberta, è un regime pervasivo e quindi non è già regime dittatoriale?

Bisogna allora chiarire i concetti di dittatura e regime illiberale (senza libertà) che non sono la stessa cosa.

Infatti, nel passato, tutti o quasi i regimi politici non contemplavano la liberta nel senso moderno ma il concetto di dittatura è nato solo nel secolo scorso. Nel passato generalmente il governo era costituito dal sovrano (dai faraoni allo zar del 1917) che era considerato il primo funzionari dello stato, al di sopra di tutti. Prendeva le decisioni politiche secondo quello che gli pareva opportuno, in genere coadiuvato da una ampia cerchia di cortigiani. Come un professore, un direttore delle poste, un manager privato agisce secondo il proprio criterio e non segue la volontà di alunni, impiegati o operai, così il sovrano prende le decisioni che gli sembrano opportune senza seguire gli umori popolari. Certo, la soddisfazione del popolo è un segno di buon governo come lo è la soddisfazione di alunni, impiegati e operai per professori, direttori o manager. Nell’800 questa idea è tramontata definitivamente dappertutto e la sovranità è stata sempre e comunque riferita al popolo. Nelle democrazie il popolo esercita la sovranità attraverso elezioni pluralistiche con il presupposto necessario della libertà, ma in altri casi si afferma l’idea del dittatore come di persona che interpreta direttamente e personalmente la volontà popolare. In genere il consenso viene manifestato con adunate oceaniche: Hitler e Mussolini, Stalin e Mao. Il dittatore ha in sostanza un mandato a vita come i sovrani ma esso non è ereditario. Nessuno pensava che i figli di Mussolini o di Stalin sarebbero succeduti ai padri.

Nel disegno politico della Cina contemporanea, ideato alla fine del secolo scorso da Deng Xiaoping, era esclusa la figura del dittatore soprattutto perché il mandato a presidente era di 5 anni, rinnovabile una sola volta. Lo stesso Deng a un certo punto si ritirò a vita privata e il sistema cominciò a funzionare regolarmente.

In pratica tutti i presidenti sono rimasti al governo per 10 anni e prima che scadesse il secondo mandato veniva individuato un nuovo presidente che man mano si impratichiva e quindi entrava in carica allo scadere del mandato del precedente. 

Cosi è avvenuto tre volte nella storia recente della Cina: Yang Shangkun (8 aprile 1988 – 27 marzo 1993), Jiang Zemin (27 marzo 1993 – 15 marzo 2003), Hu Jintao (15 marzo 2003 – 14 marzo 2013).

Xi Jinping invece ha fatto abrogare il limite dei 10 anni e quindi governerà ancora a lungo, presumibilmente per tutta la vita.

Deng prevedeva anche altri bilanciamenti del potere. In realtà il potere supremo è detenuto da un piccolo numero, fra i 5 e 7 componenti del poco appariscente Comitato Permanente del Politburo, scelti fra i 24 membri del Politburo del Partito Comunista Cinese che in effetti avevano un potere di controllo e decidevano il rinnovo del presidente dopo i primi 5 anni e individuavano il nuovo presidente. Con le riforme di Xi Jinping però questo organo pare perdere, in concreto, il potere di controllo insieme a quello di confermare il presidente e individuare il nuovo.

Al presidente è affiancato anche da quello che in Occidente definiamo impropriamente primo ministro, il direttore del Consiglio degli Affari di Stato, un organo esecutivo che potrebbe corrispondere un po’ vagamento al nostro consiglio dei ministri.

Attualmente riveste questo ruolo Li Keqiang: tuttavia il suo potere pare sempre più ridursi rispetto a quello del presidente e infatti è molto meno noto in Occidente dei suoi predecessori.

Da Deng a XI abbiamo avuto cosi tre coppie sempre rinnovate dopo 5 anni ma attualmente il ricambio sembra tramontato e quindi XI pare assumere sempre di più un ruolo di dittatore, con relativo culto della personalità proprio dei dittatori.

In realtà l’ordinamento cinese è sempre molto più complicato e, come spesso avviene anche in Occidente, la lettera del diritto costituzionale non corrisponde alla realtà. Infatti il potere supremo in Cina spetta teoricamente all’Assemblea Nazionale del Popolo ma essa si riunisce solo una volta all’anno per ratificare tutto quello che viene loro presentato (c’è stata pero recentemente qualche eccezione). I membri molto numerosi, 2970, e vengono scelti in assemblee, praticamente secondo una cooptazione e non esistono elezioni libere e pluralistiche naturalmente Teoricamente è questo organo che prende le decisioni più importanti ed elegge anche il presidente della repubblica ma in effetti anche per l’eccessivo numero dei componenti non svolge realmente tale ruolo.

Bisogna poi considerare che lo stato è diretto per principio dal partito comunista, una specie di diarchia, si dice spesso, ma in realtà le due entità in pratica coincidono. Ad esempio il presidente della repubblica è pure il segretario del partito. Sono comunque ammessi dal 1990 anche altri 4 partiti minori fiancheggiatori dallo scarso potere.

Deng costruì un potere illiberale e assoluto ma esso non si incarnava in una singola persona, un dittatore appunto, ma restava fondamentalmente collettivo.

Ovviamente anche se Xi Jinping si avvia alla dittatura, tuttavia questo non vuol dire necessariamente che la sua opera sia peggiore di quella dei suoi predecessori.

La Cina si trova, malgrado le apparenze, in difficolta. Le esportazioni che sono state la base del miracolo cinese trovano sempre più difficoltà in Occidente, preoccupato per la desertificazione industriale che provocano e comunque si va diffondendosi uno spirito anti cinese, che a volta prende l’aspetto di una nuova guerra fredda.

Già nel 2018 si è solennemente ratificata la svolta di dirigere la produzione non tanto verso le esportazione ma verso i consumi interni. Tutti i paesi veramente prosperi consumano quello che producono ma il sistema non decolla. Le masse cinesi sono ancora troppo povere per uno sviluppo dei consumi: il reddito pro capite è inferiore ai 20 mila dollari, più o meno come un paese sudamericano come il Messico e pressappoco la meta di quello italiano. Molto pochi hanno invece patrimoni sconfinati.

Molto forte è anche la corruzione che si è diffusa a ogni livello.

Xi Jinping allora presenta l’espansione dei suoi poteri come una necessità per superare queste difficoltà.

Inoltre la Cina si considera sempre un paese comunista anche se con la svolta di Deng ha assunto un sistema capitalistico Ma esso viene considerato come una parentesi, un preparazione alla instaurazione del comunismo, il fine dichiarato ufficialmente e tuttora è obbligatorio lo studio del marxismo. Ma ora le istanze comuniste di uguaglianza economica riprendono forza tanto che qualcuno pensa che Xi Jinping si prepari a una nuova Rivoluzione Culturale. Ci pare improbabile ma molte cose accadono nella storia ritenute qualche momento prima impossibili.  

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